Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

lunedì 30 ottobre 2023

La lotta contro l’inquinamento acustico è necessaria...

 

Il rumore che avvelena l'Italia

La Direttiva UE  definisce la messa a punto di metodi comuni per la valutazione dell’esposizione al rumore in Europa, è di fondamentale importanza per la realizzazione di politiche efficaci contro l’inquinamento acustico.

La Direttiva UE 2015/96  della Commissione del 19/05/2015, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (GUUE), stabilisce metodi comuni per la determinazione del rumore a norma della Direttiva 2002/49/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, e rappresenta la conclusione del percorso avviato nel 2008 dalla Commissione Europea con il progetto CNOSSOS-EU (“Common Noise Assessment Methods in Europe”).

Tale progetto aveva proprio l’obiettivo di standardizzare le procedure per quantificare l’esposizione al rumore in tutti gli Stati Membri, in modo da poter disporre di dati confrontabili e poter fornire ai decisori politici, dunque, strumenti tecnici ed evidenze scientifiche per la messa a punto di politiche efficaci contro il problema del rumore.

Il quadro di riferimento

Scopo fondamentale della Direttiva 2002/49/CE, recepita in Italia con il D. Lgs. 194/2005,  era quello di definire un approccio comune per “evitare, prevenire o ridurre, secondo le rispettive priorità, gli effetti nocivi, compreso il fastidio, dell’esposizione al rumore ambientale”.

Per individuare e ridurre il livello di esposizione della popolazione, la Direttiva indica strumenti quali la mappatura acustica e i piani di azione, che dovevano affiancarsi, integrandoli, a quelli definiti localmente dalle normative degli Stati Membri.

Gli indicatori più idonei per quantificare il livello di rumore e l’esposizione della popolazione attraverso le mappe acustiche erano stati individuati nei descrittori acustici Lden e Lnight. (Lden è il descrittore acustico giorno-sera-notte/day-evening-night usato per qualificare il disturbo legato all’esposizione al rumore; Lnight è il descrittore acustico notturno relativo ai disturbi del sonno)

L’utilizzo di metodi comuni per la determinazione dei valori degli indicatori era stato individuato come elemento fondamentale per una stima omogenea del rumore a livello europeo e per la messa a punto di politiche comunitarie per la riduzione dell’esposizione.

In attesa della messa a punto di tali metodi, come previsto dall’impianto della Direttiva, gli Stati Membri potevano utilizzarne alcuni suggeriti dalla Direttiva stessa o autorizzati dalle relative legislazioni, a patto di dimostrare l’equivalenza dei risultati finali.

Successivamente alla prima fase di implementazione della Direttiva, come previsto dalla stessa, la Commissione ha valutato il grado di confrontabilità dei risultati forniti dagli Stati Membri e ha verificato che in molti casi i metodi valutazione impiegati differivano anche in modo consistente dai metodi suggeriti. Ciò rendeva difficoltoso se non impossibile ottenere dati consistenti e confrontabili sul numero di persone esposte ai diversi livelli di rumore.

Sulla base dei risultati del progetto, la Direttiva (UE) 2015/996 stabilisce i metodi di determinazione comuni che gli Stati Membri sono tenuti a utilizzare dal 31 dicembre 2018.

La Direttiva (UE) 2015/996

Il corposo allegato alla Direttiva, di circa 820 pagine, espone dettagliatamente tutti i passi necessari per la caratterizzazione e modellizzazione delle sorgenti, nonché del percorso di propagazione del rumore fino ai potenziali ricettori.

Per informazioni:

Gaetano Licitra
Per approfondimenti sui livelli di esposizione al rumore in Europa e le mappe acustiche, secondo la Direttiva 2002/49/EC:

Per articoli di approfondimento:



sabato 28 ottobre 2023

Altissimi cantus - La nostra mitologia...

 


Questa Pace dei singoli, delle famiglie, delle Nazioni, del Consorzio umano, pace interna ed esterna, pace individuale e pubblica, tranquillità dell'Ordine, è turbata e scossa perché sono conculcate la pietà e la giustizia. Ed a restaurare l'Ordine e la salvezza sono chiamate ad operare in Armonia, la Fede e la Ragione, Beatrice e Virgilio, la Croce e l'Aquila, la Chiesa e l'Impero, la ridesta coscienza degli umani destini in una predicazione universale di un annunzio oscuro, ma certo di nuova età storica. Cielo e terra armonizzano nel far risuonare questo Evangelo di Pace. 


