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In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).
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lunedì 20 agosto 2012

Gianfranco Zavalloni è tornato da dove era venuto... Madre Terra!


Scuola Creativa di Gianfranco Zavalloni

Ci ha lasciato un pacifista ed un verde vero, di quelli che non si sono lasciati ammuffire nè mai irretire dalle poltrone, ci ha lasciato un pedagogo buono, un direttore didattico che ha trovato come conciliare il sogno con la realtà. Penso a Gianfranco Zavalloni e mi viene in mente Tonino Guerra che la terra, la Romagna, è la stessa. E' stato instancabile e tenace, di quelle querce con la scorza dura ma capaci di accogliere entro le sue fronde mille nidiate di uccellini e di scoiattoli. Nel solco dei migliori, degli Alexander Langer, degli Ivan Illich, ha lavorato sulla pedagogia fondando e dirigendo una rivista "Paesaggi educativi" che illustrava con delicatezza ed amore personalmente.

Ha fondato il Crea, Centro di ricerca per le energie appropriate con i suoi fratelli, la sua grande ed unita famiglia contadina, ha intrapreso la strada del biologico agli albori, in Italia, ha ospitato presso la sua bella fattoria didattica incontri nazionali della Rete degli orti di pace "www.ortidipace.org", ha contribuito a fondare Civiltà Contadina, i salvatori di semi italiani . Ha scritto e disegnato tanto, mancherà ai bambini della scuola che dirigeva, mancherà a tutti quanti noi che l'abbiamo conosciuto ed apprezzato. Se n'è andato un poeta della biodiversità, un altro di questa bella e fiera terra romagnola.
Teodoro Margarita






Asso, 20 agosto 2012, sole rovente.


