Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

lunedì 25 dicembre 2017

Israele - Cristiani in via di estinzione


Risultati immagini per Israele - Cristiani in via di estinzione
I cristiani della Terra Santa, divisi fra Israele e Palestina, stanno scomparendo. Nell’ultimo secolo, il lento e graduale processo di fuoriuscita dai territori palestinesi e israeliani è andato crescendo, ed oggi si rischia la scomparsa dei fedeli della seconda religione più antica di quelle terre. Sembra paradossale, ma purtroppo è un dato di fatto che nella culla del cristianesimo, i cristiani siano sempre di meno. Secondo gli ultimi dati, fra territori palestinesi e Israele, il numero totale dei cristiani si aggira intorno alle 170mila anime. Di queste 170mila persone, 120mila vivono in Israele, mentre gli altri 50mila vivono divisi fra Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania. I dati, forniti dal pastore luterano Mitri Raheb, fondatore e presidente dell’Università “Dar al-Kalima” di Betlemme, fanno parte di uno studio pubblicato dal sito Christian Media Centre e condotto proprio dalla stessa università Dar al-Kalima, dal titolo “Emigrazione cristiana dalla Terra Santa, ragioni e numeri”. Un popolo diviso come sono divisi i luoghi sacri, sperati da confini e muri che costringono molti cittadini di fede cristiana a dover chiedere permessi speciali per recarsi in pellegrinaggio o a pregare nei posti del Vangelo e nelle chiese più antiche di quella terra.
I numeri della diaspora cristiana sono molto seri. Nel 1850, i cristiani di Palestina, intesa come regione storica, erano più dell’11 per cento della popolazione locale. Oggi, i cristiani sono circa l’1.7 per cento degli abitanti. Un crollo vertiginoso che ha radici economiche, sociali, politiche e religiose e che ormai caratterizza sia il presente che il futuro del cristianesimo della Terra Santa. A questo crollo delle presenze, si aggiunge, infatti, anche quello già prevedibile nel futuro: un quarto degli intervistati ha dichiarato di considerare la possibilità di lasciare il proprio Paese nei prossimi 10 anni. In particolare, il problema lo vivono i cristiani palestinesi, che condividono con gli abitanti dei territori di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, tutti i problemi economici e politici legati alla difficile situazione di quelle aree. Tra i mille individui intervistati, 500 cristiani e 500 musulmani, in pochissimi hanno inserito la discriminazione religiosa come problema per cui i cristiani potrebbero cambiare Paese. Quasi tutti considerano la mancanza di case e di lavoro come vero e proprio ostacolo alla loro permanenza in quelle terre. Mentre in Israele, dove le condizioni di vita e di lavoro sono nettamente migliori, molti denunciano il sentirsi dei cittadini di seconda classe, non riconoscendosi in uno Stato che fa dell’ebraismo il pilastro della propria esistenza.
Nella grave situazione che vive la Terra Santa, divisa fra Israele e Palestina, i cristiani ora sono la minoranza più debole. Per il reverendo Raheb, nato 55 anni fa a Betlemme, “la nostra semplice esistenza come cristiani è un inconveniente che rende impossibile etichettare il conflitto come guerra religiosa tra ebrei e musulmani. Non è un problema religioso, è un conflitto su terra e risorse”. Un messaggio che deve far riflettere tutti quelli che vogliono assegnare facili definizioni alle parti contendenti. I cristiani palestinesi oggi sono una minoranza oppressa al pari dei cristiani di altri Paesi. Con l’unica differenza che vivono in una condizione del tutto peculiare per cui non sono mai considerati dalle cronache della regione, neanche come vittime. Esistono anche comunità cristiane che si stanno mobilitando per costruire villaggi per sfuggire a questa logica. Sono in particolare i cristiani aramei, che nel nord della Galilea, sotto la guida di Shadi Jalul, difendono la loro alterità rispetto agli arabi e difendono la loro appartenenza allo Stato di Israele. Idee del tutto diverse rispetto a coloro che vivono nei territori occupati e che dimostrano come questo conflitto divida anche una comunità così piccola e a rischio come quella cristiana.L’unità d’intenti dei leader cristiani di Palestina nei confronti della scelta di Trump su Gerusalemme, ha evidenziato come siano ormai tutti consapevoli che in questa disputa sulla città santa, i cristiani, pur come minoranza, possono essere un fattore di stabilità. La loro terzietà rispetto a ebrei e musulmani, ma anche la loro tradizionale presenza in quel territorio, sono fattori che giocano a favore dell’importanza dei credenti delle varie confessioni cristiane, E non è un caso che tutti i cristiani del mondo, ad eccezione degli evangelici più affini tradizionalmente all’ebraismo (e grandi sostenitori di Donald Trump in campagna elettorale), si siano uniti per appellarsi al presidente Usa. In gioco non c’è solo il futuro di Gerusalemme come capitale, ma quello di Gerusalemme come città santa anche dei cristiani. E che, come hanno detto i capi cristiani, deve essere “città di tutti”.
Lorenzo Vita
Immagine correlata

