Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

giovedì 6 febbraio 2014

Roma, 11 febbraio 2014 - La civiltà della Dea (Vol. 2)



Stampa Alternativa e la Biblioteca Nazionale di Roma presentano:

Marija Gimbutas
LA CIVILTA' DELLA DEA II. Il mondo dell'antica Europa


11 febbraio ore 16.30 
Biblioteca Nazionale di Roma, Sala 1, viale Castro Pretorio 105
ne parlano:
Rossana Dedola (School of Analytical Psychology di Zurigo)
Maria Antonietta Fugazzola Delpino (archeologa MIBAC)
Barbara Barich (Università La Sapienza)
Mariagrazia Pelaia (traduttrice)
modera
Luciana Marinangeli (scrittrice)

con ceramiche dal vivo di Stefano Panzarasa

Nel ventennale della scomparsa di Marija Gimbutas (Los Angeles, 2 febbraio 1994) si presenta il secondo volume della sua grande opera; La civiltà della Dea. Il lavoro si divide in due parti: nella prima la studiosa elabora la mappatura delle popolazioni e delle culture d’età neolitica in Europa, a partire da un primo nucleo sud-orientale che progressivamente si espande verso Nord e Occidente. In questo secondo volume, Marija Gimbutas unifica popolazioni e culture in una civiltà denominata “Antica Europa”, nel segno di una Grande Dea creatrice che guida i popoli verso una convivenza pacifica ed egualitaria. Uno scenario supportato da una poderosa mole di dati e dal meticoloso e puntuale esame della religione, della scrittura, della struttura sociale, che si conclude con l’analisi del suo declino attribuito alla comparsa degli indoeuropei Kurgan, bellicosi e patriarcali.

Marija Gimbutas, nata in Lituania nel 1921, dopo l’occupazione sovietica si trasferisce in Germania e nel 1949 come rifugiata negli Stati Uniti dove, alla Harvard University, si specializza nell’archeologia dell’Europa orientale. Dirige campagne di scavo nei Balcani e in Italia meridionale in siti dell’età neolitica. I suoi ultimi tre libri sono quelli che hanno suscitato maggiore interesse a livello mondiale: The Goddesses and Gods of Europe, The Language of the Goddess e The Civilization of the Goddess, l’opera qui presentata è per la prima volta tradotta in italiano. Nel 1963 le viene offerta la cattedra di Archeologia europea all’Università di California, che occupa fino al 1989. Muore a Los Angeles nel 1994.

“Finalmente tradotto in italiano da Stampa Alternativa, La civiltà della Dea (1991) è il testamento della Gimbutas, l’opera maggiore nella quale vengono al pettine tutti i nodi della sua ricerca. L’affresco storico risulta imponente se solo si pensa alla sua durata: dal 7500 al 3500 a.C. È in questo tempo lunghissimo che si sviluppa nella Vecchia Europa, attingendo gradualmente alla sua suprema fioritura, una «civiltà» vera e propria, dotata di caratteri unici e inconfondibili”. [...]
Emanuele Trevi, “Corriere della Sera” (19 agosto 2012)

Per info Monica Mariotti ufficiostampa@stampalternativa.it; 347.6212187

Roma, 23 febbraio 2014 - “Mothers’ Colors”


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Roma – Quattordici ore consecutive in scena, in mezzo agli spettatori, inspirandosi gli uni con l’altra, un dipinto che si crea in diretta, una maratona teatrale che si forgia sulle reazioni della platea. E nel pubblico, “recensori” d’obbligo e d’eccezione, psichiatri, psicologi, chirurghi e giuristi che, durante la perfomance-monstre, daranno vita a un confronto scientifico sulla maternità.

Presentato dalle associazioni CentrarteMediterranea di Roma e EsosTheatre-Luna Obliqua di Messina con la collaborazione di Cosmec e iTAM Comunicazione, “Mothers’ Colors (oltre il blues). Rave d’arte e tavola rotonda” è un progetto di Solveig Cogliani e Sasà Neri, ideato in modo tale da mettere insieme saperi, arti e generazioni diverse in un dialogo dedicato alla salute delle donne.

