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venerdì 7 novembre 2014

Castrignano dei Greci. No alla demolizione del palazzo Liberty "della Cultura"



 Rischio di abbattimento del soprannominato
“Palazzo della Cultura” di Castrignano dei Greci (Lecce),
per un indefinibile progetto di “rigenerazione urbana” finanziato a fondi pubblici!
Un grazioso elegantissimo e storico palazzo-cinema in stile liberty e in pietra leccese scolpita, ubicato in pieno centro storico.
In queste ore sta crescendo una fortissima civica mobilitazione di dissenso e indignazione per salvare quello che
si chiede invece diventi il “Nuovo Cinema Paradiso” della Città!

Nota: a seguito di questo appello espositivo dei fatti che qui trascriviamo, informiamo che la Regione Puglia “Aree Politiche per la mobilità e qualità urbana - Servizio Assetto del Territorio”, con lettera p.e.c. posta certificata, in data 5/11/2014, ha chiesto al Comune di Castrignano dei Greci, in via cautelativa, in regime di tutela, di sospendere i lavori di demolizione dell’immobile e ha convocato un incontro per il giorno 12 novembre, ore 10, presso la sede del Servizio Assetto del Territorio, Bari Japigia, via Gentile n. 52 corpo B terzo piano. Lettera inviata anche alla Soprintendenza di Puglia, e che riportiamo in allegato. Vi invitiamo a partecipare tutte le persone sensibili che hanno a cuore la tutela del nostro comune patrimonio culturale!
   

All’ attenzione di

-) Soprintendenza per i Beni Culturali, Architettonici, Archeologici Paesaggistici e Naturali  della Puglia

-) Assessorato alla Qualità e Assetto del TerritorioRegione Puglia

-) Ministero per i Beni Culturali

-) Difensore Civico della Provincia di Lecce

-) A tutti gli organi di stampa



OGGETTO: Richiesta di urgente intervento al fine di far sospendere i lavori di cantiere in via Umberto I a Castrignano dei Greci in provincia di Lecce, dove sono in corso le fasi iniziali dei lavori preparatori volti allo scriteriato abbattimento del più prezioso palazzo storico in stile Liberty ed in pietra leccese del centro storico, nelle prospicienze del castello-palazzo nobiliare chiamato Castello De Gualtieris. Il palazzo liberty a rischio, da alcuni cittadini è stato chiamato “il nostro Palazzo della Cultura”, a sottolinearne il valore, e con questo nome verrà anche qui indicato di seguito.