sabato 23 dicembre 2017

Il Natale di un buon cavallo pazzo...

Risultati immagini per cavallo pazzo

Non è un caso se l'uomo che fu in grado di smascherare tutte le fasullità e le ipocrisie della cultura occidentale, che ci ha insegnato a ridere di noi stessi e di ogni verità oggettiva e universale, fino ad uccidere Dio, decretando la fine di ogni morale certa (soprattutto quella cristiana)... fu il medesimo che finì per ballare nudo in casa di ospiti, urlare a squarciagola per la strada apostrofando i passanti, gettare le braccia al collo ad un cavallo perché maltrattato dal carrettiere.
Non è un caso se l'uomo che volle ergersi come superuomo tra gli uomini, che concepì la sete di verità al pari degli istinti biologici, a tal punto da violare profondità inaccessibili dell'animo umano e scovando segreti che i più non potrebbero sopportare... fu lo stesso che finì rinchiuso in un manicomio e che voleva farsi chiamare Dioniso, Guglielmo III, il Cristo. Lo stesso che in quel manicomio scambiò il proprio medico nel cancelliere Bismark, chiedendogli di eseguire le proprie orride composizioni musicali, mentre si cospargeva il corpo di escrementi e beveva la propria urina da uno stivale.
Come se bisognasse diventare folli (perché pazzo lo era davvero per una sifilide trascurata da anni), per raggiungere le vette più alte del pensiero, e abbandonare i limiti imposti dall'intelletto per poter scorgere con lucidità la miseria - e la bellezza - della condizione umana. Come se solo abbandonando arditamente la ragione, si potesse squarciare la "realtà", discostare il Velo di Maya (come lo chiamano alcuni), e da quella feritoia poterne intravedere tesori d'inestimabile valore. Ma a caro prezzo. Come chi, non resistendo alla propria morbosa curiosità, ha voluto vedere in faccia la tremenda irresistibile Medusa.
Quell'uomo, emarginato, totalmente solo, megalomane, rivoluzionario, dissacratore, estremamente cagionevole e instabile mentalmente... quel misero uomo "dinamite", si chiamava Friedrich Wilhelm Nietzsche.

Stefano Andreoli

mercoledì 20 dicembre 2017

Kenan Malik: Il multiculturalismo e i suoi critici – Recensione di Marinella Correggia


Risultati immagini per Kenan Malik, Il multiculturalismo e i suoi critici



Kenan Malik, Il multiculturalismo e i suoi critici. Ripensare la diversità dopo l’11 settembre, edizioni Nessun dogma, Roma 2016, pag. 94, 10 euro

Studioso britannico di origine indiana, Malik motiva in questo breve, utile saggio la propria critica sia agli avversari del multiculturalismo (solo 20 anni fa universalmente visto come la soluzione ai tanti problemi dell’Europa sociale, e ora invece sempre più accusato – con venature razziste – di minare la civiltà occidentale), sia al…multiculturalismo stesso: «Io lo critico proprio perché sono a favore dell’immigrazione, contrasto l’odio che monta verso i musulmani e accetto la diversità».

