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In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

sabato 21 aprile 2018

Treia, 28 aprile 2018 - "C'era una volta il pane" reading di Michele Meomartino con OffTea


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Treia. “C'era una volta il pane” Reading di Michele Meomartino con OffTea – Il pomeriggio del 28 aprile 2018, nell'ambito della Festa dei Precursori, in Vicolo Sacchette 15/a, si tiene una recitazione a più voci con l'ausilio dell'Officina Teatrale diretta da Victor Carlo Vitale, sul tema di “C'era una volta il pane” dello scrittore Michele Meomartino

C'era una volta il pane
Le società occidentali sono diventate opulente, completamente asservite al dogma dello sviluppo illimitato, e producono una montagna di rifiuti e di cibo spazzatura. Ma la cosa che mi rattrista di più sono le tonnellate di cibo che finiscono nell’immondizia, compreso, hai noi, il tanto amato pane. Un autentico schiaffo alla povertà sempre più dilagante! Quanto tempo è passato da quando lo baciavamo dopo averlo raccolto per terra! Cosa è successo alla nostra società?...
C'era una volta il pane…
Questa mia riflessione potrà sembrare all’apparenza viziata da una sindrome nostalgica, come di un inguaribile romantico che guarda al passato con gli occhi umidi per qualcosa che non c’è più. Personalmente sono interessato a vivere il presente, il qui e ora, e non voglio aggiungermi alla folta schiera di quanti si rifugiano nel passato convinti che sia stato migliore del presente.
Non mi sembra corretto mettere a confronto epoche storiche differenti, quasi a stilare una graduatoria, perché diverse sono le persone che hanno vissuto, diversi sono stati i contesti e gli orizzonti di riferimento, diversi sono gli atteggiamenti e le sensibilità degli osservatori che dovrebbero giudicare. Al più si possono fare solo alcune considerazioni generali.
La storia, le nostre piccole e grandi storie, è quella che ci scorre davanti e ogni uomo si confronta e continua a confrontarsi con le sfide del suo tempo, nel bene e nel male, in un intreccio i cui contorni non sempre sono così chiari ed evidenti.
Sono persuaso che, così come un albero non può vivere senza radici, così un uomo non può vivere senza memoria. E’ importante sapere da dove veniamo per avere qualche indizio che ci illumini sulla strada da percorrere, incerti e titubanti, come siamo, su non pochi aspetti del nostro vivere. Da alcuni frammenti di memoria custoditi nelle pieghe del tempo, come un fiume carsico che riaffiora alla luce, possono giungerci spunti di riflessione e saggi insegnamenti che potrebbero rivelarsi preziosi per la nostra esistenza.
La storia che vorrei narrare attinge a quell’immenso serbatoio rappresentato dalla testimonianza di mia madre Giuseppina e si protrae fino ai giorni della mia infanzia. Mia madre è nata nel 1938, ha quasi ottant’anni, e per fortuna sua e nostra ha una memoria d’elefante. I suoi ricordi mi sono molto cari, non solo perché mi fanno rivivere la mia infanzia e mi raccontano la storia dei miei nonni, a cui ero molto legato, ma perché ritengo che sia un dovere recuperarli e non lasciarli disperdere nell’oblio. Essi rappresentano un patrimonio per noi figli. Cominciamo con nonno Michele. La sua famiglia era composta dalla moglie Maria e da quattro figli, nell’ordine: Matteo, Giuseppina, Lucia e Antonio. Abitavano a Casalnuovo Monterotaro in provincia di Foggia, un paese collinare (432 metri di altezza) del sub – Appennino Dauno.
Gli anni a cavallo della seconda Guerra Mondiale erano stati duri per tutti e l’alimento principale per sfamarsi era il pane. Il nonno faceva il contadino e poteva contare sul cibo che coltivava sulla sua terra, ma molte famiglie hanno sofferto letteralmente la fame. Il pane, l’alimento più consumato al mondo, si faceva ancora in casa e pochissime erano le persone, solo i più abbienti, che potevano permettersi di acquistarlo altrove.
In quegli anni, gran parte delle giornate venivano impiegate per soddisfare i cosiddetti bisogni primari e non c’era molto tempo libero da dedicare agli hobby o per coltivare una passione. Prima di tutto, ogni famiglia in vista del lungo inverno, come le formiche, metteva da parte le provviste. Si procurava la necessaria quantità di legna per il camino e sacchi di carbonella se aveva un braciere, che sarebbero serviti per scaldarsi e per cucinare, la farina per fare pasta e pane e la carne, grazie al maiale.
Fratello porco,come era chiamato amabilmente da qualcuno, garantiva una discreta quantità di cibo sotto forma di insaccati, prosciutti, grassi e altri nutrienti preparati. Una volta al mese il nonno andava da un amico mugnaio, Francesco Castellucci, per macinare il grano. Caricava due sacchi di grano sul dorso della sua mula e percorreva venti chilometri, tra andata e ritorno, essendo il mulino ad acqua ubicato in località Sente sul fiume Fortore. Negli anni successivi l’attività di quel mulino andò gradualmente scemando e il nonno trovò più agevole far macinare il suo grano nel mulino elettrico di Francesco Petrilli che stava in paese.
Sempre sul dorso della mula i sacchi di farina venivano trasportati a casa e custoditi in cucina, in una grande e rustica cassa di legno che poteva contenere fino a due quintali di farina. La cassa era divisa in due comparti: in una si conservava la farina di grano tenero per fare il pane e i dolci e nell’altra la farina di grano duro per fare la pasta.
Man mano che mia madre cresceva in età, sempre più doveva sostituire sua madre nei lavori domestici. Nonna Maria e zio Matteo, poco più che adolescente, dovevano aiutare il nonno in campagna, dove il lavoro era molto duro e occorreva molta forza fisica. Ricordo ancora il nonno mentre arava i campi con la mula e di tanto in tanto prendeva dalla tasca un grosso fazzoletto per asciugarsi il sudore. Così, mia madre dovette farsi carico, oltre che delle faccende domestiche, anche della cura dei fratelli minori, Lucia e Antonio. Quando nacque zia Lucia, nell’Aprile del 1947, mia madre, che all’epoca aveva nove anni e frequentava la quarta elementare, fu costretta a non andare più a scuola. Un’assenza che le fece perdere l’anno scolastico! Erano altri tempi.
Ritornando alla quotidianità, il pane si preparava in media ogni settimana, dipendeva dalle bocche da sfamare. Tutto cominciava il giorno prima quando la mamma andava dal fornaio per chiedere in prestito il lievito madre, che poi bisognava restituire, e concordava il turno dell’infornata. I ricordi di mia madre vanno ancora più indietro nel tempo, quando non c’era ancora il telefono per comunicare e il fornaio, ma più spesso la fornaia, notte tempo, era costretta a passare, casa per casa, ad avvertire le massaie che era giunto il momento di impastare. Non oso nemmeno immaginare la fatica di quelle persone, in un paese la cui illuminazione era insufficiente e la temperatura, specie in inverno, non era certo clemente. Per scaldarsi un po’ andavano in giro con un tizzone ardente in mano!
I sei forni di Casalnuovo erano alimentati con la paglia, la cui disponibilità era quasi illimitata, essendo la provincia di Foggia il granaio d’Italia. Tutti i quartieri avevano il loro forno e in ognuno di essi si facevano ben cinque infornate al giorno, una ogni due ore, fin dalla mattina. La famiglia di mia madre sceglieva quasi sempre la prima infornata, così da avere a disposizione le ore diurne per altri lavori. Alcuni fornai li ho conosciuti personalmente come Ginotto Palmieri e sua sorella Lucia.