Poema della Pace  è la Divina Commedia. In Dante tutti i valori umani (intellettuali, morali, affettivi, culturali, civili) sono riconosciuti, esaltati. Anche in seno alla rutilante immensità dei cieli, egli si sente dominare dall'ansia, dal messaggio di verità e di bontà, che attende da lui il punto lontano della nostra terra infelice, l'aiuola che ci fa tanto feroci. Tutto questo nella concezione di un papa che vuole commentare la grandezza del nostro Padre Dante...

Ma noi, partendo dal Divin Maestro, e forti dell'esperienza storica che sempre ha smentito le belle e false parole promananti da quel seggio, riteniamo nostro "Dovere" riferirci al Ritorno. 


Scrive Walter Pierpaoli: Esiste un Mondo Classico Ideale: l'Arcadia, che intuiamo nei baleni di intensa Armonia e che ci riporta alle meravigliose visioni dell'infanzia. Agognare di raggiungere l'Arcadia è un anelito insopprimibile dell'Uomo, che non desiste mai dal sogno di farne parte. Non esiste l'Arcadia se non attraverso il raggiungimento di una perfetta sintonia con la Natura. L'Arcadia si è già realizzata nella musica, nella letteratura, nella poesia, nella pittura, ed è il mondo dei Fauni, delle Ninfe, di Bacco e dei Satiri, dei boschi ombrosi e dei laghetti. Noi ritorneremo all'Arcadia e quindi, al Paradiso Perduto solo eliminando dall' inconscio la paura del dolore e della morte e riacquistando un corpo sano, libero e vibrante che non conosce malattia e non teme la Morte. In tal modo, l'Arcadia saremo Noi.

Giorgio Vitali  (Georgius Vitalicus)




P.S. : Così si esprime un "ricercatore scientifico autentico", che ha cercato e "trovato" e che,  more solito, si è trovato automaticamente contro gli interessi delle Multinazio, le quali non perseguiranno giammai la ricerca dell'Arcadia o del Sacro Graal, bensì l'interesse economico contro la salute degli umani.

venerdì 27 ottobre 2023

Viterbo. Camera a gas alla rotonda Furbetta...

 


La mattina del 27 ottobre 2023, a Viterbo,   alle ore 11 le code create dalla Rotonda Furbetta adiacente al Cimitero Monumentale di San Lazzaro, arrivavano fino a Via Garbini all’altezza degli uffici comunali. Da lì fino alla rotonda adiacente il Cimitero Monumentale di S. Lazzaro, c’era una fila lunghissima  di autovetture che marciava a 8 km. all’ora. Questa situazione imbarazzante è ormai una malsana camera a gas (di scarico) del traffico viterbese. 

Infatti, quella rotonda dal giorno della sua creazione, ha sempre generato code lunghissime e ingorghi senza precedenti a Viterbo. Però malgrado il disagio giornaliero nessuno si lamenta apertamente. 

E’ pur vero che io dal 12 giugno sono presente su quella rotonda ogni giorno per un’ora, per manifestare la mia protesta civile, e oggi ho terminato il 100.mo giorno di presidio attivo, senza ricevere una minima risposta da parte del Comune. Ma oltre a me, nessuno ha il coraggio di manifestare una protesta. Ecco allora che mi permetto di fare un appello a tutte le persone in indirizzo, affinché si ottenga al più presto, una modifica alla viabilità di quel quadrante, con l’adozione di misure atte a snellire il nodo gordiano della Rotonda. 

Io ho suggerito la costruzione “provvisoria” di un’altra rotonda davanti all’uscita della superstrada. A tale scopo si possono utilizzare i blocchi new jersey che attualmente formano un muro, per evitare alle autovetture che vengono dal nord di girare verso il Poggino. Con l’utilizzo di questo materiale la spesa per la realizzazione di questa rotonda, sarebbe quasi a zero. Mi rivolgo a tutte le persone in indirizzo, e chiedo umilmente, di darmi una mano per eliminare questo grave impedimento, che tiene in ostaggio la circolazione di tutta la città di Viterbo. Ringrazio anticipatamente.