Sembra una contraddizione, adesso che «sotto i colpi della destra razzista è caduta la lunga tradizione di critici progressisti e di sinistra al multiculturalismo come processo politico che ha l’obiettivo di gestire l’esperienza vissuta della diversità culturale». Eppure, «la sfida al multiculturalismo e quella ai suoi nemici di destra sono inseparabili», perché il processo politico multiculturale tende a «inserire le persone in contenitori etnici e culturali» (la comunità bengalese, la comunità sikh, la comunità musulmana…). Un argomento «per sorvegliare i confini fisici, culturali e immaginativi anziché aprire le menti e i confini» come fanno invece la diversità e le migrazioni di massa.

La maggior parte dei multi-culturalisti ritiene che le persone dovrebbero essere trattate non in maniera uguale malgrado le differenze ma in maniera differenziata proprio per via di queste ultime. Così va a quel paese l’antico concetto di uguaglianza, fondato sull’idea illuminista di universalismo. 

«Al posto dei diritti universali arrivano quelli differenziati». E c’è uno «slittamento dall’idea che gli esseri umani siano portatori di cultura a quella che debbano farsi portatori di una determinata cultura». Questo approccio nega le differenze individuali dentro le comunità di minoranza. Si cade – il colmo dei paradossi – in un discorso di differenza razziale, di «cultura definita dalla discendenza biologica». Un modo garbato di fare del razzismo «scientifico»; un invito a pensare alle culture umane in termini di immutabilità.

Il saggio è denso di esempi pratici (una donna musulmana che rifiuta la sharia, dimostra che non si vuole integrare? Un afrocaraibico a Birmingham deve per forza aderire alle chiese dei neri? Un bengalese che non sente l’orgoglio islamico, è fuori? Un ebreo che non si sente parte dell’ebraismo, è incapace di vivere bene? Insomma i tuoi antenati definiscono ciò che tu devi fare e pensare?) e storici (le passate generazioni di migranti in Occidente erano preoccupate non per il desiderio di essere trattate in maniera differente, ma perché erano trattate in maniera differente!).

Molto interessanti, e non note, le vicende storiche delle politiche multiculturaliste di cui l’élite politica si è servita in Germania (dove invece di garantire cittadinanza e inclusione, agli immigrati fu «permesso» di conservare cultura, lingua e stile di vita, creando «comunità parallele») e nel Regno unito, con gli individui provenienti dalle comunità di minoranza classificati non come cittadini ma come membri di gruppi etnici. In entrambi i casi si sono create società frammentate, fomentando rifiuto e razzismo da parte degli autoctoni e ostilità e alienazione da parte delle «comunità», avverse anche le une alle altre, in una sorta di «monoculturalismo plurale» (Amartya Sen).

Forse il disastro più grave del multiculturalismo è stato quello di far promuovere a rappresentanti autentici delle comunità le figure più conservatrici e fanatiche; marginalizzando le altre. Emblematica la vicenda delle vignette danesi su Maometto (2005), che andò in modo molto diverso da quanto raccontato. Furono necessarie la tigna maligna di certi giornalisti che sobillarono imam pro-Bin Laden, e la follia dell’Arabia saudita – che arrivò a boicottare le merci della Danimarca – per passare dall’indifferenza (da parte degli stessi cittadini musulmani) a una reazione a valanga mondiale e mortale . Le vignette furono uno strumento usato dall’estremismo.

E i versetti satanici di Salman Rushdie? Andò allo stesso modo, sempre con lo zampone dei Saud che indusse per contrasto l’Iran a emettere la fatwa.. Con lo stesso risultato: l’identificazione dei musulmani con i fondamentalisti.

Ecco così che alla fine «il bersaglio principale del multiculturalismo diventano gli stessi immigrati», percepiti come una minaccia anziché come una ricchezza. E «l’illuminismo diventa un’arma nello scontro di civiltà, anziché di progresso sul fronte dei diritti civili e della giustizia sociale»; diventa «tanto un criterio di attaccamento tribale, quanto di politiche progressiste». Si sfocia nel contro-illuminismo.

Nessun Dogma è la casa editrice dell’Unione degli atei agnostici razionalisti (Uaar).