La lunga notte del pane cominciava intorno a mezzanotte con la preparazione dell’impasto. La mamma prelevava dalla cassa di legno la farina occorrente e la versava nella madia. Con un contenitore di legno, capace di contenere fino a quattro chili, prelevava trenta chili di farina di grano tenero, cinque chili di farina di grano duro e le mischiava. Una volta mischiate, univa alle farine anche due chili di patate precedentemente lessate e ridotte in poltiglia per rendere l’impasto più soffice. Dopodiché faceva un grande buco al centro, un cratere, aggiungeva una mangiata di sale e in ultimo il prezioso lievito madre. L’impasto proseguiva con l’aggiunta graduale d’ acqua calda per favorire il giusto amalgama. Così, nel cuore della notte, mentre tutta la famiglia dormiva, le operose massaie, con un grande e ritmato lavorio di braccia, che durava almeno un paio d’orette, impastavano il pane con tanta cura, forza e passione. Terminato l’impasto, la madia veniva leggermente inclinata su un lato, in modo tale da compattare meglio la grande massa impastata e facilitare la lievitazione. Prima di chiudere la madia si copriva l’impasto con degli strofinacci puliti e delle coperte per non disperdere il calore. Quando l’ambiente, dove avveniva la panificazione, non era molto caldo si ricorreva all’accensione di un braciere perché la temperatura è fondamentale per ottenere una buona lievitazione.
Nel frattempo, senza fare troppo rumore, la mamma rassettava la casa, preparava i cesti e tutto l’occorrente per trasportare il pane al forno. Dopo circa due ore verificava lo stato di lievitazione premendo leggermente l’impasto con le dita. Se il grado di elasticità era quello giusto e l’impasto si staccava con facilità dal fondo della madia, allora era pronto per essere sistemato nei canestri. Nonna Maria aveva acquistato dei canestri di paglia da Donata Cicchetti, una maestra cestaia molto abile nell’arte dell’intreccio. I canestri di paglia, rispetto a quelli intrecciati con altri materiali, trattengono meglio il calore e agevolano il proseguo della lievitazione che avviene nei cesti. Ma ritorniamo all’impasto. La massa impastata veniva divisa in diverse porzioni, quasi tutte uguali, in media di cinque, sei chili ciascuna. Prima di essere sistemate nei cesti, c’era un altro importante passaggio da svolgere, anche se breve: le singole pezzature venivano ulteriormente lavorate. A quel punto, ogni cesto veniva coperto con una tovaglietta, che si faceva aderire all’interno, e si spolverava il fondo con una mangiata di farina grossolana.
Dal momento che in ogni turno venivano infornate le pagnotte di diverse massaie, bisogna mettere un segno distintivo in modo da riconoscere le proprie. La nonna e la mamma collocavano in fondo al cesto una mandorla. Solo dopo adagiavano l’impasto. Ancora una spolverava di farina grossolana prima di coprirlo tirando e congiungendo i bordi della tovaglia. Intanto, le ore della notte trascorrevano placidamente e al silenzio si alternavano echi lontani, l’alba era imminente e l’ora di recarsi al forno si avvicinava. Era giunto il momento di tirar fuori l’asse di legno su cui si sarebbero appoggiati i cesti. I nonni avevano due assi: uno di un metro e l’altro di un metro e mezzo di lunghezza. Con il primo si potevano trasportare cinque cesti, con il secondo, invece, ben sette.
Ma con quale mezzo si sarebbe trasportato il pane al forno? Sembra un domanda scontata, per non dire banale, se posta oggi, dove tutto o quasi è meccanizzato.
Ma allora era la massaia l’unico “mezzo di locomozione”, ovviamente ad impatto ambientale zero Così, la mamma aiutata da qualcuno sistemava la pesante tavola di legno sopra la testa, non prima, però, di coprirla con un cercine, un pezzo di stoffa arrotolata unendo le estremità a formare una ciambella.
Il cercine era importante per ammortizzare il peso sopra la testa e garantire al carico una stabilità maggiore durante il tragitto. Finalmente iniziava il viaggio del prezioso carico di circa trenta chili verso il forno. Il tragitto nella prima parte era in discesa, i nonni abitavano nella parte più alta del paese, poi diventava pianeggiante. La distanza non era eccessiva, circa quattrocento metri, ma la strada non era agevole. Era un acciottolato irregolare con qualche gradino, specie nel primo tratto, che suggeriva di procedere con estrema cautela. Dopo qualche minuto la mamma giungeva al forno di Lucia Palmieri. Entrando sistemava il pesante carico sulle mensole di legno poste ai lati e una delle prime operazioni che faceva era la restituzione del lievito madre, prestato il giorno precedente, staccando un pezzo d’impasto da uno dei cesti. Il forno era acceso da diverse ore, la fornaia continuamente alimentava il fuoco aggiungendo altra paglia e ogni tanto controllava la temperata del forno guardando l’interno e, non essendoci un termometro, era l’esperienza a guidare le sue scelte. Così quando le pareti interne diventavano bianche, il forno era pronto per la prima infornata, in genere riservata alle pizze e alle focacce, poi era il turno del pane.
La fornaia appoggiava la lunga pala di ferro vicino alla bocca del forno e invitava le massaie a rovesciava l’impasto sopra. La mamma per non fa attaccare l’impasto alla pala spolverava quest’ultima con un po’ di farina, anche per agevolare il rilascio dell’impasto all’interno del forno. Lucia aveva il suo ben da fare, ogni infornata inghiottiva circa cinquanta pagnotte, dopodiché chiudeva la bocca del forno con un grosso coperchio di ferro. Dopo un’oretta, toglieva il coperchio e verificava il grado di cottura. Se tutto era a posto, cioè se il pane stava assumendo un bel colore, non c’era più bisogno di alimentare il fuoco. La bocca del forno non si chiudeva più e non restava che attendere. Ogni tanto l’occhio cadeva sulle pagnotte che diventavano sempre più colorite, mentre dal forno si spandeva all’esterno un profumo delizioso che saturava l’aria circostante e richiamava qualche passante. Un’ ultima occhiata all’interno del forno, finalmente il pane era cotto al punto giusto e una certa eccitazione animava gli astanti. Allora la fornaia esclamava soddisfatta e con tono deciso: “E’ cott! U putimm caccià” (E’ cotto! Si può sfornare) e con un'altra pala, questa volta di legno per non rovinare il pane, ritirava una ad una le pagnotte dal forno sotto lo sguardo attento delle massaie presenti, tutte intende a riconoscere le proprie. Con una scopetta di miglio si pulivano le pagnotte da eventuali impurità e poi venivano adagiate sull’asse di legno.
Con la cottura le pagnotte perdevano un po’ del loro peso rispetto a prima di essere infornate, circa il venti percento, ma si trattava sempre di una trentina di chili da trasportare a casa e questa volta in salita. Prima di riprendere la strada del ritorno si pagava il pattuito alla fornaia che, negli anni sessanta, era di quindici lire per ogni pagnotta infornata. Una volta arrivata a casa, la mamma sistemava il prezioso carico nella madia e la casa sembrava più ricca e profumata.
Intanto i contadini erano già al lavoro nei campi, i ragazzi erano a scuola, gli artigiani nelle loro botteghe e la vita in paese riprendeva il suo ritmo lento e senza frenesia, scandito dal rintocco delle campane. Ma al forno non si portava solo il pane.
Durante i mesi autunnali, dopo il raccolto del granturco, si cucinavano anche le pannocchie che venivano trasportate in un contenitore di coccio la sera tardi, dopo l’ultima infornata di pane, quando il forno era ancora caldo. A volte si portavano anche le patate. Dopo questa minuziosa ricostruzione di tutti o quasi i passaggi della panificazione, semplici e cadenzati gesti che appartengono alle donne da migliaia di anni, vorrei ricordare alcuni episodi significativi. Tra quelli che la mamma ama ricordare ce n’è uno in particolare che merita di essere narrato.
All’inizio di Luglio del 1951 i nonni stavano in campagna, era giunto il momento di mietere e trebbiare il grano. La squadra dei lavoratori era numerosa, composta da nove operai, di cui tre che legavano i covoni. Con i membri della famiglia del nonno, il numero saliva a undici, dodici e bisognava preparare da mangiare per una decina di giorni. La mamma aveva solo tredici anni e toccava a lei cucinare e preparare una grande quantità di pane. Per quella occasione preparò ben tredici pagnotte, oltre settanta chili di pane! Una faticaccia!