Giovanni Faperdue









Appello inviato a: 

Prefetto di Viterbo dr. Antonio Cananà; Questore di Viterbo dr. Fausto Vinci; Com.te Provinciale Carabinieri col. Massimo Friano; Com.te Polizia stradale di Viterbo dr. David Michelazzo; Com.te Vigili del Fuoco di Viterbo Ing. Rocco Mastroianni; Com.te Polizia Locale di Viterbo dr. Mauro Vinciotti; On. Vittorio Sgarbi; On. Mauro Rotelli; On. Francesco Battistoni; On. Enrico Panunzi; On. Daniele Sabatini; Sen. Giuseppe Fioroni; Sen. Giulio Marini; Sen. Umberto Fusco; ACI Provinciale di Viterbo; Ares 118 Viterbo; Croce Rossa Italiana Viterbo; Heart Life Viterbo; Presidente Amministrazione Provinciale dr. Alessandro Romoli; Sindaca di Viterbo d.ssa Chiara Frontini; Giunta Comunale di Viterbo; Dirigente Comune di Viterbo Arch. Massimo Gai; Consiglio Comunale di Viterbo; Cittadini liberi di Viterbo, organi d'informazione...

lunedì 23 ottobre 2023

La Palestina com'era...

 



Ho trovato su un gruppo fb di cui non so dire il nome perchè è scritto in arabo un album di foto che si riferiscono alla Palestina all'epoca del mandato britannico (anni '20-'40): Ho chiesto chiarimenti ed ho ricevuto diversi commenti, che trascrivo sintetizzandoli:

Io: Ma a che città e a che gruppo di popolazione (ebrei, musulmani, cristiani, atei) si riferiscono queste (e tante altre) bellissime foto? Grazie
S.P. risponde: Il mandato britannico in Palestina (quello che e' oggi Israele, quindi varie citta' e la Cisgiordania di oggi - territori occupati) dal 1920 al 1948. Era una terra colonizzata dai Britannici: https://it.wikipedia.org/.../Mandato_britannico_della Palestina...

Io: SP quindi le persone che si vedono possono essere ebrei, musulmani o cristiani, giusto? A quell'epoca convivevano oppure erano solo di una religione specifica? ed era vietato il velo, oppure, spontaneamente non lo portavano?
JBP: Caterina Katia Regazzi convivevano, ma il numero di ebrei e cristiani era contenuto. Non so nello specifico negli anni 30/40, ma ad inizio secolo erano più o meno un 10% a testa. Il malcontento era perlopiù verso il protettorato britannico. Nei paesi mussulmani e nelle culture arabe/islamiche ci sono sempre state donne che non portavano il velo. Il velo non e' il simbolo della religiosita'. Anche oggi ci sono donne credenti e praticanti che non portano il velo. Come in altre religioni e culture le donne si vestono in modo vario. Certo la cultura britannica aveva infleunzato - sopratutto le classi dei palestinesi educati e piu' ricchi diciamo. Cambiare il vestito e' anche un modo per assimilarsi come e' successo con alte tante culture colonizzate purtroppo. Lo vediamo ora in Francia poi con la proibizione del velo in scuola. Come si vestono le donne non dovrebbe essere deciso dallo stato, come succede ora in Iran, Arabia Saudita e in Francia nelle scuole e uffici pubblici.

S.P.: come dice anche J. B. P. appunto il numero di cristiani ed ebrei era contenuto. Da quello che so prima del 1920 in quello che era il terrotorio che oggi e' Israele e Palestina c'erano storicamente circa il 5/10 per cento di ebrei che erano li' da milleni, erano anche loro popolazione autoctona. Lo stesso i Cristiani (non so la percentuale). Gli ebrei e gli arabi sono entrambi una popolazione semita della stessa etnia. Sono in pratica fratelli/sorelle: https://it.wikipedia.org/wiki/Semiti
Caterina leggi magari qui, e' in Inglese pero'.. https://en.wikipedia.org/wiki/State_of_Palestine
Questa e' la pagina della regione palestinese: https://en.wikipedia.org/wiki/Palestine_(region)
Questa e' la storia della Palestina: https://en.wikipedia.org/wiki/History_of_Palestine

Io: Ma più tardi, dopo la seconda guerra mondiale, fu concesso agli ebrei scampati all'olocausto di fondare lo Stato di Israele in Palestina così da tutta Europa sono andati là. Mi pare però che oltre ad ebrei originari, ci fossero anche i cosiddetti ashkenaziti, cioè gente del centro Europa che si è convertita e si è spostata in Palestina, ma non solo. Ti risulta?