Non si può uscire, fuori il sole ti scimunisce, stamane, pur passato accanto alla posta, ho dimenticato almeno un paio di volte cosa dovevo mai farvi.
I giornali dicono che questo anticiclone, Caligola, come l'han chiamato, apporterà ancora altra afa.
Eppure, mentre d'intorno gli orti sembrano afflosciarsi su se stessi, questo di Cranno appare l'Eden.
Colori sgargianti, profumi, farfalle che ti svolazzano accanto, come si spega questo miracolo?
Non uso acqua a pioggia nè impiego mezzi chimici nè ritrovati della biotecnologia.
Solamente le mani, solamente le mani ed il cuore.
Chiamatela agricoltura sinergica, chiamatela permacultura, agricoltura naturale, consociazioni, anche costellazioni o biodinamica, tutto quello che volete ma i miei fiori in questo agosto torrido sorridono.
Sarà anche che una zucca lagenaria si arrampica tra cetrioli-limone e pomodori datterino, sarà che degli astri fuoriescono in mezzo alle zinnie, sarà che violetti, rossi, arancioni, bianchi si mescolano al verde del basilico , che le creste di gallo fanno capolino tra i peperoni sigaretta lombardi...
sarà per tutta una serie di disordinate combinazioni ma il mio orticello non mi pare stia poi così male.
No, al mattino presto, verso le sei, ci vado e mi godo tutti gli odori ed il fresco che promanano dall'orto, svelo un altro trucco? L'orto è situato tra un alloro, un bosso, alcuni salici, un fico annoso e gli fanno da amorevole ombrellone, eh eh, ci doveva essere qualche mamma e papà premuroso a coprire il pargolo troppo ardimentoso. Ed ora che questi alberi, per il torrido e bollente sole stanno perdendo molte foglie, lo ricoprono e pacciamano, difendono anche se stesse, le piante, conservando al suolo umidità preziosa ed elementi nutritivi.
L'acqua la dò solamente dopo il tramonto e cerco di usarne meno possibile e con l'innaffiatoio, irrigo soltanto quando le essenze mostrano di boccheggiare, non prima. Esse devono imparare a cercarsela con le radici, non impigrirsi.
Quest'orto, quest'insieme di creature vegetali è dunque un organismo vivente naturale artificiale, naturale perchè tutti i semi provengono dalla tradizione rurale, italiana o mondiale, naturale perchè non vi entra, se tramite inevitabili correnti, nulla che sia di sintesi chimica.
Articiale perchè queste consociazioni le ho create io, i tutori li ho ben infissi nel terreno e le piante si arrampicano e giocano attraverso i vari ed aerei percorsi combinati.
Eh si, l'orto di Cranno è un bambino. Un bambino al quale è stato insegnato a gestirsi da solo, fornendogli i migliori compagni e l'aula didattica più bella. A quest'orto sono state raccontate favole, intorno, sui muri del casotto ci sono murale col pennello e attrezzi agricoli antichi appesi, ci sono anche giocattoli che qui capitano anche bambini-umani, mica solamente peperoni da allevare.
Gianfranco, e voi tutti, suoi amici, voi, fratelli Zavalloni, voi mi dovete perdonare se per ricordare questa quercia forte ho parlato di un micro-orticello da poche decine di metri quadri, se ne ho parlato in questo pomeriggio in cui tenere i tasti in riga è difficile, davvero caldo.
E' che questa notizia mi ha lasciato basito, non ci si può credere, non è possibile, Gianfranco?No , non è giusto. La madre di mio figlio, Silvia, fotocopia e diffonde con pazienza suoi scritti, con i suoi "Diritti dei bambini" ci abbiamo allevato il nostro e ne consigliamo la lettuira a tutti i nostri amici che hanno bimbi. Mi dovete perdonare se ho parlato dell'orto di Cranno, ma è in un orto di pace che vi ho vissuto con te, Daniele, con voi fratelli Zavalloni, i momenti più belli, ricolmi di speranza, di una speranza tanto più vera in quanto non politica ma umana.
Era qualche addietro, ricordate? Il convegno a Cesena, presso di voi, sugli Orti di pace. C'era Pia Pera, c'erano persone da tutta Italia che poi saremmo andati a trovare, poco alla volta, uno alla volta, con mio figlio. Persone prima che progetti, individui prima che istituzioni.
Come te, Gianfranco, persone che ridono e mangiano insieme, quell'assemblea di Civiltà Contadina ed eravamo in tre o quattro, i ravioli al radicchio, ricordi? Perchè le cose si fanno e si fanno meglio lontano dagli schermi televisivi, si fanno anche in pochi, non c'era più posto nel vostro bel salone in legno e tanti non erano potuti venire.
Ma è giusto, tu cercavi ed hai avuto un luogo in cui ciascuno potesse ascoltare e conversare, raccogliere idee, semi, uscire un attimo, circolare per il vostro bellissimo terreno, la fattoria didattica, oasi per animali, piante ed umani.
Tu, come altri fratelli in Brasile e c'era quella bella mostra, io, qui a Cranno, sull'isola del Giglio dove i detenuti assieme a Marco praticano veterinaria omeopatica e agricoltura biodinamica.
Gianfranco, è caduta una quercia, ma, come nella poesia di Brecht, sei stato una quercia che non ha mai smesso di crescere e di aiutare a crescere altri, le tue ghiande sono state feconde. Altri ti ricorderanno come direttore didattico, critici d'arte loderanno le tue magnifiche illustrazioni, chissà quante mai altre cose buone avrai realizzato, tu, nella tua Romagna, ma dovrai perdonarmi, a meno di non dovermi rimettere daccapo a parlare di te.

Ricomincerei dall'orto. Si, imperterrito, Gianfranco, perchè è dall'orto di pace che bisogna partire, dall'orto, luogo prediletto di didattica e di svago, di apprendimento giocoso. Che mille monelli possano arrampicarsi sugli alberi che voi Zavalloni avete messo a dimora, che possano imparare a non cadere e riconoscere la frutta matura, che non scaccino via i merli e dividano a metà le ciliegie con loro!
E questo, carissimo Gianfranco, è il mio commiato, il mio saluto più fervido, il mio abbraccio più forte.


Teodoro Margarita

Sulle ali di Iside

martedì 23 agosto 2011

Teodoro Margarita e l'orto marino del capitano.. a Procida



L'orto marino del capitano.

Trabocca di cocozze napoletane, di piennuli sorrentini, melenzane, cetrioli, sedano gigante, prezzemolo ed ogni aromatica possibile, profuma di mare e di sole, custodito da un baldanzoso e fiero cane di nome Leone, lì, sui tetti antichi nel cuore di Procida, in Largo Castello al 12, dentro Terra Murata, progettato, custodito, rinnovato dal signor Vittorio.

E cos'ha di particolare, di pittoresco, di grande quest'orto da meritare da esser decantato da un apprendista della penna come me?

Nulla, solo che questo è un orto pensile, uno dei pochi sopravvissuti alle ristrutturazioni, un grande ed esteso orto pensile, un vero orto di necessità quindi autentico orto di pace, che si sviluppa al termine di tetti e di soffitte, di terrazze e di volte a botte alla saracena srotolandosi, letteralmente sulla piccola casba procidana.