Ed ora vorrei narrare brevemente qualche ricordo personale in ordine sparso. Siamo alla fine degli anni sessanta e il boom economico, con la presenza sempre più ingombrante e pervasiva della televisione, giungeva anche nei piccoli paesi di provincia. Noi bambini, però, guardavamo poco la televisione preferendo giocare all’aria aperta costruendoci spesso anche i giocattoli. Quando tornavo da scuola a casa mi accorgevo subito che la mamma aveva fatto il pane.
C’era un profumo inconfondibile in cucina, il pane era ancora caldo. Allora mi avvicinavo furtivamente alla madia e sbocconcellavo un po’ di crosta. In diverse circostanze mi piaceva andare con lei al forno, in particolare al forno di Gino Palmieri, ubicato presso il quartiere Le croci. Il fornaio era sempre rosso in viso e a mezze maniche per via del gran calore che si sviluppava intorno al forno. Ricordo il chiacchiericcio tra le massaie in attesa della cottura e alcune conversazioni che si instauravano tra il fornaio e le massaie, specie quando le dimensioni di alcune pagnotte, risultando eccessive, potevano mettere a rischio il numero delle pagnotte da infornare. Ma alla fine, quasi per magia, il fornaio le faceva entrare tutte!
Tra i miei ricordi, di sicuro il più nitido e frequente, riguarda nonno Michele che amava sedersi a capotavola durante i pasti tagliando personalmente il pane. Non avendo un tagliere su cui poggiare la grossa pagnotta, con le sue grosse mani callose prendeva il pane e lo stringeva orizzontalmente al petto con la mano sinistra, mentre con l’altra afferrava un enorme coltello e tagliava con precisione le fette. Era un piacere vedere quelle fette lunghe e compatte arricchire la tavola e il nonno era felice come una Pasqua nel veder la famiglia riunita a tavola.
A me piaceva mangiare il pane anche da solo, senza companatico, oppure prima del pranzo inzuppandolo nel sugo che era particolarmente saporito. Era difficile resistere al suo profumo! Cercavo di intingere il pane lontano dagli occhi severi di mia madre perché temeva che ingozzandomi di pane poi non mangiassi il pranzo.
Invece a merenda la mamma mi preparava pane, zucchero e olio, un pasto semplice, nutriente ed essenziale. Ma la lezione di vita che ricordo volentieri, era quando cadeva accidentalmente qualche pezzo di pane per terra. Ovviamente non si buttava. Guai! Subito veniva raccolto, si guardava dov’era lo sporco ed eventualmente si puliva soffiando sulla parte sporca. Alla fine si baciava. Che bella lezione! Una poesia, un gesto, quasi sacro, che restituiva al pane la sua vitale importanza e al tempo stesso era un segno di rispetto verso tutti coloro che avevano lavorato non senza fatica per portarlo a tavola.
Non sempre il quantitativo di pane che si preparava settimanalmente era sufficiente alla bisogna delle famiglie, spesso si chiedeva in prestito ai vicini di casa. Anche questa costumanza ci informa di una solidarietà concreta che si praticava tra le famiglie a dimostrazione che il buon vicinato garantisce più coesione sociale. A volte, invece, il pane eccedeva e man mano che trascorrevano i giorni diventava sempre più duro. Anche in quei casi nulla veniva perso. Si ammollava e si spremeva sopra un pomodoro, un po’ come si fa, oggi, con le friselle pugliesi, oppure veniva utilizzato per fare nutrienti pancotti.
Una delle ricorrenze più belle è legato alla festa di S. Antonio da Padova, che si festeggia ogni anno il tredici di Giugno, quando nel mio paese natale c’era l’usanza di portare dei piccoli pani in chiesa per farli benedire dal prete. Era un’autentica festa per noi bambini. Quanto pane abbiamo mangiato per strada! Non era un fatto inusuale durante la mia infanzia.
Infine, un ricordo recente, che risale a pochi anni fa, legato alla mia attività di organizzatore di eventi eco – conviviali. Insieme ad altri amici e amiche, il dieci Giugno del 2007 organizzammo a Moscufo in provincia di Pescara un evento denominato “Pane in festa”, un'intera giornata dedicata al pane. In mattinata visitammo il mulino di Vincenzo Cappelli e da mezzogiorno fino alla sera tardi la manifestazione si svolse presso la Comunità de “I Ricostruttori” in contrada Colle S. Angelo.
Fu una giornata bella e calda, indimenticabile, a cui parteciparono oltre cento persone, e soprattutto un evento ricco di iniziative culturali, esperienziali e culinarie: dall’impasto del pane che coinvolse diverse persone, tra adulti e bambini, alla narrazione di racconti intorno al pane, dalla cottura di una pagnotta in un forno solare alle pizze cotte al forno al legna, dalla festa serale svoltasi sull’aia allo splendido tramonto della Bella Addormentata.
Prima di concludere questa lunga narrazione mi chiedo: “Cosa è rimasto, oggi, di quelle costumanze paesane?” L’evidenza è sotto gli occhi di tutti e la risposta è fin troppo scontata: “Poco o nulla”.
I forni a paglia nel mio paese natale non ci sono più dalla metà degli anni settanta ed è rimasto un solo forno elettrico che vende il pane. Quell’umanità colorita ed operosa, quel caotico chiacchiericcio delle massaie, quell’andirivieni per le strade, sono solo un lontano ricordo. Ormai il pane si acquista solo ed esclusivamente nei negozi o nei supermercati, dove si trova di diverse forme e di vari cereali, anche per i celiaci, per coloro che sono intolleranti al glutine. Non è più essenziale come lo è stato per millenni, se ne mangia poco e i bambini gli preferiscono le merendine.
Le società occidentali sono diventate opulente, completamente asservite al dogma dello sviluppo illimitato, e producono una montagna di rifiuti e di cibo spazzatura. Ma la cosa che mi rattrista di più sono le tonnellate di cibo che finiscono nell’immondizia, compreso, hai noi, il tanto amato pane.
Un autentico schiaffo alla povertà sempre più dilagante! Quanto tempo è passato da quando lo baciavamo dopo averlo raccolto per terra! Cosa è successo alla nostra società? Questa metamorfosi è emblematica di una civiltà fortemente segnata da un consumismo sfrenato, oltre ogni ragionevole bisogno, che ci ha arricchiti di oggetti, ma ci ha impoveriti di umanità!
L’innegabile per quanto ineguale ben – essere raggiunto, ma forse sarebbe più corretto chiamarlo ben – avere, si coniuga quasi esclusivamente al singolare. Aver confinato il pane tra gli scaffali di un supermercato e scisso fino a mutilare il legame con le sue molteplici relazioni, in un processo che ho cercato immodestamente di narrare, è come avergli rubato l’anima. Il pane era vita, era cultura, era bellezza, ora è diventato una merce.
Tuttavia, non pochi, oggi, stanno riscoprendo il valore delle vecchie tradizioni, di quanta conoscenza ci è stata tramandata e che merita di essere recuperata. Tra le cose più belle che si stanno  rivalutando c’è sicuramente l’autoproduzione del pane con lievito madre e grani antichi. E la cosa più confortante è che sono soprattutto i giovani a riscoprire questi valori, sottraendo parte del loro tempo alla mercificazione e alla tirannia di una società che ci vorrebbe unicamente come tubi digerenti.
E’ il tempo della lentezza e della cura si sé, è il tempo della condivisione e del piacere di fare le cose assieme. Mani che si intrecciano e creano legami di intimità, una solidarietà che vorrebbe coinvolgere tutti, uomini e donne, bambini e adulti, figli e genitori.
Quei gesti, che hanno scandito il tempo di tante massaie, di mia nonna e di mia madre, solo per fare due esempi a me noti, oggi, rivivono nell’operosità di questi giovani che insieme sognano un mondo nuovo, dove il pane è soprattutto condivisione di valori e di fatica, con il sorriso sulle labbra e tanta gioia nel cuore.
Michele Meomartino - michelemeomartino@tiscali.it
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Resoconto del Presidio contro la guerra in Siria svoltosi a Roma il 19 aprile 2018