Dalle ore 11:00 di domenica 23 febbraio 2014 fino alle ore 01:00 di lunedì 24 febbraio al Nur Bar (via del Teatro Valle 19, tra Campo de Fiori, Piazza Navona e il Pantheon) i 24 artisti di EsosTheatre metteranno in scena, con la guida del regista Sasà NERI, ideatore del format teatrale “esoscheletri”, un copione-puzzle che trae spunto da letteratura, saggistica, drammaturgia e cronaca e utilizza, tra l’altro, stralci di Oriana Fallaci (Lettera a un bambino mai nato) e Pierpaolo Pasolini (Supplica a mia madre), di Kalhil Gibran (Il profeta) e Bertolt Brecht (Dell’infanticida Maria Farrar), di Euripide (Medea) e Giancarlo Nivoli (Medea tra noi), di Grazia Verasani (From Medea) e Annamaria De Pace (Mamma non m’ama) fino ad arrivare, senza che si riesca ad avvertire alcun scollamento, a casi tratti dalla cronaca nazionale e testi scritti dagli stessi artisti. Nelle stesse ore, facendosi ispirare dalla maratona teatrale, la pittrice Solveig COGLIANI dipingerà la sua tela dedicata alle madri, alla figura della madre. Gli spettatori potranno entrare e uscire a proprio piacimento, scegliendo di volta in volta quali e quante “stazioni” artistiche vedere. 

iTAM -  itam.comunicazione@gmail.com



“Mothers’ Colors” si alimenta del tema sperimentale dell’assenza e del tema drammaturgico della depressione post parto e del figlicidio. Una duplice tematica adottata al fine di muovere il più immediato, autentico e incisivo coinvolgimento del pubblico. E interpretata in modo tale da svelare l’umanità che resiste persino dentro il sentimento o l’atto che si considerano più “disumani”.  Una duplice tematica – inoltre – che ha incontrato l’interesse e l’attenzione del mondo della ricerca scientifica e di quello delle professioni della salute e della legge. Alle ore 12,30 di domenica 23 febbraio, sempre al Nurbar, dopo essere stati spettatori d’eccezione della prima ora della performance artistica, interverranno quindi in tavola rotonda scientifica il Prof. Pietro BRIA (Università Cattolica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Istituto di Psichiatria e Psicologia, Reparto di Consultazione psichiatrica dell'Ospedale Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma) le dott.sse Alessandra BONETTI, Lucia BERNARDINI, Eugenia TREGLIA (Psicologhe e psicoterapeute, Associazione di psicologia PsychArmonia), l’Avv. Antonio BUTTAZZO (Avvocato penalista, Titolare Studio Legale Buttazzo di Roma), il Prof. Riccardo MASETTI (Università Cattolica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Istituto di Semeiotica chirurgica, Unità di chirurgia senologica dell'Ospedale Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma), l’Avv. Venerando MONELLO, Presidente Associazione CentrarteMediterranea, Roma, la Dott.ssa Chiara PEDULLA’, Psicologo clinico, Associazione di Promozione Sociale “Genere Femminile”, Associazione Giovanna D'arco onlus. I lavori saranno condotti dal Dott. DaniloMAESTOSI, pittore e giornalista.

mercoledì 5 febbraio 2014

ADUC - Tuscia: l'emergenza acqua potabile continua



Nonostante la giornata fredda e piovosa si è tenuta in Capranica, presso la sala Nardini , una partecipata assemblea, indetta dal Comitato acqua potabile, per illustrare ai cittadini la sentenza del giudice di Pace di Viterbo che ha sancito il diritto all’acqua potabile.

Ha aperto i lavori Raimondo Chiricozzi che ha ricordato le vicende che hanno portato all’ultima decisione di presentare al giudice la richiesta di condannare gli enti gestori del  servizio idrico integrato al risarcimento di €. 1600 per inadempimenti contrattuali, inosservanza delle leggi nazionali ed europee e ad obbligarli alla emissione di  bollette idriche con la riduzione del 50 % del canone acqua finché non veramente potabile.

“Tutto è nato, appunto, ha detto Chiricozzi, dalla inosservanza delle leggi, da parte dei gestori del Servizio idrico integrato, che da anni  distribuiscono, grazie a deroghe richieste dei Sindaci che in accompagnamento di queste hanno dichiarato che erano in atto provvedimenti idonei alla eliminazione dei veleni dall’acqua distribuita, pericolosissimi  per la salute dei cittadini”.
 Il comitato dopo aver esperito, altri tentativi dall’esito negativo, fra cui la richiesta del  rimborso del 50% e le autoriduzioni delle bollette, vista la cocciutaggine di alcuni sindaci e degli enti gestori, che hanno contrastato e negato con ogni mezzo  il diritto all’acqua potabile, è dovuto ricorrere alla Magistratura ordinaria. Attualmente, sebbene alcuni  punti di prelievo siano stati dotati di dearsenificatori , l’acqua distribuita non può  ancora essere definita potabile e permangono ancora le ordinanze di non potabilità emesse dai Sindaci, che continuano così a servirsi di deroghe e auto deroghe. Permangono, inoltre, “le casette” con piccoli dearsenificatori  dalla necessità di cambio frequente dei filtri , per  evitare concentrazioni  di arsenico estremamente pericolose. 