Se i lavori di demolizione qui di seguito esposti non saranno fermati in tempo si rischierebbe di vedere abbattuto il palazzo liberty in pietra leccese più bello della città e più ricco di fregi, il Palazzo della Cultura, come è stato anche battezzato da alcuni cittadini sensibili che ci hanno segnalato l’assurdo caso. Un abbattimento con la scusa della valorizzazione del prospetto del castello! Si tratterebbe pertanto di un’oscena “rigenerazione urbana”, poiché è proprio il concetto della rigenerazione che compare nel titolo dei lavori in cantiere, come si legge dal grande cartellone esposto all'inizio di via Umberto I (vedi foto di seguito). Lì nel cartellone, anche, si legge addirittura, nel testo, di “riqualificazione” dell’area: un uso assolutamente scorretto di un tale termine, per un simile progetto che non riqualifica, ma che è volto a distrugge e cancellare i Beni Culturali, quali il prezioso palazzo storico liberty in questione!
Alcuni cittadini salentini sono inorriditi alla lettura del cartellone di cantiere, scoperto casualmente durante una passeggiate in città, nei primi di novembre, ed hanno subito contattato le scriventi associazioni per chiedere che le autorità competenti fossero informate d’urgenza, come stiamo provvedendo qui a fare celermente, perché possano agire con la massima rapidità per salvare quello che è stato battezzato ormai il “Palazzo della Cultura di Castrignano dei Greci”, anche perché, abbiamo appreso, che avrebbe ospitato un teatro-cinema al suo interno nei decenni trascorsi, ma anche e soprattutto per la preziosità del suo progetto architettonico dalle suggestioni neo-classiche, la preziosità dei ricchi decori liberty, e del complessivo respiro di art neuveau in un edificio interamente realizzato e cesellato nella preziosa e ormai sempre più rara “pietra leccese”. Tra i vari fregi si registrano anche delle chiavi d’arco con bassorilievi raffiguranti delle torri.
La notizia di questo scandaloso progetto sta rimbalzando anche sui social network in queste ore suscitando un’ondata sempre più crescente di indignazione tra la gente.
Da un sopralluogo immediatamente effettuato attorno al Castello si è potuto osservare che vi erano ben altri edifici più piccoli e di minor pregio da poter eventualmente rimuovere, ovvero smontare e ricostruire altrove visto che stiamo parlando di edifici in pietra leccese comunque preziosi, (anche se bisogna osservare che non è certo rimuovendo edifici storici che si valorizzano i centri storici fatti di palazzi storici!), invece ci si sta accanendo contro il palazzo più bello; come può la Soprintendenza ai Beni Architettonici aver autorizzato tutto questo ci chiediamo!? Siamo certi pertanto che si stia procedendo senza il pieno coinvolgimento autorizzativo della Soprintendenza. Quali meccanismi ed errori burocratici stanno consentendo a taluni di procedere nel verso dell’abbattimento di un simile palazzo, che per le sue caratteristiche ed età è un palazzo nei fatti vincolato ed, eventualmente così non fosse già, per assurde lacune, ovviamente da vincolare al più presto. Inoltre ubicato in un’ area nei fatti di pieno centro storico. Il presente testo di esposizione dei fatti, data l'urgenza, giunge sulla base dei dati che si è potuto raccogliere rapidamente sui luoghi dai cartelli di cantiere e dalle voci dei cittadini, demandando le procedure ispettive alle Autorità competenti interpellate per l'accesso agli atti, e la sospensione di finanziamenti pubblici e fermo coatto dei lavori. Finanziamenti pubblici per la distruzione di beni culturali dal valore pubblico! Che paradosso assurdo è mai questo! 
Assistiamo ad una cattivissima pratica del fare danneggiando e non salvaguardando (quando anche solo si potrebbe spostare, smontare e ricostruire altrove come in questo caso), che non è più possibile consentire e tollerare.
Con i lauti finanziamenti impegnati dallo Stato per queste definite “rigenerazioni”, un simile Bene Culturale, patrimonio da tutelare, andrebbe semmai smontato pezzo per pezzo e ricostruito altrove, con massima cura, semmai non vi fossero altre soluzioni praticabili, ma in realtà dai sopralluoghi appena effettuati ben si osserva come era ed è possibile realizzare un piacevole camminamento attorno al castello, minimizzando gli abbattimenti, e solo di muri di giardini cresciuti addosso all’edificio militare e nobiliare, giardini da conservare, secondo il modello virtuoso messo in atto per la realizzazione del camminamento attorno alle mura del Castello di Castro (Lecce), dove con l'uso della pietra locale, del legno, di malte simil-terra rossa, del tipico muretto a secco, e di tortuosi sentieri e scalinate pietrose, si sono valorizzati e non distrutti i giardini presenti attorno alle mura, permettendo al contempo la piacevole fruizione visiva delle antiche strutture difensive mantenute e ben inserite nell’originario contesto paesaggistico storico-bucolico-rurale.