Marinella Correggia

Immagine correlata

Castelli Romani - Iniziative culturali natalizie Controluce


L'immagine può contenere: 1 persona

Da giovedì 21 a sabato 23 dicembre 2017 (dalle 10 alle 19:30)
presso la Sala consiliare (Tinello Borghese) di Monte Compatri
L'Associazione Photo Club Controluce e il Comune di Monte Compatri presentano

21-23 dicembre ore 10-13 / 16-20
Mostra di antiche foto dei Castelli romani
messe a disposizione da Aurelio Felici
Presentazione della Mostra il 21 dicembre alle ore 17

22 dicembre ore 18: Presentazione del libro
Racconti inediti in dialetto monticiano

di Tarquinio Minotti
contenente:
Il dialetto di Monte Compatri
di Maurizio Dardano
Saranno presenti gli autori

22 dicembre ore 18: Presentazione del libro
Il dialetto monticiano nella poesia di Tarquinio Minotti

di Elena Campolongo
Sarà presente l’autrice

23 dicembre ore 18: Presentazione del libro
È tutto qui

di Sabrina Falcone
Sarà presente l’autrice
Nei giorni della mostra:
Esposizione delle Edizioni Controluce
Saranno proposte le opere più significative del catalogo

Ingresso libero

Info: redazione@controluce.it - 3392437079 - 3381490935

martedì 19 dicembre 2017

Yule, la festa del sole...


Immagine correlata


Nelle tradizioni germanica e celtica precristiana, Yule era la festa del
solstizio d inverno. Nel paganesimo e nel neopaganesimo, soprattutto in quello
germanico, rappresenta uno degli otto giorni solari, o sabbat ; viene celebrata
intorno al 21 dicembre.
L'etimologia della parola "Yule" (Jól) non è chiara. È diffusa l'idea che derivi
dal norreno Hjól ("ruota"), con riferimento al fatto che, nel solstizio
d'inverno, la "ruota dell'anno si trova al suo estremo inferiore e inizia a
risalire". I linguisti suggeriscono invece che Jól sia stata ereditata dalle
lingue germaniche da un substrato linguistico pre-indoeuropeo.
Nella Wicca Yule è una delle feste minori degli otto Sabbat
e viene festeggiata il 21 dicembre. In alcune tradizioni si commemora la morte
dello Holly King ("Re Agrifoglio") che simboleggia l'anno vecchio ed il sole al
declino, per mano del suo successore, Oak King ("Re Quercia"), che simboleggia
l'anno nuovo ed il sole che inizia la sua ascesa. In altre

tradizioni si celebra la nascita del nuovo dio sole bambino, (vedi anche
l'antica festività Romana del sol invictus).
Il rituale tradizionale è una veglia celebrata dal tramonto all'alba successiva
(la notte più lunga dell'anno) per assicurarsi che il sole sorga nuovamente.
Fra i sabbat neopagani, Yule è preceduto da Samhain e seguito da Imbolc.
Mentre l'anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono
sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre. II
respiro della natura è sospeso, nell'attesa di una trasformazione, e il tempo
stesso pare fermarsi. E' uno dei momenti di passaggio dell'anno, forse il piu’
drammatico e paradossale: l'oscuritá regna sovrana, ma nel momento del suo
trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume
invernali.
Dopo il Solstizio, la notte più lunga dell'anno, le giornate ricominciano poco
alla volta ad allungarsi.
Come tutti i momenti di passaggio, Yule è un periodo carico di valenze
simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato
lontanissimo.
Il Natale e' la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la
tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) per il duplice scopo di
celebrare Gesö Cristo come "Sole di giustizia" e creare una celebrazione
alternativa alla piu popolare festa pagana.
Le genti dell'antichitá, che si consideravano parte del grande cerchio della
vita, ritenevano che ogni loro azione, anche la piu piccola, potesse
influenzare i grandi cicli del cosmo. Così si celebravano riti per assicurare
la rigenerazione del sole e si accendevano falo’ per sostenerne la forza e per
incoraggiarne, tramite la cosiddetta "magia simpatica" la rinascita e la
ripresa della sua marcia trionfale.
La natura in questo tempo si riposa per prepararsi a vivere
piu piccola, potesse influenzare i grandi cicli del cosmo. Così
si celebravano riti per assicurare la rigenerazione del sole e si accendevano
falo’ per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta "magia
simpatica" la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale.
La natura in questo tempo si riposa per prepararsi a vivere un nuovo ciclo e
anche per noi sarebbe fisicamente opportuna una pausa, per dedicarci alla
lettura, alla meditazione, a esercizi di rilassamento.
se ricordiamo che questo tempo è quello in cui siamo piu lontani dal sole e
contemporaneamente anche consapevoli della sua rinascita, possiamo provare a
trattenere questa piccola luce in noi. Il Solstizio può essere per noi un
momento molto calmo e importante, in cui nella silenziosa e oscura profonditá
del nostro essere, noi contattiamo la scintilla del nuovo sole. Questa è anche
una opportunitá per gioire e abbandonarci a sentimenti di ottimismo e di
speranza: come il sole risorge, anche noi possiamo uscire dalle tenebre
invernali rigenerati.
Ci sono tanti modi per celebrare a livello spirituale questa festa: alzarci
all'alba e salutare il nuovo sole.
e meditiamo sulla rinascita della luce e sulla nostra rinascita interiore.
Accogliamo le nostre speranze, i nostri sogni per il futuro e salutiamo questa
luce dicendo: "Benvenuta, luce del nuovo sole!".