Memmo Buttinelli, uno dei  fondatori  del coordinamento regionale acqua pubblica,  ha preso la parola per illustrare la proposta di legge regionale e di eventuale referendum popolare, corredata dalle firme dei sottoscrittori, presentata alla Regione,  perché venisse con chiarezza definita l’impossibilità della  privatizzazione dell’acqua. “La Regione Lazio entro marzo, ha detto Buttinelli, dovrà legiferare in proposito, o lasciare che i cittadini decidano con il  Referendum”.  

La Giunta regionale con propria delibera ha indicato le linee guida per la legge che dovrà essere fatta.

Queste contrastano fortemente con i principi della legge popolare per l’acqua pubblica. La delibera di indirizzo stravolge nelle fondamenta la proposta di legge popolare, presentata dal coordinamento in particolare rispetto la creazione della ATOU (ambito territoriale ottimale unico ) e per la sottrazione di potere ai Comuni oltre al fatto che determina una tariffa unica, voce per coprire i costi. 
Riteniamo che tali indicazioni, se portate fino in fondo, renderanno necessario il Referendum popolare. Chiediamo pertanto alla Giunta regionale la loro modifica e che in esse sia chiaro ed esplicito il principio che l’acqua è un bene di tutti e quindi pubblico.

Ha preso, poi, la parola l’avvocato Riccardo Catini che ha sottolineato l’importanza della vittoria ottenuta con  la condanna degli enti gestori al pagamento dei danni calcolati forfettariamente in €. 1000 per inadempimenti contrattuali e per la inosservanza delle leggi nazionali ed europee.  Stessa posizione è stata espressa dall’avvocato Massimo Pistilli, che ha ricordato che gli avvocati dello studio Pistilli non hanno  percepito nessun emolumento per l’iniziativa  che dal 2008 stanno portando avanti e ha fatto presente la volontà di tutti gli avvocati dello studio da lui diretto (Studio Legale Pistilli, Reho e associati)  di continuare a sostenere i cittadini e il comitato acqua potabile che li rappresenta ,  fino all’esito finale,  quindi nell’eventuale appello proposto dai gestori  e in caso di soccombenza in Cassazione, fino alla apposita magistratura europea. 

Ha poi proposto la indizione di ulteriori riunioni che non siano soltanto di rivendicazione dei diritti ma anche di formulazione di soluzioni idonee perché si porti veramente acqua potabile nelle abitazioni dei cittadini.

Infatti, le casette dell’acqua, i dearsenificatori applicati ai pozzi ,  pur potabilizzando l’acqua, non sono la soluzione del problema, in primo luogo perché il corpo umano non può bere acqua divenuta non più un alimento, poiché priva delle sostanze necessarie. Oltre ciò i costi di realizzazione di questi  impianti e di manutenzione sono altissimi  ( si parla di € 60.000,00 a dearsenificatore, soltanto per i filtri, che vanno cambiati ogni anno).

Le alternative esistono e da  anni che L’Università della Tuscia le propone ai politici. Grazie a studi e a indagini geologiche, l’ateneo ha individuato falde di acqua potabile, senza veleni, nel  sottosuolo viterbese.

Perché i politici viterbesi e la Regione Lazio della presidente Polverini,  abbiano preferito le vie molto più onerose e temporanee, quali le “casette” dell’acqua e i dearsenificatori ai pozzi, è una domanda legittima alla quale nessuno risponde. Su chi graveranno le ingenti spese sostenute e da sostenere per le manutenzioni ordinarie ?  Perché poi  è stato ignorato l’allarme per la salute ? Perché sono stati sottovalutati i dati sulla mortalità della popolazione e le indagini epidemiologiche ? Chi sono i colpevoli di tutto questo?  Chi ripagherà i cittadini ?

Nonostante tutto ciò, c’è ancora chi cerca di mettere a tacere la vicenda, anziché mettersi da parte e meditare sul male fatto ai cittadini. Per questo motivo il comitato acqua potabile ha richiesto agli avvocati di battersi ancora con la presentazione di cause per danni morali, materiali, per danni biologici e per la riduzione del 50 % del canone acqua. Per aderire all’iniziativa i cittadini possono richiedere informazioni al  comitato acqua potabile.
                                                                                             

COMITATO ACQUA POTABILE – ADUCSito web: www.comitatoacquapotabile.it  Email : comitato.acqua.potabile@gmail.comTel 3683065221 – 3894440387 Via Resistenza, 3 – 01037 Ronciglione VT

martedì 4 febbraio 2014

Carnevale, lupercali, candelora, pasqua... la tradizione pagana è sempre viva....