E.G.: scusate se mi intrometto..  ma, con tutto che io oggi ho i Palestinesi nel cuore e non Israele, perchè la Storia gli ha inflitto troppe ingiustizie.. Però va detto che gli ashkenaziti della Mittel-Europa non è che fossero meno "ebrei" (dal punto di vista religioso) degli altri che tu definisci "originari", cioè i sefarditi. Anzi, furono proprio loro, gli ashkenaziti, le maggiori vittime del nazismo, perché ce lo avevano in casa, mentre i sefarditi abitavano già in terre più mediterranee, mescolati con gli arabi (seppur in percentuali minori di loro).  Poi c'è stato sì anche un fenomeno di "infiltrati" dell'ultim'ora che, ebrei non erano mai stati, e si "contrabbandarono" come tali al momento della nascita di Israele, con la compiacenza dei loro Stati di origine. Gli Ashkenaziti  comunque sono quelli che comandano, la classe dirigente e borghese della Israele di oggi. Mentre i sefarditi sono già un po' più trattati di serie B anche all'interno dei territori del '48, cioè della Israele di oggi. Poi ci sono anche quelli trattati di serie C, cioè i palestinesi dei territori del '48 che si ritrovano ad essere "arabo-israeliani". Comunque, detto tutto questo, e fatto la "saputella" e me ne scuso. Una sola RIFLESSIONE mi viene di fare ad alta voce, davanti a queste FOTO STUPENDE del periodo del Mandato Britannico. Ci appaiono tutti benestanti colti e raffinati, perché ritraggono la classe borghese del tempo, fossero essi i "colonizzanti" britannici o i "colonizzati" palestinesi, sefarditi o quant'altro. La società Palestinese era ben nota come la più sviluppata in termini di borghesia tra tutti i paesi arabi.. Come sempre, il mondo è più diviso in classi sociali, di quanto non lo sia in etnie o nazionalità.. Poi ci si sovrappongono ed intrecciano anche le questioni nazionali

Io:  E. G. grazie dell'intromissione, anzi, confesso la mia grande ignoranza su questi fatti ed il tuo commento, almeno per me, è molto chiarificatore, per cui ti ringrazio.
F.P. e P.P.: Caterina Katia Regazzi in Palestina (oggi si chiama Israele) fino al '48 vivevano insieme musulmani, ebrei, cristiani, berberi e altre etnie..... HAIFA.. NEBLUS.... GERUSALEMME ... Le città più importanti.... Era un protettorato britannico... Gli ebrei erano il 10 % della popolazione e tutti insieme festeggiavano le ricorrenze.

S.P.:  gli askenaziti sono ebrei (dell'europa centrale e della polonia, russia, ukraina etc). Erano in pratica tedeschi (al 100 per cento) o polacchi uguale. Si sentivano tedeschi ect. erano li' da mille anni. Un libro bellissimo, e molto interessante che ho letto anni fa e' questo, lo consiglio: https://www.amazon.it/Ebraism.../dp/8817112291/ref=sr_1_3...

F.S.: Vedi Caterina Katia la Palestina e precisamente Gerusalemme, è il regno delle tre culture religione monoteiste: Cristianesimo, Islamismo ed Ebraismo.
Un luogo identificato con la città di Gerusalemme che dovrebbe essere la Capitale del mondo, quanto meno religioso. Sono milioni i pellegrini che si recano in questa città, ma che ahimè, Israele disobbedendo a tutti i trattati internazionali e umanitari, ha prima insediato le proprie sedi istituzionali in questa città nel 1949/50 e dopo nel 1980 l'ha dichiarata Capitale d'Israele, togliendola alla Palestina o quantomeno dividendola.
Ovviamente ciò non è riconosciuto nei trattati internazionali, ma purtroppo è entrata ormai nell'immaginario collettivo.
Insomma la PACE per questo popolo senza patria e terra da secoli e secoli, non esiste, seppur hanno vissuto l'olocausto e dovrebbero essere portatori di pace e contro ogni discriminazione.

A.N.: F. S. fra l'altro si arrogano il diritto di esserne i soli destinatari di diritto in quanto figli d'Israele. Io non voglio fare polemica, ma fra i discendenti di Isacco dal quale è nato Giacobbe che ha avuto 12 figli (ognuno dei quali a capo di una tribù di Israele) c'è anche Gesù Cristo figlio di Maria, figlia di Zaccaria.
Fossi in loro... rivedrei qualcosina.
E, soprattutto, non sputerei alle suore quando passano per strada come fanno alcuni di loro. Se tutto
 ciò fosse veramente per amore di Dio era da tempo che doveva essere finita questa tragedia. Anzi, non sarebbe mai cominciata.