(Ricevuto da Ferdinando Renzetti)

lunedì 18 dicembre 2017

I popoli nativi contribuiscono a difendere l'ambiente

Risultati immagini per foreste e popoli nativi

Con  la loro gestione delle foreste e di ambienti incontaminati,  i popoli indigeni sono i guardiani di circa un quinto degli stock mondiali di carbonio, in forma di foreste tropicali.  Ben 168 miliardi di tonnellate di carbonio sono protetti nei territori indigeni - tre volte le emissioni annuali del pianeta. Un patrimonio che rischia di essere vanificato - e disperso nell’atmosfera -  se le strutture sociali dei popoli che se ne occupano non saranno protette e rafforzate.

“Il rispetto e il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, il possesso dei loro territori e le conoscenze tradizionali hanno contribuito a una gestione sostenibile di grandi ecosistemi e paesaggi", ha detto Grazia Balawag, del partenariato dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici, le foreste e lo sviluppo sostenibile. Lo studio è stato presentato da un'alleanza di associazioni dei popoli indigeni provenienti da Africa, Asia e America Latina.

La copertura forestale è essenziale per assorbire e trattenere l’anidride carbonica (CO2), il potente gas serra che minaccia il clima globale. Proteggere e ampliare le foreste aiuta a eliminare la CO2 dall’atmosfera, e ad arginare il riscaldamento globale. "Il mondo non ha mai visto una prova così evidente del ruolo delle popolazioni autoctone nella conservazione delle foreste,  che rappresentano la sola soluzione al cambiamento climatico esistente", ha aggiunto Abdon Nababan, che dirige l’ Alleanza  delle popolazioni indigene dell’Arcipelago indonesiano. Eppure i popoli indigeni faticano a vedere riconosciuto il loro ruolo nella protezione del clima, e sono esclusi dalla partecipazione ai negoziati.




(Fonte: http://www.salvaleforeste.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4111&Itemid=999)

giovedì 14 dicembre 2017

Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni scrive alle Istituzioni

Risultati immagini per Popolo Elfico della Valle dei Burroni

La Valle degli Elfi, come forse già sapete, sta attraversando un periodo di grande messa alla prova, e con forza e unione sta richiarendo la visione della direzione da intraprendere come Popolo Unito, con il suo passato e le sue conquiste.
Vuole essere un modello e un ispirazione per tutti, dimostrando che una nuova visione del mondo e delle relazioni è possibile, e che se si cerca bene si può trovare un posto in un mondo che ha dimenticato i valori di libertà,  autonomia, creatività,  autoproduzione, ecc. Ricordando che la Terra è un Bene Comune e che non essendo nostra non ha senso venderla, parcellizzarla, farci speculazione di ogni genere.  La Terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla Terra, ogni cosa è correlata come il sangue che ci unisce.
Anche la Valle degli Elfi è un Bene Comune e va protetto