Un micro successo istruttivo: il presidio a Roma contro la guerra alla Siria organizzato da piccoli sindacati di base



Nel pomeriggio di giovedì 19 aprile 2018, sotto un sole cocente, si è tenuto un presidio contro l'attacco alla Siria di Usa, Francia e Regno Unito. Il sit in era organizzato dal Sindacato Generale di Base. All'iniziativa avevano aderito altri sindacati di base, USI, CUB, SI Cobas, l'Associazione migranti di Roma e Italia Cuba; era presente anche il Partito Comunista, con il suo segretario Marco Rizzo e alcune decine di giovani militanti del Fronte della gioventù, la sua federazione giovanile.
Sventolavano inoltre alcune bandiere palestinesi e siriane.




I numerosi giovani che accompagnavano Rizzo, negli anni passati, prima di aderire al Partito Comunista, erano già organizzati nel Fronte della Gioventù e si facevano notare in occasione di manifestazioni soprattutto studentesche per la loro presenza numerosa e disciplinata. Un modo di manifestare più unico che raro negli anni 2.000.

Era presente anche la Rete No War con i cartelli che allego a questo scritto:

“ Schiavitù in Libia
Grazie NATO ! “

,cartello scritto in occasione di una manifestazione di migranti,
e

“ Le bombe Rwm “sarde” dei sauditi
pronte per la Siria “

per ricordare come le bombe del Rwm Italia, fabbricate in Sardegna e vendute ai sauditi, possano essere utilizzate dall' Arabia saudita oltre che sullo Yemen anche sulla Siria, avendo il suo principe ereditario Bin Salman annunciato a Macron la propria disponibilità a compiere raid sulla Siria “se la nostra alleanza lo esige”.