In questo periodo il mondo celtico e neopagano celebra Imbolc o anche i Lupercalia, da cui la Chiesa cattolica avrebbe tratto la Candelora… bla bla bla… 

Voglio raccontarvi come nella zona d’origine dei miei genitori e nonni, la Campania, Italia, si festeggia il 2 di febbraio, una festa tra paganesimo e cattolicesimo: con la “sagliuta” (salita) a Montevergine e il ballo popolare della Tammurriata, tra ludico, erotico e devozione religiosa. ---


INTRODUZIONE- Una volta il canto e ballo contadino campano sul tamburo, detto Tammurriata, era legato al tempo profano della semina e del raccolto, connesso al culto antico della Madre Terra, poi si è riversato nelle varie celebrazioni religiose collegate al culto della Madonna, continuando a rappresentare i riti della sessualità e della fertilità. Per i popoli antichi questa danza rituale si svolgeva nel tempio; oggi, in continuità con il paganesimo, sul sagrato o sulla piazza antistante la chiesa. In Campania, la tammurriata si balla durante occasioni ludiche ma soprattutto rituali-cerimoniali, nei pellegrinaggi devozionali in onore della Madonna. 

Le gerarchie ecclesiastiche non hanno potuto interrompere questa tradizione. Il Culto delle sette Madonne in Campania ha perciò origine in Riti pre-cristiani (culto di Artemide-Diana, Demetra, Cerere, Cibele…) Le Madonne campane sono sei sorelle belle, più una, la settima, quella di Montevergine che era la più brutta perché nera, così se ne andò lontano, in modo che chi voleva venire a trovarla dovesse fare un grande sacrificio e andò a mettersi sulla cima di una montagna, tra il bianco delle nevi. Invece quella era la più bella! Il culto della Madonna nera affonda le radici in un modello pre-cristiano, come la Diana nera di Efeso e tutte le dee ctonie europee. La diffusione intensa del culto della Madonna si spiega col fatto che in Campania l’elemento femminile è stato sempre maggiormente oggetto di culto rispetto a quello maschile, dato che il substrato sociale e popolare campano è “falsamente patriarcale” come dice Roberto De Simone. In Campania, alle sette Madonne sono dedicate altrettanti festeggiamenti. 


S’INIZIA PROPRIO IL 2 FEBBRAIO con la Festa della Madonna di Montevergine, a quasi 1300 m d’altezza, nell’Appennino irpino, provincia di AVELLINO, tra vette gigantesche. Qui sorge il santuario sul posto dove ai tempi del poeta latino Virgilio sorgeva un tempietto dedicato a Cibele, dea della natura e della fecondità, delle grotte e delle montagne, e che ha quindi testimonianze di riti precristiani. Non era facile arrampicarsi fin lassù. Nei primi anni del 1000, fu eretto un tempio alla Vergine al posto di quello dedicato alla Gran Madre pagana. La Madonna di Montevergine, Mamma Schiavona, Madonna Nera o Bruna come le antiche divinità ctonie, è di origini Bizantine. Fino agli anni ’50 si saliva al monte su carri allegorici addobbati con fiori di stagione guidati da cavalli o asini, bardati a festa con fiocchi e nastri variopinti, sui quali si eseguivano canti devozionali e tammurriate. 

Oggi ci sono: una funicolare e una strada per auto e i bus, ma i pellegrinaggi veri e propri si fanno da secoli a piedi, salendo il monte anche di notte, molti a piedi nudi, per penitenza o per chiedere una grazia per sé o per i cari. Questo Santuario è al contempo un luogo di culto religioso e pagano, che accomuna in maniera inusuale devoti cattolici e “devoti” laici uniti nella ritualità. Il rito della “scalinata”, tipico di Montevergine, anticamente era vissuto da molte persone che salivano la scala intonando canti rituali ad ogni gradino: “a sagliùta”, per devozione per la Madonna, forse la stessa dei riti pagani che si svolgevano circa 3000 anni fa nello stesso luogo per Dioniso. 