Pertanto da tutelare anche le essenze arboree, a partire dagli agrumi, che connotano le aree a giardino poste attorno al Castello; beni questi ambientali e culturali al contempo, nonché di alto valore paesaggistico, al contrario delle essenze esotiche avulse al Mediterraneo che spesso compaiono nei, purtroppo da criticare, progetti attuali di definita “rigenerazione urbana” in diversi centri salentini.  
Si augura che le Autorità cui giunge questa segnalazione si mobilitino al più presto per salvare la ricchezza liberty e neoclassica che oggi si sta condannando a morte! Importante che la Soprintendenza acquisisca piena documentazione fotografica degli elementi architettonici e dell'intero grande complesso edilizio storico  che una invirtuosa gestione dei nostri Beni rischia ora di cancellare per sempre dal nostro paesaggio salentino.
Si evidenzia come nel medesimo luogo, su via Umberto I e dintorni, vi sarebbero degli edifici degli anni ‘70-‘80 dalla brutta facciata, avulsa rispetto al complesso paesaggistico urbano circostante caratterizzato dalla pietra leccese: una seria rigenerazione urbana pertanto dovrebbe guidare e finanziare progetti di mascheratura e restyling di questi edifici, da realizzare in pietra leccese e con interventi su porte, inferriate e finestre per risincronizzare tutto secondo il tipico “Genius loci” e gli stili del centro storico-rurale, come ben avviene in centri storici davvero curati, come nel caso del borgo storico di Otranto.
Nel cartellone “pubblicitario” di cantiere dove si illustra l’assurdo progetto di abbattimento, quasi a denigrare il palazzo che si vorrebbe cancellare, si accenna al fatto che avrebbe ospitato la sede di un’associazione di tifoseria sportiva, (come anche dalle foto di seguito riportate appare), lì in affitto per anni, e non invece le sue originarie e molteplici funzioni. Pare che l’edificio vi abbia ospitato anche uno storico teatro-cinema come è stato raccontato dai dispiaciuti abitanti del luogo, che non si capacitano di questo inaudito e illogico progetto di abbattimento!
È un gran peccato che un progetto di dichiarata valorizzazione sia macchiato, o meglio si fondi interamente  su una così grande ingiustizia ai danni del nostro complessivo patrimonio culturale! Dal rendering che si osserva sul cartellone di cantiere sembrerebbe buona la scelta del basolato tipo-antico, ma non si può chiamare questa rigenerazione, se tale basolato dovesse prendere il posto dell'intero e giustamente chiamato “Palazzo della Cultura” di Castrignano dei Greci.
Abbattimenti così insensati e scellerati hanno macchiato la condotta dei nostri paesi salentini nei decenni di negligenza passati, anni ‘50, ‘60, ‘70, e qui si vorrebbe consentire di continuare su questa strada senza virtù?
NON LO SI PUO' TOLLERARE E PERMETTERE !
E' UNA VERGOGNA!
Vi si possono vedere in questo scandaloso caso, corsi e ricorsi storici dei mali di ispirazione iconoclastica della nostra terra: come non aver a memoria lo scempio, pura barbarie, che avvenne a danno del Convento di Santa Maria del Tempio a Lecce nell'area dell'ex Caserma Massa, piazza Tito Schipa e cripta di Santa Lucia, (persino quest'ultima minacciata da un folle progetto cementificante di falsa e snaturante “valorizzazione” per accogliervi addirittura un albergo su suoi resti, da fermare assolutamente), abbattuto negli anni '70 per lasciar posto ad un vile parcheggio, e i cui resti archeologici copiosi sono oggi al centro di aspre polemiche, che vedono da un lato i virtuosi cittadini al fianco della Soprintendenza per la difesa dei luoghi, e dall'altro progetti di fanatismo cementizio che vogliono invece completamente stravolgere la fisionomia e le ricchezze culturali dei luoghi. Oppure come non ricordare l'abbattimento del Castello di Soleto negli anni '50 per  nuove cubature edilizie nel cuore del centro storico. Si tratta di vandaliche distruzioni dei nostri beni più preziosi, avvenute nei decenni passati quasi in uno stato di paradossale “psicosi collettiva”, che non ci si può più permettere quali che siano le motivazioni, buone o cattive, il mondo non ce lo perdonerebbe, le future generazioni non ce lo potrebbero perdonare!