Nella caldissima Piazza Barberini le persone che hanno manifestato erano più numerose del previsto e non hanno confermato i commenti pessimisti sul movimento per la pace che circolano in questi giorni.

Insomma giovedì un buon numero di persone è stato in piazza a manifestare contro la guerra chiamato da organizzazioni relativamente piccole,

e questo mi ha convinto ancor di più che potrebbe esistere anche nel 2018 un movimento per la pace combattivo e visibile, se solo trovasse la maniera di mettere insieme troppi piccoli gruppi frammentati e non collegati tra loro e se riuscisse a comunicare all' opinione pubblica quello che ha da dire, che è molto ed importante.

Scrivo queste righe venerdì nel primo pomeriggio e in questo momento non riesco a trovare sul web nessun traccia di cronache sul presidio di ieri. Di seguito riporto invece una lettera pubblicata questa mattina sul quotidiano il manifesto che spiega proprio come le iniziative esistenti contro la guerra non sono raccontate dall' informazione italiana attuale. Un problema questo però che deve essere affrontato prima di tutto dallo stesso movimento, senza aspettare aiuti da chi talvolta più che disinteresse ha obiettivi contrari ai suoi.

Di seguito la lettera dal manifesto di oggi:

L' informazione e la pace

Alla lettrice che scrive indignata perché non si scende in piazza contro le guerre condotte dagli USA e dai loro alleati europei che stanno insanguinando il mondo faccio notare che sabato 14 aprile si è tenuto a Milano un presidio contro il lancio di missili sulla Siria da parte degli Stati Uniti, Francia e Inghilterra e con il consenso dell' Italia.
Naturalmente l' appuntamento è stato ignorato da tutti gli organi di informazione compresi quelli che si definiscono di sinistra. E sarà la stessa cosa per la manifestazione programmata per sabato 21 aprile a Sigonella.

Moreno Alampi

Come fare allora a ricostruire un movimento contro la guerra con un minimo di consistenza, visibilità ed efficacia ?

Il primo passo è cominciare a parlarne, e ieri pomeriggio ho portato al sit in anche un cartello

“ Per un movimento

indipendente

contro le guerre,

unitario

tra diversi “

Ma il secondo passo necessario è mettere insieme chi lavora separato.

Non so se sarà visibile a breve una aggregazione contro la guerra consistente, sicuramente non saranno visibili le troppe piccole aggregazioni attuali.

Marco Palombo

venerdì 20 aprile 2018

In memoria di Don Tonino Bello di Alex Langer


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Il 20 aprile 2018 Papa Francesco rende omaggio a don Tonino Bello. Un gesto umile, dal grande significato. Ho conosciuto don Tonino grazie ad un'altra bella persona, Alex Langer. 

In quest'occasione mi piace riproporre qui uno degli scritti più belli di Alex, "A proposito di Giona". E' una relazione dell'aprile 1991, che poi Alex completa e dedica alla memoria di don Tonino nel maggio del 1995.

Francesco, Tonino, Alex, sono profeti, come Giona, che hanno avuto una missione difficile: il loro messaggio è impopolare, ma decisivo per tutti noi. Chiediamo loro perdono per i pesi che hanno dovuto portare. Ringraziamo chi ce li ha mandati." - (Mao Valpiana) 