Ogni devoto chiede una grazia, e quasi la pretende, per aver sofferto durante questo viaggio quasi iniziatico come quello sciamanico e gli stenti e i sacrifici. (Ometto altri riti…) All’uscita, si festeggia con tammurriate frenetiche e isterico-liberatorie, si assiste a scene di antichissima ritualità insieme pagana e cristiana, oscena, irriverente, ma nello stesso tempo devota e rispettosa dei simboli religiosi, anche da parte dei "femmenielli", un tempo figli prediletti dalla dea Cibele. I suoi devoti riuscivano a raggiungere la vera unione con la dea evirandosi, perché il mito narra che Attis, un bellissimo giovane amato dalla dea Cibele, voleva abbandonarla per sposare una donna mortale; Cibele lo fece impazzire ed egli si evirò morendo dissanguato per risorgere, androgino, sotto forma di pino sempreverde e trionfare sulla morte. 

La Pasqua è la versione cristiana di questo tema. L. Parinetto, nel suo libro “Streghe e potere- Il Capitale e la persecuzione dei diversi” Rusconi 1998 ci spiega che in Campania, la parola “FEMMENIELLI” non significa semplicemente “omosessuali” o “transgender”; più che il sesso dei femmenielli (l’erranza di un sesso a tutti gli innumerevoli altri sessi), il nome indica la loro collocazione sociale che sta nel basso della collettività ma, in un mondo che di solito proietta contro le differenze (dette devianze) una sorda ostilità e sanguinosi meccanismi di esclusione, i femmenielli non sono duramente stigmatizzati. Forse perchè non mostrano volontà di usurpare il potere al maschio, accettandone gli scherni? Forse perchè non disturbano i progetti di potere che sono per definizione paternalistici e non di sesso cangiante? Forse perchè un femmeniello non ha affatto l’aria di voler scardinare l’assetto della tradizionale famiglia patriarcale? Il suo è infatti un atteggiamento morbido, collaborativo, che manco si sogna di mettere in crisi l’assetto della comunità, ma la serve e l’appoggia. 

L’onnilateralità carnevalesca scavalca l’unilateralità borghese e questo spiega anche lo spazio dato dai femmenielli alla vita gioiosa, alla sensualità, al ballo: Perez de Herrera afferma che questi marginali secondo un’usanza molto antica si riuniscono in occasione delle feste; là suonano, danzano, cantano, bevono, partecipano a ronde, scegliendo luoghi per lo più lontani dalla vita pubblica e il rovesciamento dei principi caratterizza anche i costumi sessuali, improntati alla più completa libertà. 

Mascia delle Spezie

lunedì 3 febbraio 2014

Treia, 14 febbraio 2014 – Per San Valentino m’illumino di meno… ma con intelligenza ed amore – Risparmio e produzione energetica pulita per amare la Terra


Dipinto di Franco Farina


“Mi illumino di meno… perché amo di più la Terra” (Saul Arpino)