Caterina Katia Regazzi 













mercoledì 18 ottobre 2023

Semantica del bioregionalismo...

 


La parola stessa, bioregione, è da noi quasi sconosciuta, citata da qualche avvertito articolista in ambiti minoritari ed ecologisti, dove comunque non ha trovato spazio adeguato né come concettualizzazione, né – il che è più grave – come prassi. 

Questo, sebbene anche da noi il movimento del ritorno alla terra, magari non strutturato, sia piuttosto pronunciato, unito a svariate iniziative produttive e commerciali legate al biologico, e quindi alla “riduzione di scala”, sempre più radicate e credibili. Pensiamo alla estrema difficoltà che le multinazionali dei prodotti alimentari transgenici stanno incontrando nella diffusione dei loro prodotti nel paese. Ora, se c’è qualcosa che crediamo sia difficile contestare da un punto di vista ecologista, è la necessità di un totale mutamento, di un cambiamento radicale nelle abitudini di vita degli abitanti del mondo supersviluppato, nonché dei rapporti fra questo e il resto della popolazione del Pianeta, che del supersviluppo paga quotidianamente le conseguenze. 

Questa necessità si manifesta con grande evidenza proprio nel momento storico in cui le ideologie e le “visioni del mondo” alternative denunciano i loro limiti e fallimenti. Ma c’è di più. La necessità di un mutamento radicale è legata anche all’atrofizzarsi dell’ecologismo, sempre più divaricato fra la reale consapevolezza e le idee mutuate dai comportamenti di vasti settori della nostra società. Il fatto è che, senza un punto di riferimento ideale, che serva da matrice per le scelte di vita personali e, quindi, politiche, le varie ricette filantropiche per la salvezza del Pianeta, il “nuovo modello di sviluppo”, la compatibilità ambientale e tutto il bagaglio del riformismo verde non sono in grado di colmare questa distanza. 

È sicuramente vero che l’ecologia, nella sua sfumatura “naturistica”, è diventata “di moda”, ma ci auguriamo si avverta tutto il desolante significato di questa affermazione. Se l’ecologismo è di moda, ciò significa che è stata metabolizzata dalla società dei consumi, che il rispetto per l’ambiente è divenuto un luogo comune della banalizzazione mediatica, con il deprecabile doppio risultato di agire superficialmente e di porsi, inevitabilmente, al servizio di chi indirizza mentalità e comportamenti collettivi. 

Ora, chi gestisce il potere, reale o virtuale che sia, non ha alcun interesse a proteggere la natura di tutti, a meno che questo comportamento non corrisponda ad esigenze di mantenimento del potere stesso. Non ne ha interesse reale, perché la funzione di potere è intrinsecamente anti-ecologica, essendo la natura un organismo che tende all’omeostasi e si autoregola attraverso una serie di interdipendenze relazionali e la compartecipazione delle specie a tutto il processo vitale. Il potere, al contrario, irrigidisce gerarchicamente i rapporti - oggi in forme tecnocratiche - ed ha come logica tutta moderna l’applicazione di astratte leggi economiche quali vere “leggi di natura”, determinando la mercificazione dell’esistenza. 

Lo sfruttamento ne è, dunque, elemento sostanziale: sulle persone, i popoli, la natura. Se l’ecologia è di “moda”, cessa di essere conflittuale con lo status quo, perdendo quella capacità unica di rottura e critica alle cause stesse della civilizzazione industrialista e tecnomorfa. All’oggi, ad esempio, il compostaggio dei rifiuti, il loro riciclaggio o le bonifiche, sono regolati da logiche profittevoli identiche a quelle che generano inquinamento e corruzione. Per assurdo, al deteriorarsi delle condizioni di sopravvivenza relativamente allo scarseggiare di materie prime e altre implicazioni dovute al titanismo industriale, potrebbe affermarsi una sorta di ecologia di Stato – o di super Stato mondiale – destinata a fronteggiare le emergenze ambientali con una politica di restringimento delle libertà, personali e comunitarie. 

È la logica secolare dell’affermazione degli Stati nazionali e dei loro mercati sui Popoli e le culture. È la logica progressista che reprime gli effetti incapace di rimuovere le cause che detronizzerebbero la sua egemonia culturale e politica. 