A PROPOSITO DI GIONA
E' un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull'impegno pubblico, specie politico. Troppa è la corruzione, la falsità, il trionfo dell'apparenza e della volgarità. Troppo accreditati i finti rinnovamenti, moralismi abusivi, demagogia e semplicismo. Troppo evidente la carica di eversione e deviazione che caratterizza mansioni che dovevano essere di estrema responsabilità. Troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia.
Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare - semmai - altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?
O dobbiamo forse riandare alla storia di Giona, precettato per recarsi a Ninive, a raccontare agli abitanti di quella città una novella pesante e sgradevole, tanto da indurlo alla diserzione, imbarcandosi sulla prima nave che andava in direzione lontana e contraria, pur di non portare il messaggio?
Sappiamo com'è andata a finire: la tempesta, il rischio di naufragio, Giona scoperto, identificato come causa dell'ira degli elementi e gettato dalla nave, inghiottito dal pesce enorme e riportato esattamente là dove aveva abbandonato e doveva quindi proseguire il suo compito. (I dettagli e la fine della storia conviene leggerli nell'originale.)
1. Giona è un "profeta contro-voglia", che deve essere assai faticosamente convinto a portare a destinazione il messaggio che gli è stato affidato.
Fatica ad accettare il suo mandato chi ha capito cose importanti e necessarie anche agli altri e sa che sarà assai impopolare diffondere un messaggio che non promette vantaggi e prebende, ma chiede cambiamenti profondi e va contro corrente.
Quanta distanza dai tanti profeti auto-investiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna "nomination", ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore: la persona del "profeta", gli interessi del "profeta", l'acquiescenza a gusti facili ed alla demagogia, rendono spesso difficile percepire i messaggi importanti e veri.
Si ha una acuta sensazione di non-verità di fronte ai messaggi gridati dai mass-media, dalla competizione politica, dalla pubblicità, dalla convegnistica, dallo stesso sdegno di chi proclama ad alta voce la propria opposizione ed alternatività. E non si riesce a dar credito a ricostruzioni, teoremi, ideologie che tutto spiegano, tutto inquadrano, tutto giustificano, in tutto fanno tornare i conti. C'è sete di messaggi semplici e veri: verificati, cioè, dall'esperienza vissuta, non gonfiati o aggiustati per colpire meglio l'attenzione o la curiosità.
2. Quando il profeta finalmente la raggiunge e l'avvisa, la città di Ninive prende le sue misure per obbedire all'avvertimento profetico. Eccelle, tra i provvedimenti adottati per risanare e purificare la città, il digiuno. "Ognuno si converta dalla sua malvagia condotta e dall'iniquità che è nelle sue mani". Gli animali, fratelli degli uomini, prendono parte al digiuno. Viene emanato il "decreto del re": mostra che non basta la conversione individuale, occorre anche cambiare qualcosa nelle regole della città, per cambiare strada.
Quante Chernobyl, quanti incendi nel Golfo, quante guerre, quanti attentati, quanta deforestazione, quanti studi e previsioni catastrofiche ci occorreranno per prendere le nostre misure e digiunare?
Nel digiuno si può ottimamente sintetizzare il cuore del messaggio anche della "conversione ecologica": la corsa sfrenata al profitto, all'espansione, alla crescita economica, alla dissipazione energetica ed alimentare, alla super-motorizzazione, alla montagna ormai ingestibile dei rifiuti... un digiuno, una scelta di autolimitazione, del "vivere meglio con meno", è oggi necessario ed urgente. Anche a costo di apparire impopolari.
3. Giona, il profeta "catastrofista", sembra quasi deluso che poi la catastrofe non si avvera, e se la prende con Dio. Quasi sembra dire che "era inutile obbligarmi alla missione profetica, tanto lo sapevo che non sarebbe venuta così grossa..."
Oggi, soprattutto in campo ambientale, è tutta una profezia di sventura (dal "Worldwatch Institute" al WWF..; dall'ozono all'"effetto serra"..); c'è a volte il rischio di essere catastrofisti e di terrorizzare la gente, la qual cosa non sempre aiuta a cambiare strada, ma può indurre a rassegnarcisi. Piuttosto bisogna indicare strade di conversione, se si vogliono evitare ragionamenti come "dopo di noi il diluvio", "tanto è tutto inutile e la corsa è disperatamente persa..", "se io non inquino, ce ne sono mille altri che invece lo fanno.."
La "conversione ecologica" è cosa molto concreta . Esempi possibili si trovano in tutti i campi, dall'uso di detersivi meno inquinanti alla rinuncia frequente all'automobile, dalla sistematica separazione dei rifiuti per ricuperarne il massimo e non appesantire la terra con residui "indigesti" alla riduzione dei nostri consumi energetici. Occorrono comportamenti personali, ma anche "decreti del re".
Nelle nostre città anche un'altra conversione sembrerebbe importante: la "conversione alla convivenza". Ai vecchi abitanti di Ninive se ne sono aggiunti tanti nuovi, la città è ancora troppo divisa e contrapposta, mancano spazi comuni, occasioni comuni di incontro e di azione tra persone di diversa provenienza.
4. Il profeta finalmente si ritira nei pressi della città per contemplare gli effetti della sua missione. Una pianta di ricino gli spunta sopra la testa per dargli ombra - e così com'è spuntata, si secca e scompare. Qualcosa di completamente gratuito ed immeritato, come al profeta (che se ne lamenta) sembra immeritata la sua scomparsa.
Abbiamo bisogno di occasioni ed opportunità gratuite nella nostra vita, nella vita delle città e delle campagne. Può bastare anche poco: spazi per sedersi senza dover consumare, accesso alla natura, al mare, al verde, senza dover pagare un biglietto, una fontana pubblica con l'acqua buona alla portata di tutti, biciclette del Comune che si possono prendere in prestito e restituire, un mercatino di scambio dell'usato.... In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi puo comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del "gratuito", di ciò che si puó usare ma non comperare: perché non mettere a disposizione occasioni gratuite - modeste, magari - per dormire, mangiare, rifornirsi di vestiti usati...?
Non so come don Tonino abbia deciso di fare il prete e il vescovo. Non so se abbia mai sentito forti esitazioni, l'impulso di dimettersi, una sensazione di inutilità del suo mandato. Probabilmente non aveva mai bisogno della tempesta e della balena per essere richiamato alla sua missione. Forse sentiva intorno a sé una verità e una semplicità con radici profonde, antiche e popolari. Beati i profeti che non devono passare per la pancia della balena.
Alex Langer
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Articolo di   cronaca collegatoMigliaia di persone ad Alessano accolgono Papa Francesco che rende omaggio a don Tonino Bello Il Pontefice è in Puglia per rendere omaggio a don Tonino Bello, il "vescovo scomodo" morto 25 anni. Dopo aver pregato e deposto un mazzo di fiori sulla tomba, Bergoglio ha parlato davanti a 20 mila persone - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Migliaia-di-persone-ad-Alessano-accolgono-Papa-Francesco-che-rende-omaggio-a-don-Tonino-Bello-d80e4802-e496-422c-8e33-337868156091.html

mercoledì 18 aprile 2018

Lorenzo Muratore, poeta


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Lorenzo Muratore nasce a Ventimiglia (Imperia ) nel 1941 e scrisse il suo primo volumetto "L'Altare della Parola" nel 1956, cioè a soli 15 anni, insieme al suo compagno di liceo Lucio Martelli (1940/ 2006) . Tra i due vi erano allora estreme divergenze politiche e ideologiche ma ciò non impedì una solida amicizia durata mezzo secolo -

Lorenzo si iscrisse giovanissimo alla F.G.C.I. prima e al P.C.I. poi - Oltre alla poesia suoi vivi interessi sono l' etnologia, la filologia, l' arte ( è fratello dell' artista RITA ELVIRA MURATORE ), la linguistica. Ha viaggiato a lungo per l'Europa facendo della Spagna uno dei suoi paese preferiti (e non solo per ragioni politiche).


Mediterraneista (nel senso migliore del termine) per vocazione, Lorenzo (ma anche Rita Elvira) ha subito l'influenza culturale e artistica di Guido Hess "SEBORGA" (1909/ 1990) -

Conterraneo di FRANCESCO BIAMONTI, ELIO LANTERI, MARINO MAGLIANI e altri ha scritto nell' antologia " La Mela di Newton", 1998, in OVER AGE, " Apocalittici e Disapprovati (Transeuropa, 2009), dove è uscito il racconto "Madagascar", con la    p l a q u e t t e   "Pitture Nere e altre immagini" , "Studio sui romanzi di Marino Magliani" (Eumeswil Arti Grafiche, 2010) illustrata dalla già ricordata sorella RITA ELVIRA MURATORE - Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo "Fanciulli di sabbia" ( Ediz. Le Golette), il cui   i n c i p i t  è stato in parte anticipato sul terzo numero della rivista "Atti Impuri" .

Gianni Donaudi


I versi che ora pubblichiamo sono tratti, appunto, dall' "Altare della Parola" ( 1956 ) :

NOI

Magia,
Frenesia
Sotto gli alberi
tra i ruderi
Noi! E tra le foglie noi


ELLENICA

Dolce è la fin di 
Primavera
e l' inno
che la campagna in fior
sussurra al vento


STORIA

Il fiume della Storia/ è come il fiume Roja :
un' immondizia grande, / ma quando è notte
e la luna persiana splende/ scintilla come un'
immobile perfezione.

lunedì 16 aprile 2018

Contro la guerra, una proposta di Enrico Peyretti


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Premesse per una proposta 

- La guerra tortura i popoli e distrugge le case, cioè la vita, chiude i 
bambini nell'inferno fin dalla nascita, condanna 70 milioni di profughi a non 
avere dove posare il capo per riposare, e dove lavorare per vivere da 
cittadini. 