Il 14 febbraio non solo ricorre San Valentino è anche la giornata dedicata al risparmio energetico: “m’illumino di meno”.
Anche ENI ha definito un decalogo che sta divulgando su internet ma quanto può essere seria una tale campagna sponsorizzata da ENI energia con un decalogo del risparmio composto da banalità che incidono di una piccola percentuale sull’inquinamento?
Allora è bene conoscere la realtà della situazione in Nigeria, in Alaska, nelle piattaforme offshore e in altri luoghi dove le multinazionali del petrolio distruggono la Terra e le popolazioni.
L’operazione dell’ENI ha l’aria del Greenwashing, un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi. Il termine è una sincrasi delle parole inglesi green (verde, colore dell’ambientalismo) e washing (lavare) e potrebbe essere tradotto con “lavare col verde”.
Ma questa operazione di “lavaggio” (finto) viene portata avanti pure da diverse industrie della cosiddetta “Green Economy”. Ormai dilaga quasi ovunque la distruzione del territorio a causa delle nuove energie “alternative”. Si diffondono sempre più l’eolico industriale e il fotovoltaico a terra, con il loro consumo scellerato di territorio. A breve ci ritroveremo con quasi tutte le montagne massacrate dalle eoliche, i campi prima coltivati ricoperti dal fotovoltaico a terra e le scorie da inceneritori “termovalorizzatori” sotterrate abusivamente dai camorristi (che in tutti e tre questi affari energetici ci guadagnano).
Le centrali idroelettriche, invece, le uniche fonti energetiche “pulite” (perché ad un ecosistema ne sostituiscono un altro, importantissimo a livello ambientale, cioè l’invaso artificiale), sono o abbandonate o vendute dall’Enel a società straniere da cui poi noi ricompriamo l’energia al triplo del prezzo – afferma l’amico ecologista Luca Bellincioni – ma nessuno sa queste cose e fra un po’ l’Italia produrrà molta più energia di quella che serve! Chi ci guadagnerà? Le società energetiche, di certo, non noi poveri cittadini che vedremo soltanto peggiorare la nostra qualità della vita (vedi l’aumento e potenziamento degli elettrodotti e affini).
In molte piccole comunità, poi, l’eolico selvaggio o il fotovoltaico a terra precluderanno ogni possibilità di sviluppo turistico ed agricolo basato sulle peculiarità del posto (che non ci saranno più), per cui immaginiamo il destino di quelli che ci abitano e lo sviluppo che vi sarà promosso (cemento o discariche).
Per attuare un vero risparmio energetico occorre agire con una gestione razionale delle nostre risorse, le alternative al sistema corrente ci sarebbero e tutto dovrebbe essere indirizzato alla tutela del territorio e cercare di evitare il suo consumo scellerato. Ad esempio incentivare il fotovoltaico a livello privato, in modo da coprire quasi tutte le costruzioni moderne (quelle d’interesse storico si possono risparmiare…) di tipo sia residenziale che produttivo, realizzando un’immensa centrale fotovoltaica “diffusa”; incentivare il micro-eolico a livello domestico e il mini-eolico a livello urbano ed industriale (il macro-eolico, progettato per i grandi spazi “vuoti”, è sempre sproporzionato alle esigue dimensioni dei nostri territori); riattivare e rimodernare tutte le centrali idroelettriche, progettandone anzi delle nuove; realizzare piccole centrali a biomasse in aree industriali limitrofe a zone rurali in crisi o a rischio urbanizzazione; finanziare vaste opere di riforestazione; infine, operare una seria politica di risparmio energetico (iniziando col vietare le illuminazioni notturne di grandi outlet e centri commerciali). Queste sono soluzioni intelligenti e razionali.
E ricordiamoci che l’innalzamento della temperatura planetaria è in parte un fatto naturale, e in un’altra buona misura il frutto dei vasti disboscamenti e della grande urbanizzazione in tutto il mondo degli ultimi decenni, che a sua volta ha permesso attività che producessero via via emissioni di co2. Non dovrebbero mai parlare quelli che passano tutto il tempo libero davanti al pc e alla tv, e quelli che usano solo macchinari elettrici (aspirapolveri, lavatrici, fornetti a microonde, etc.) ma coloro che conoscono davvero il territorio, lo amano, lo vivono, lo percorrono.
E amando il territorio si celebra adeguatamente e contemporaneamente la giornata di San Valentino (dedicata agli innamorati) e quella del risparmio energetico.
Paolo D’Arpini


Programma di San Valentino e “m’illumino di meno” al Circolo Vegetariano VV.TT. - Treia (Mc)
Ore 18.00 – Passeggiata ecologica attorno le mura di Treia. Venire muniti di sacchetti e di guanti per la raccolta di immondizie abbandonate nel verde. Contemporaneamente verranno raccolti arbusti e pigne secche per il camino. Al ritorno, davanti al fuoco, canteremo inni alla natura e all’amore.
Per appuntamento: circolo.vegetariano@libero.it – Tel. 0733/216293

domenica 2 febbraio 2014

Roma - Basta macchine puzzolenti, la strada sia il regno dei bambini



 Tutti noi  abbiamo la speranza che anche le  strade, bene comune di questa meravigliosa città che è Roma  (ri)tornino ad essere "il gioioso ed incontrastato regno delle bambine e dei bambini". Sì, come una volta, quando sulle strade c'era la "convivenza civile" ed era sconosciuta la violenza e la illegalità diffusa dai cavalli meccanici (che possono essere amici anche delle bambine e dei bambini se i loro conducenti - protetti da armature metalliche - non avessero tanti loro problemi da scaricare sui loro docili ed obbedienti cavalli meccanici).

C'è bisogno di far interiorizzare dalle persone di ogni età la cultura della sicurezza stradale per educare alla convivenza civile: il metodo ottimale è quello di rendere la  strada, bene comune  sicura, umanizzandola con la presenza delle bambine e dei bambini che, spensierati e felici, vi giocano-camminano-vanno in bici.
Cioè, impregnare dei diritti e della dignità del pedone qualsiasi Piano sul traffico urbano (PGTU, PUT, PQC, ecc.) secondo le indicazioni del Parlamento europeo espresse nel 1988. 

