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venerdì 12 ottobre 2012

Dafne Chanaz: "..a proposito di Amaranto e di lotta agli OGM"




LUBBITILLU, RACCONTO D’AMORE GASTRO-BOTANICO

E’ lubbitillu, chillu chi crisci là suttu li piantoni! E te lu magni?” Ecco la chiave di volta della mia lunga epopea all’inseguimento della misteriosa verdura greca.

Chissà, forse vi è capitato nei ristorantini greci se ci siete stati, di ordinare la Horta. Horta significa misticanza, e quindi ce n’è di vari generi. Ma poi col tempo si impara a chiedere se hanno la Horta Vlitta, un particolare tipo di “cicoria” locale, che è troppo buona… Dal sapore delicato e leggermente ferroso, meno tanninica dello spinacio e meno acquosa della bietola, non è amara come la cicoria e profuma leggermente di carciofo. Si mangia all’agro e le sue foglie hanno una consistenza tenera ma corposa che da una certa soddisfazione primordiale, un po’ come il cavolo nero, che quando sta in una zuppa sembra ci sia la carne.

Questo l’assunto edonistico che ha mosso la mia curiosità. Alla base di tutto c’era una domanda: ma possibile che non si trovi in Italia? Con chiunque ne parlassi alzava le sopracciglia o il mento in segno di fatalismo. Ma poi nell’orto retrostante uno di questi ristorantini, ho potuto finalmente intavolare una discussione aperta con la forma botanica di quelle favolose verdure. Come quando si incontra una star in borghese, sono rimasta attonita per un po’ ad osservare la Vlitta in campo: i prodigi gastronomici a volte si riassumono in una grande semplicità!

Infine ho notato nell’aiuola davanti al ristorante una … Vlittina! Non aveva le foglie grandi come l’altra e sembrava spontanea. Dopo aver rafforzato i collegamenti tra Vlittona e Vlittina con una più attenta osservazione, ho ritrovato la vlittina nel giardino della casa dove abitavo sull’isola di Serifos. Allora sono andata dal proprietario dell’orto, valoroso contadino superstite dell’isola, e gli ho chiesto, se si mangiava come quell’altra anche la cugina selvatica. Mi ha subito risposto di sì, andavano raccolte cime e foglie prima che spigasse ed era ancora più saporita. Questa tappa è culminata con un prodigioso contorno di Vlitta tiepida ed una salsina di aglio e mentuccia liberamente tratta dalla tradizione del carciofo alla romana. Non ho ancora avuto il tempo di provare a farci un ripieno per i ravioli, accostandola con la ricotta o con un formaggio di capra fresco, ma sono abbastanza sicura del risultato…

Adesso questa verdura mi aveva compenetrata ed avrei riconosciuto la sua andatura da centinaia di metri, me la sentivo già sotto i denti e mentre rientravo in Italia esploravo avida i bordi delle strade in cerca di conferme… ERA OVUNQUE! Un bel giorno mi sono rifornita di due buste abbondanti di vlitta in un uliveto umbro. Ma volevo chiarire gli ultimi dubbi, ero molto curiosa di conoscere il parere dei contadini e delle nonne della zona. Così gli ho mostrato l’erba di cui andavo parlando, ed è giunta la sentenza: “E’ lubbitillu, chillu chi crisci là suttu li piantoni! E te lu magni?”. Questo il commento del padre di Alba, ma la figlia ha soggiunto: “Bitillu in dialetto significa piccola bieta, e quindi può darsi che la mangiassero in passato, anche se l’usanza si è persa”. Così siamo risaliti all’etimologia latina, Blito: ancora oggi il nome greco e quello umbro se ne discostano poco, poiché βλυττα in greco si scrive con la B, Bieta e Bitillu hanno lo stesso radicale.

Questa pianta altro non è che Amaranto nostrano. Proprio così, è il cugino europeo dell’eroico amaranto Latino Americano che in questo periodo sta sconfiggendo le coltivazioni OGM della Monsanto, affrontando valorosamente gli erbicidi e invadendo i campi di mais transgenico. Mentre i popoli latino americani lo coltivano soprattutto per i semi, noi che abbiamo piante più piccole possiamo mangiarne le foglie. Pare siano addirittura più ricche di proteine della soia!

Dafne Chanaz  


Tratto dal Mensile Terra Nuova http://www.terranuovaedizioni.it


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