- Siria, Yemen, Sudan, Congo, eccetera, continuate voi la litania dolorosa 
della morte inflitta con le armi, con l'economia di rapina e con la 
diseguaglianza violenta. 

- Tutti quanti hanno sentimenti di umanità sono offesi e disperati. Siamo 
offesi e disperati. Non vediamo soluzioni, ma accanitamente vogliamo soluzioni 
dei conflitti senza morte, con la parola disarmata del dialogo, con la ragione 
umana intelligente della vita - che ci distingue dalle bombe "intelligenti" -, 
col coraggio che la dignità esige. 

- Offesi e disperati, ma non rassegnati, e dunque inventivi. Dobbiamo 
inventare soluzioni pacifiche, altrimenti non siamo degni di vivere. Invece di 
suicidarci, proponiamo e ci offriamo. 

- Il potere  e il dovere di vivere tutti, senza uccidere e distruggere, 
appartiene ai popoli, prima che ai capi politici. Un capo è legittimo se serve 
la vita dei popoli, tutti i popoli, e non solo del suo. Se fa politica di 
potenza, è delinquente internazionale, nemico di tutti. Non vogliamo la sua 
morte, ma il suo ritorno alla saggezza, oppure alla vita privata, destituito 
di potere sugli altri. 

Proposta 

- Vorremmo essere capaci di correre dove famiglie e bambini sono bombardati, 
le loro case distrutte. Vorremmo essere capaci di fare scudo umano alla loro 
vita, esercitare il primo e ultimo dei diritti umani a favore di chi è offeso 
nel diritto di vivere senza minaccia. 

- Qualche tentativo di interposizione umana, con la forza della vita 
disarmata, è stato fatto in passato (esempio: Sarajevo 1992). Ogni tentativo 
giusto non rimane senza frutto, anche se non subito, ma nel tempo successivo. 

- Proposta: ci sono dappertutto persone, uomini e donne, che rappresentano i 
popoli, o perché scelti liberamente, ma anche informalmente, per qualità 
morali, per saggezza, per bontà personale, per ricerca e amore della bellezza 
nelle arti, per dedizione ai più poveri, per libertà di parola, per capacità 
di interpretare e dar voce ai sentimenti comuni, per intensità di vita 
spirituale, per cultura aperta alle varie culture umane, per passione della 
giustizia, per semplice onestà popolare. Queste persone rappresentano la 
migliore umanità dei popoli nella sostanza reale , ancor più che attraverso i 
meccanismi democratici, preziosi e irrinunciabili, ma inquinati, come vediamo 
dappertutto, da interessi privati e volontà di dominio. Senza assolutamente 
sostituire né delegittimare le forme democratiche, che sono irrinunciabili, 
oggi le voci dell'umanità dei popoli, ignorate, tacitate, impedite, deformate, 
devono farsi sentire: non per decidere le controversie, ma per obbligare 
moralmente, con la forza della verità umana, i responsabili politici a 
decidere in modo umano, per la vita giusta e libera, per la mediazione tra i 
diversi bisogni e i diversi interessi, senza uso della morte e della 
prepotenza. 

- Senza falsa umiltà (non sono tempi di finezze formali), queste persone si 
riconoscano tra loro, anche di culture e idee diverse, si convochino a 
vicenda, uomini e donne, più famosi o meno famosi presso i popoli. Usino bene, 
per una volta, la fama meritata, deposto ogni orgoglio e vanto personale, 
parlino alla gente non per farsi ammirare, ma per servire la vita di tutti. Se 
sono ricchi, impegnino il loro denaro. Si radunino a Ginevra, sede europea 
delle Nazioni Unite. Vadano insieme a Damasco, luogo oggi emblematico, dove si 
spara e si bombarda, vadano senza vanto, con coraggio fisico, disponibili ad 
usare la vita in difesa della vita. Rappresentino noi tutti come ambasciatori 
di fatto della volontà di vita giusta e libera di tutti, dal bambino nato ieri 
nell'orrore, che ci invoca in modo irresistibile, fino al vecchio che vuol 
morire in pace tra i suoi, nel suo paese. Si mettano a fianco dei popoli 
torturati. Sappiano di essere più forti dei bombardatori stragisti. 

- Paghi le spese del viaggio l'Onu - nulla più di questo è nelle sue 
competenze e doveri - e paghiamole noi stessi, contribuendo generosamente, noi 
tutti che comprendiamo un'azione come questa. 

- Sia questa una assemblea umana spontanea, in uno dei luoghi della guerra 
oscena. Ogni persona famosa chiami e porti con sé un'altra persona sconosciuta 
- rendiamoci disponibili con coraggio - che rappresenti i milioni e miliardi 
di umili sconosciuti, che sono la carne violentata dell'umanità. 

- Sarà come la crociata disarmata dei bambini? Perché no? I bambini ingenui 
hanno la pura sapienza della vita. C'è una forza della vita, superiore alle 
forze della morte, del dominio, delle armi, dell'economia feroce che divora le 
persone, della politica che tradisce i popoli. Ma sarà soprattutto un'azione 
che svergogna e obbliga i decisori politici, i lanciatori di missili contro 
terra e case, gli spargitori di veleni che uccidono il respiro, i 
trasmettitori di falsità che uccidono la conoscenza. Sarà un'azione che denuda 
i potenti violenti - "Il re è nudo" gridò il bambino mentre tutti fingevano di 
vederlo vestito - e li mostra per ciò che sono e fanno: nemici della vita, 
delle vittime, e di noi spettatori offesi. Noi non li odiamo, vogliamo solo 
che ritornino nell'umanità. Siamo umani, ridiventiamo umani, restiamo umani. 

- Sarà possibile? Sarà efficace? Avete altre migliori idee che ci riscattino 
dalla vergogna di assistere all'uccisione dell'umanità, nei corpi e negli 
animi? 

Enrico Peyretti
Lista Pace 



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domenica 15 aprile 2018

Produzione del nostro cibo in chiave ecologica e sostenibile


Tra le varie componenti che entrano a far parte del vivere in sintonia
con l’ambiente naturale e sociale secondo il bioregionalismo il
rapporto uomo-animali è l’argomento a me più “congeniale”.