Il signor Vittorio è il degnoerede di una grande tradizione marinara, se si parla con lui, dopo esser passati dall'esame del cane Leone che ti abbaia forte contro fino a stordirti, se si ci si fa amici della belva, egli ti apre il cuore e ti consegna, poco alla volta, le sue storie, la sua storia.

Vittorio con i suoi capelli bianchi adora raccontare, ma come uno scrigno prezioso, si apre poco alla volta e vengono fuori le sue parole, parole odoranti di mare, di viaggi, di incontri, di felici traversate e di tragedie.

Per intanto egli è il nipote di Ramunno, grande lupo di mare dei tempi in cui si girava il mondo a vela, i Procidani sono una stirpe di marinai e Procidano era il capitano del Rex, per esempio. Ramunno, questo suo avo, ufficiale e marinaio istruito ebbe svariate peripezie tra soggiorni a Londra, diversi perilpi del globo, naufragi ed anche portò a compimento il salvataggio di membri della famiglia reale britannica, cosa, questa, che gli arrecò in dono due candelabri in argento direttamente dalla Regina Vittoria, questi si possono vedere, custoditi presso una chiesa lì vicino, donati da Ramunno.

E l'orto? Dove sta mai l'epica del grande orto che senza esser stato progettato da insigni paesaggisti o da valenti e noti architetti, vorrebbe - io vorrei per lui- diventar tanto famoso? L'orto sui tetti del signor Vittorio digradante di tetto in tetto, in vasche e vasoni, in vecchi mastelli, in botti e recipienti di ogni provenienza e materiale, è un orto come ce n'erano tanti nelle campagne del sud, orti fatti per mangiare e per odorare, orti fatti per cogliere un crisantemo da portare al cimitero, un garofano per l'innamorata, orti tutti diversi, tutti, senza
eccezione alcuna, belli e necessari.

Questo è speciale perchè c'è una canzone napoletano antica, pluricentenaria, credo venga direttamente dal medioevo, "Michelemmà" si chiama, parla di una scarola che è nata in mezzo al mare, pure li Turchi ci vanno a riposare, e questa scarola in mezzo al mare altri non è che un veliero che la lontananza, la fantasia dipinge come una bella e fiorita brassica, una scarola con tutte le foglie spiegate.

I Procidani sono stati grandi marinai ed orticoltori, quest'isola era il verziere di Napoli e la mattina solcavano il golfo con le loro "scarolelle" ed andavano a vendere, fino agli anni '50, nella città partenopea, ogni genere di frutta e verdura e, peculiarità isolana, conigli vivi che allevavano in fossa.

Amici miei posseggono un notevole appezzamento sull'isola, un bellissimo agrumeto, al mattino, nonostante di giorno si abbiano avuti anche 30°, se cammini a piedi nudi, ti bagni, una rugiada costante, frutto della escursione marina, imbeve la vegetazione, e si vede, nei cortili prosperano gelsomini e passiflore, bouganville, qualunque essenza erompe per ogni dove.

E' a Ramunno, al signor Vittorio che su di lui mi ha edotto, mostrandomi, tra l'altro, preziosi e antichi manoscritti, che voglio dedicare questo scritto sugli orti procidani, e immagino un veliero che navighi, alla maniera della nave dei pirati trasformati in delfini da Dioniso fanciullo, con l'albero della nave che sia un albero vero e dalle sartie, come l'orto sul tetto, la piccola ziqqurat procidana, pendano grappoli d'uva e pomodori, zucche lunghe e fagiolini teneri e si attorciglino all'ancora, cetrioli rampicanti.

Un veliero di pace, che sfidi le tempeste della guerra e della fame, nel suo cielo non più solo gabbiani e stridenti procellarie ma paciosi e sussiegosi colombi.

Arrivederci, isola di Arturo, tre trilli di fischietto, capitano!

Teodoro Margarita - Asso, 23 agosto 2011, 32 gradi, in casa.
(Rete Bioregionale Italiana)

P.S.
Lo so, c'entra poco con le tematiche orticole ma dovevo farlo, lo dovevo al cagnolone Leone, al signor Vittorio, al capitano Ramunno, alle cocozzelle pendule, a quest'isola che mi ha ospitato caramente per il terzo anno consecutivo. Dovevo e non potevo dipingere che con questi colori, che, il sole, di suo, a Procida, ci mette l'anima.