Già si hanno piccoli riscontri di questa tendenza nella contrapposizione fra le amministrazioni e le popolazioni locali per la realizzazione di discariche e inceneritori. La gente ovviamente non li vuole vicino casa ma vive in modo da renderli indispensabili… Il potere pubblico è ovviamente pronto a imporli con la forza, o comunque senza consenso, e dunque senza partecipazione, essenza della democrazia. 

Nel bioregionalismo troviamo stimoli per una risposta coerente a tutto questo. Se gli Stati Uniti sono l’avanguardia mondiale della dilapidazione naturale e dello stile di vita consumista che gli è proprio, solo sotto due aspetti hanno favorito condizioni vantaggiose per il bioregionalismo. 

La spontanea tendenza – peraltro non dominante – al decentramento ed alle autonomie locali (l’aspetto che impressionò positivamente Alexis de Tocqueville nel suo Viaggio in America) e il riferimento alle culture indigene, native. Ma il continente europeo non è sicuramente da meno in fatto di riferimenti al localismo. La tradizione autonomistica, regionalistica in senso lato, è molto radicata. Ci sembra perciò che il bioregionalismo sia al cento per cento prodotto da esportazione. Ovviamente, però, non a “scatola chiusa”: le differenze storiche, culturali e sociali tra l’Europa e gli Stati Uniti sono tali da rendere impraticabile una equiparazione. Ma una simile precisazione è tautologica, visto che parliamo di una visione del mondo che nasce “aperta”, e contraddirebbe la propria essenza se pretendesse di fornire indicazioni assolute, ideologiche, universalmente valide. 

Un riferimento certo è che la prospettiva bioregionalista vede nello Stato-nazione un’istituzione storicamente recente e, contemporaneamente datata, che si è imposta dopo una spietata lotta contro le autonomie locali, trasformando l’abitante da agente attivo e partecipante alle decisioni politiche – qual era nel contesto comunitario – a recettore passivo di beni a servizi in cambio della sua anonima “cittadinanza”. In controtendenza, il bioregionalismo propone una ristrutturazione complessiva dell’organizzazione territoriale, per il bene non solo degli esseri umani, ma di tutta la biosfera, ridiscutendo gli arbitrari confini statuali della tarda modernità, a partire dal principio di autodeterminazione, esprimendo autonomie ed interconnessioni naturali sulla base delle identità culturali. 

Dalla più semplice – la comunità locale – alla più complessa – il pianeta terra: la mitica Gaia. Non è difficile immaginare l’alternativa al pericolo in cui il modello industriale-scientifico ci ha posto: si tratta semplicemente di tornare ad essere abitanti della terra. 

Dobbiamo recuperare lo spirito che caratterizzò il “senso del limite” degli antichi Greci, considerando nuovamente la Terra come una creatura vivente. 

Vi è un modo sacrale di confrontarsi con essa e con le sue creature, un modo che implica rispetto e ammirazione, un respiro comune che inibisca l’abuso e la relativa obsolescenza. 

La parola bioregione si compone semanticamente di bio, la parola greca che significa vita e “regione” che deriva dal latino regere, cioè governare. La vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio. Un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono, piuttosto che da decreti legge; una regione governata dalla natura. Tutto ciò è credibile solo coltivando una rinata sensibilità per la specificità dei luoghi e delle culture, una lealtà politica verso il territorio in cui viviamo, unite a pratiche economiche e sociali indigeste al sistema mondo capitalista. 

Vorrà dire un’economia radicata nella particolarità del territorio e delle sue tradizioni, espressa dalla sensibilità delle comunità locali. La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. 

La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie – tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza – possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”. Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’Occidente, dal suo universalismo monistico e dalla sua visione etnocentrica rispetto alla quale tutto diventa periferia. Il problema è di comprendere, per dirla con Mircea Eliade, che “in ogni posto c’è un centro del mondo” possibile. 

E quel “centro del mondo” è, per ogni uomo, la sua identità personale e comunitaria, il suo specifico territorio umano, naturale e culturale. Saranno il viaggio e l’ospitalità a tessere, come capi opposti di un unico filo, le trame di una convivenza qualitativa tra le diversità, appagando la necessità profonda, per noi moderni, di ritrovare nel contatto con altre culture, la radice del nostro essere, la risposta al disagio esistenziale indotto dalla civilizzazione di massa: una risposta alla insopprimibile ansia di radicamento.

Stralcio di un saggio di Edoardo Zarelli 









(Fonte: Arianna Editrice)