Sono veterinaria e mi occupo principalmente di allevamenti,
allevamenti di animali tenuti per la produzione di alimenti di origine
animale.

L’alimentazione, nell’ambito della RBI è sempre stato un argomento
molto dibattuto e con opinioni diverse, come è giusto che sia: su
questa Terra è impensabile che tutti abbiamo lo stesso sentire nei
riguardi delle diverse componenti.

L'Italia è una terra di tradizioni contadine e di ricchezza di
prodotti sia di origine vegetale che  animale: le eccellenze agricole
sono fonte di guadagni, ancora, e di ricerca di sempre nuovi mercati,
dato che, a causa della crisi economica e della concorrenza c’è la
necessità di nuovi sbocchi commerciali. Siamo infatti, in questo
settore in una situazione quasi di sovrapproduzione, almeno per quel
che riguarda i prodotti tipici, dovuta alla necessità di ammortizzare
i costi con un' incentivazione della spinta produttiva, tramite la
meccanizzazione, la selezione di razze sempre più produttive, a
scapito però di altri valori, come la robustezza, la resistenza alle
malattie e la longevità degli animali.

Nel bioregionalismo si ricerca invece un legame del cibo con il
territorio, si suppone che il cibo prodotto localmente e che non ha
subito conservazione e trasporto sia più in sintonia con l’organismo
che lo deve ricevere. Ovviamente c’è anche un aspetto “ecologico” in
questo: i trasporti e la conservazione degli alimenti sono attività di
per sé antiecologiche, comportano consumo o spreco di risorse
combustibili fossili sia per il funzionamento degli autoveicoli che
delle apparecchiature di refrigerazione.

Alla base del disequilibrio che secondo me si è creato nel settore
dell’allevamento, soprattutto nelle zone a diffusione dell’allevamento
intensivo come qui da noi, ci sono fattori economici: una volta, fino
a 60 anni fa circa, un’azienda agricola era costituita da un
appezzamento di terra su cui venivano coltivati diversi prodotti (e la
rotazione delle colture era sempre applicata) e che allevava animali
più che altro come integrazione dell’attività, come risorsa di concime
e come integrazione all’alimentazione della famiglia o delle famiglie
che vivevano nell’azienda.

Mangiare un po’ di carne solo una volta alla settimana o anche meno
era una cosa normale, qualche uovo o frittata entrava anche questo
nella dieta con parsimonia e solo nel periodo di deposizione naturale
delle uova da parte delle galline. Spesso era presente nella azienda
anche un porcile con uno o pochi maiali che venivano macellati in
pieno inverno per farne salumi da consumare nel resto dell’anno.

Poi la carne diventò uno status symbol: mangiare carne era segno di
ricchezza o perlomeno di essere benestanti, e quindi, con la ripresa
economica del dopo-guerra aumentò la richiesta di cibi di origine
animale, in primis della carne. I piccoli allevamenti annessi alle
aziende agricole non furono più sufficienti a soddisfare le richieste
e questo fece intravedere la possibilità di guadagni insperati e
allora dai con gli allevamenti costituiti da un numero sempre maggiore
di capi, sempre più meccanizzati, sempre più disumani, con animali
selezionati a produrre sempre di più fino ad arrivare ad esempio a
polli sempre più pesanti tanto che gli arti non riescono a sostenere
il corpo o vacche sempre più produttive in latte tanto che dopo due
parti sono già distrutte o per un verso o per l’altro (mastiti,
ipofecondità, lesioni podali), tanto che sono da scartare, quando non
muoiono o devono essere macellate in stalla.

Il sistema poi implode su se stesso in quanto la speranza di maggiori
guadagni, ha fatto moltiplicare queste realtà con un aumento della
produzione che per un po’ è stata in equilibrio con i consumi, e,
seguendo le leggi del mercato, queste attività hanno consentito lauti
guadagni, ma la concorrenza poi ha avuto il sopravvento e i ricavi
dalla produzione hanno continuato a mantenersi sugli stessi livelli,
mentre i costi tutti i fattori di produzione aumentavano (mangimi,
manodopera), lasciando ai produttori margini sempre più risicati.

Caso tipico in cui al peggioramento della qualità della vita degli
animali, sempre più sfruttati, ha corrisposto un peggioramento della
qualità della vita dell’allevatore, costretto a lavorare sempre di più
e sempre con minori soddisfazioni.

Nella RBI si è molto parlato di regime alimentare, alcuni esponenti
vegetariani o vegani per motivi etici si battono per un abbandono
totale e immediato del consumo di alimenti di origine animale, altri
ritengono che un consumo moderato di prodotti di animali allevati
rispettando il loro benessere sia possibile e auspicabile.

Personalmente non ritengo ci sia un modus che debba andare bene per
tutti, ma sicuramente ritengo che dobbiamo tutti prendere coscienza
che l’allevamento intensivo non è etico ed è antiecologico: in un
mondo dove miliardi di persone muoiono di fame, continuare ad allevare
animali consumando risorse che potrebbero nutrire direttamente il
genere umano, non è più possibile; inoltre la sofferenza ingenerata in
questi esseri viventi che hanno avuta la fortuna- sfortuna (destino)
di vivere la loro esistenza su questa Terra assieme a noi non può più
essere ignorata: non possiamo più ignorare di esserne responsabili,
anche indirettamente, così come non possiamo più ignorare di essere,
come specie, responsabili, della rovina in cui stiamo mandando il
nostro pianeta con tutte le nostre attività, non mi riferisco
ovviamente solo all’alimentazione, ma a tutti i settori del nostro
vivere.

Prendere coscienza delle conseguenze del nostro modo di vivere è il
primo passo per poter dare alla Terra una speranza di sopravvivenza a
lungo termine cercando di fare in modo per quelle che sono le
possibilità di ognuno di noi, di lasciare ai nostri figli e nipoti un
mondo meno inquinato e più in armonia di quello di oggi. Ritornare ad
un sistema di vita semplice, in cui i rapporti umani e la vita nella
natura, immersi nel mondo umano, animale e vegetale, ci può dare tutto
quello di cui abbiamo bisogno senza necessità di consumi superflui e
sprechi che comportino un ulteriore deterioramento di quel paradiso
che ci era stato donato e che noi, esseri umani, abbiamo rovinato per
il nostro sconfinato egoismo.

Caterina Regazzi - Rete Bioregionale Italiana






Di questo e simili temi se ne parlerà durante  la  Festa dei Precursori  che si tiene a Treia dal 27 al 29 aprile 2018