Giulietta Blu

Risultati immagini per Popolo Elfico della Valle dei Burroni


Lettera Aperta alle Istituzioni

 Al Sindaco di Sambuca Pistoiese
                                                          Avv. Fabio Micheletti
All’Unione Comuni,
                                    Avv. Fabio Micheletti, Benesperi e Baldassarri
All’ente Terre toscane
                                    Del Re, Bertelli e Ciucchi
Al gruppo tecnici
                              Chiti, Matteoni e Bernardi

Noi, membri dell’associazione, “Il popolo elfico della Valle dei Burroni”, a suo tempo abbiamo dato l’incarico ai tecnici Franco Matteoni, Alessandro Chiti e Daniela Bernardi per assisterci nell'iter  di sanatoria richiestoci dal comune di Sambuca Pistoiese atto ad accertare la conformità urbanistica dei lavori di recupero e in certi casi di modifica operati dagli abitanti dei Casali nel territorio di Case Sarti, avute in concessione dall’allora Comunità Montana per conto della Regione Toscana

I lavori in questione rispondono in ogni caso a esigenze basiche e vitali per permettere la sopravvivenza e il sostentamento degli abitanti stessi.

Facciamo presente che i Casali erano fatiscenti taluni completamente deruti e noi li abbiamo rimessi a posto col nostro lavoro di autorecupero completamente a spese nostre.  

Oggi il valore del patrimonio regionale si è decuplicato.

Dalle istituzioni qualificate ci viene richiesto di modificare nuovamente le strutture: abbattimento di tettoie destinate al ricovero della legna, altre parti accessorie per la raccolta dell' acqua, la costruzione del bagno all'interno di case, già fin troppo piccole per il nucleo che vi abita, piuttosto che annettere il bagno esternamente . Soddisfare queste richieste ed attuare queste modifiche piu' che rendere conformità urbanistica agli edifici, costringerebbe gli abitanti a doverli abbandonare.

Pertanto chiediamo di aprire un nuovo tavolo di trattativa che venga incontro anche alle nostre esigenze, tenendo conto delle regole e dei principi che ci siamo dati sull’uso collettivo del territorio, definite nello “Statuto del territorio” e nel “Progetto abitativo degli Elfi” da noi presentato in Comune e Comunità Montana

Nel presentare questi documenti, redatti di comune accordo con i funzionari dell'allora Comunità Montana, noi abbiamo fatto un atto consapevole di autodenuncia nella fiducia di poter trovare un accordo sensato con il comune. 

Ribadiamo altresì che “La Valle” è da noi considerata un Bene Comune ed è nostra volontà andare avanti come Comunità, popolo unito, sostenendo la validità dell’Associazione come solo ed unico referente per qualsiasi concessione, non accettando la parcellizzazione del territorio stesso.

Facciamo inoltre presente che la nostra comunità, fa parte anche della Rive (Rete Italiana villaggi ecologici) e del Gen (Global Ecovillage Network), conduce una vita di ricerca e sperimentazione nel campo sociale tenendo aperte le porte all’ospitalità, dando accoglienza e possibilità di convivenza con noi a migliaia di persone che ci vengono a trovare ogni anno. 
Vogliamo in oltre sottolineare l’utilità ambientale della nostra presenza, come custodi del territorio in maniera ecosostenibile , sperimentando coltivazioni come la permacultura, agricoltura biodinamica e sinergica. Se noi non avessimo abitato e reso vive queste montagne con la nostra presenza, e dei nostri numerosi figli, queste terre sarebbero in stato di abbandono, popolate solo da rovi e animali selvatici, (anche i paesini circostanti hanno tratto qualche beneficio della nostra presenza, ad esempio la scuola di Treppio sarebbe stata chiusa già molti anni fa senza la presenza dei nostri figli).

Cordiali saluti

Il Popolo Elfico


Risultati immagini per Popolo Elfico della Valle dei Burroni