Infatti, nel 1988, il Parlamento europeo ha ritenuto
"1. che una politica a favore del pedone debba costituire il momento centrale di un’azione finalizzata alla nascita di una nuova e più umana mentalità urbana e pertanto debba divenire componente essenziale delle politiche dei trasporti, urbanistiche e edilizie degli stati membri; 2. a tal fine adotta la seguente Carta europea dei diritti del pedone: ............."


Chi ha una speranza e non si rassegna alla qualità della vita da terzo mondo che sta vivendo (e che rischia di lasciare in eredità alle nuove generazioni) e vuole far sentire la sua voce; chi ritiene di meritare di più e di non avere l'anello al naso; chi pretende i fatti, adesso, subito perché ha dato abbastanza:  firma e diffonde  la citata petizione ora, adesso, subito, tutti insieme.
Tutti insieme.
Perchè, sosteneva Don Milani, "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia".

Vito Nicola De Russis
n.q. Presidente ADP- Associazione Diritti Pedoni di Roma e Lazio
        3393484370


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sabato 1 febbraio 2014

Viterbo - Una sentenza del TAR cancella la Città Termale?


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Che le cose a Viterbo non stavano andando bene per niente, e che all’orizzonte si ammassavano grossi nuvoloni scuri, ce lo aveva in qualche modo preavvertito la “sibilla”, che si trova all’interno dell’orologio della Torre dei Priori. Ormai è un dato di fatto scientifico. Quando l’orologio della Torre dei Priori va male, ci sono sempre problemi per Viterbo e per i viterbesi. Tutti ricorderanno che quando Gabbianelli di dimise da sindaco, l’orologio era fermo da più di un mese, e nessuno era in grado di ripararlo. Oggi dopo le varie “montagne russe” della raccolta dei rifiuti e del rapporto con Viterbo Ambiente, ecco la sentenza del Tar che ha assegnato un “mare” di acqua termale alla Società Terme dei Papi. La determinazione del Tar ha avuto l’effetto di una bomba che è esplosa nella callara del Bullicame, che ha ammutolito tutti i politici viterbesi, e sta scoraggiando seriamente chi aveva intenzione di investire nel termalismo. Secondo le dichiarazioni dell’assessore al termalismo Antonio Delli Iaconi (anche lui in silenzio stampa) , le manifestazioni di interesse arrivate al suo ufficio, erano venticinque. Un numero questo che giustificava la nascita di un meraviglioso polo termale, ed era anche l’ultima ed unica possibilità di sviluppo del nostro capoluogo. Adesso, e non si sa per quanto tempo, non si potrà più parlare di città termale, adesso saremo sempre i “soliti viterbesi”, che godono e talvolta spendono anche soldi per bloccare tutte le iniziative di sviluppo. Questa sentenza è ancora una tegola, che si aggiunge alle tante decisioni storiche che anno dopo anno hanno fatto scivolare Viterbo sempre più in basso.
Da più parti si sostiene che la nostra bella città sia succube della maledizione del popolo etrusco. Naturalmente si tratta di voci, credenze, forse superstizioni o anche suggestioni e, come tali, soggettive e difficilmente verificabili. Ma l’attuale situazione del capoluogo richiede, in ogni caso, una approfondita riflessione. Le ragioni di questa situazione, fondano la loro quintessenza, nella prima decisione importante in fatto di grande viabilità presa dai nostri bisnonni intorno al 1860. La ferrovia Linea Centrale Toscana, (così venne in un primo momento chiamata la linea ferroviaria Roma-Firenze), che trovava nel passaggio da Viterbo, la sua naturale posizione geografica, (provate a tracciare su di una cartina dell'Italia, una linea retta da Roma a Firenze: attraverserà Viterbo!), fu fatta passare da Orte. I motivi della scelta non sono ancora noti, qualcuno, successivamente, affermò che due cardinali, membri del Sacro Collegio, non vollero che le loro terre fossero tagliate in due dalla ferrovia, altri che i proprietari terrieri temevano che il fumo delle locomotive facesse inaridire le piante degli ulivi, e altre supposizioni. Fatto sta che il tracciato passò da Orte. Dopo quella prima infausta decisione, purtroppo tante altre hanno preso la stessa piega negativa. Infatti, anche l’autostrada del Sole fu fatta passare da Orte. Nel frattempo, (pioveva sul bagnato), Viterbo e la sua provincia erano anche state tagliate fuori dal territorio della Cassa del Mezzogiorno. Dopo lunghi anni, finalmente, nel 1984 arrivò anche da noi un pezzetto di viabilità moderna con la pericolosa superstrada Viterbo Orte, causa di decine di incidenti, e tanto “super” da non permettere neppure il passaggio dei carichi speciali che escono (o uscivano) dalle fonderie di Terni, a causa dei cavalcavia costruiti ad altezza non a norma. In coincidenza con l’insediamento della famiglia dell’ex Presidente Giovanni Leone, in località Le Rughe, fu ultimato il primo tratto della Cassia bis che nei sogni dei viterbesi doveva presto giungere fino a Viterbo. Dopo oltre trenta anni essa è ancora ferma a Monterosi, mentre la superstrada per Civitavecchia si è fermata, in aperta campagna, poco oltre Vetralla. Tutti questi fattori negativi che, comunque, ostacolano il nostro anche minimo sviluppo, fanno pensare ad una forza negativa che si accanisce su questa nostra terra. Se non è la maledizione degli etruschi, potrebbero anche essere anatemi lanciati da altri personaggi che qui, nel passato, avevano ricevuto rifiuti, torti, o anche beffa delle beffe, favori. Qui il discorso si fa lungo e complesso. Uno dei personaggi da prendere in seria considerazione è, ad esempio, Federico II che non riuscì ad avere ragione di Viterbo neanche con un assedio condotto personalmente, impegnando 27 macchine da guerra, (tra le quali primeggiava la poderosa Maristalla) progettate personalmente, appunto per demolire le possenti mura di cinta di Viterbo. Dopo la bruciante sconfitta egli, ribollente di astiosa, incontenibile ira, sentendosi vicino ai suoi ultimi giorni, scriveva contro Viterbo, queste parole di fuoco: “Morendo vorrei che le mie ossa, se fosse possibile, si levassero dal sepolcro per distruggere Viterbo e se avessi già un piede in paradiso, lo ritrarrei, finché non avessi assaporata nella sua pienezza la vendetta contro i viterbesi, saziandomi del loro sangue e con le mie stesse mani incendiando e demolendo la città.” Superato il terribile assedio, per Viterbo si aprì un periodo d’oro. Infatti, Alessandro IV in lotta con il Comune di Roma decide di trasferire la sede papale a Viterbo e Raniero Gatti il Vecchio, grande Capitano del Popolo, iniziò l’opera di ammodernamento e ampliamento del Palazzo Episcopale creando il monumento storico più bello di Viterbo: il Palazzo Papale. La nostra bella città visse, in quegli anni, il periodo più fulgido della sua storia di tutti i tempi. Vennero qui da noi principi e imperatori; si tenne qui il primo “conclave” della storia (due anni e nove mesi), perché il popolo di Viterbo, rinchiudendo i cardinali a chiave (clausi cum clave) nella sala del consiglio, coniò questo neologismo, ancora oggi in uso. Un periodo che durò quasi venticinque anni, e che volse al termine quando i viterbesi, sobillati da Carlo d’Angiò, sfondarono le porte del conclave mettendo un cardinale Orsini al carcere duro. Martino IV, appena eletto abbandonò Viterbo, e trasferì di nuovo a Roma la sede papale. Questo pontefice che, partendo per Roma, scomunicò Viterbo e maledisse i viterbesi, potrebbe essere un altro “papabile”, (scusate il gioco di parole), ad avere lanciato un anatema verso Viterbo, (proprio lui, che fu eletto al soglio di Pietro, con l’aiuto determinante dei viterbesi). Qualora questa maledizione fosse stata lanciata, sembra sia arrivata tempestiva, perché dopo l’infausta decisione del trasferimento della sede papale da Viterbo, iniziò per la nostra città la parabola discendente che ancora oggi, purtroppo, non si è ancora arrestata. Ma non dobbiamo dimenticare che un pesante anatema potrebbe essere lanciato, quotidianamente, alla nostra bella città dai tanti e poi tanti viterbesi, che nulla hanno fatto e niente fanno per cambiare veramente in meglio Viterbo, e qui parliamo soprattutto dei politici viterbesi (l’elenco sarebbe lungo) che, anche trovandosi nelle condizioni di aiutare la nostra bella città, si sono sempre astenuti dal farlo, o lo hanno fatto nella misura minima indispensabile. La sentenza del Tar è ancora un altro tassello che si aggiunge al mancato sviluppo di Viterbo. C’è qualcuno che afferma che Viterbo è una bella città..... aggiungendo, subito dopo, peccato che poi ci siano i viterbesi. Forse la vera maledizione è proprio questa. Come a dire: “Non cercar per monti e valli quel che hai vicino ai calli.” Giovanni Faperdue