Alcuni mesi or sono, nel vicino centro di Maglie, con la scusa di questa “rigenerazione urbana”, taluni volevano far abbattere un edificio addirittura molto meno prezioso, e di case popolari, e in zona B, ma interamente realizzato in pietra leccese. Per salvarlo si è sollevato uno “tsunami” di mobilitazione civica, e l’abbattimento è stato fermato; lo stesso deve ovviamente avvenire in questo caso! Anche perché esiste da alcuni anni a Maglie una delibera che tutela tutti gli edifici di pietra leccese, di ogni epoca, e presenti anche in zona B, e qualora a livello amministrativo la si dimentica, prontamente i cittadini si sollevano per ricordare l’importanza degli edifici in pietra leccese, un bene culturale caratteristico da tutelare, tanto riconosciuto, che il Consiglio Comunale di Maglie approvò, nel 2002, la famosa e storica delibera per la loro tutela; vi si legge in quella delibera, infatti, che: «Maglie ha una importanza particolare in quanto ritenuta il più grande centro con edifici realizzati in pietra di Cursi – o “leccese” anche detta -. E’ sicuramente una caratteristica degna di nota, non solo per l’estensione della parte edificata con questa tipologia, ma anche per le linee degli stessi edifici con architettura gentile e lineare che impreziosiscono i palazzi e le singole costruzioni. E’ un patrimonio che bisogna salvaguardare per il rispetto che dobbiamo avere nei confronti di quelli che verranno. A Maglie anche le zone B sono edificate in pietra leccese come le stesse case del centro storico. A volte con maggior pregio. Eventuali interventi edilizie, e ricostruzioni potranno essere autorizzate a condizione che non siano alterati gli aspetti architettonici ambientali e per i prospetti su strada sia fatto uso della pietra di Cursi o similari».
Tornando al caso in questione per Castrignano, dalle note nel cartellone di cantiere, si apprende che al posto del Palazzo Cinema Liberty, il progetto dello scandalo prevedeva la realizzazione di una spianata basolata con pietra di Apricena (Foggia), pertanto neppure una pietra locale. In linea generale l’apposizione di basoli al posto dell’asfalto, nei centri urbani, rappresenta una ottima scelta operativa per la loro valorizzazione vera, ma solo se i basolati son realizzati nelle modalità, forme e posizionamenti tipo-antico come ancora si osserva in tratti relitti nei centri storici salentini. Ma nel Salento, dobbiamo ad oggi rilevare purtroppo, che spesso questi interventi diventano, (e auspichiamo si tenga conto, anche in questo caso, degli esempi negativi per evitarli in tempo a Castrignano), occasioni per abradere tutto, (roccia affiorante e testimonianze archeologiche), e stendere tonnellate di cemento impermeabilizzante, cosa assurda, sul quale poi poggiare sottili lastrine di pietra, che si rompono al primo passaggio delle auto, com'è ovvio dato anche che sotto esse vanno ad impattare contro il duro cemento e non contro uno strato di morbida tufina ammortizzante, che invece in passato si usava al posto del cemento. E con quel cemento, sul cui costo qui non ci interroghiamo, limitandoci a sottolineare che son sempre soldi pubblici quindi dei cittadini, le ceneri, rifiuti di scarto, delle centrali termoelettriche a carbone fossile, come quella di Cerano a Brindisi, o delle industrie dell'Ilva di Taranto, o degli inceneritori, mescolate alle sabbie cementizie come purtroppo talune leggi permettono, finiscono nei nostri centri urbani e col cemento alimentiamo così una catena industriale immorale, persino sotto il buon proposito della valorizzazione dei centri storici, che per quelle ditte di opifici altamente insalubri, diventano occasione di vantaggiosa discarica per i loro rifiuti, che in uno Stato più attento all’ambiente dovrebbero andare in discariche speciali!
Distruggere un simile palazzo, poi, comporterebbe anche uno spreco di cubature già esistenti, proprio in un momento storico in cui si pone l’accento giustamente sulla necessità dello Stop al Consumo di Suolo (principio di buona amministrazione del territorio), e del recupero degli edifici storici già esistenti nei centri urbani al fine di fermare la cementifcazione.
I progetti di “rigenerazioni urbana” sono spesso ammantati da tanti convegni preparatori dove si esprimono buoni concetti, pertanto i sensibili cittadini, che ci hanno segnalato il caso inorriditi, non pensavano mai di dover leggere, sotto tale termine, “rigenerazione”, di un progetto di abbattimento così irrazionale!
Trattandosi poi di un vecchio cinema potrebbero anche persino esservi all’ interno suppellettili di notevole interesse museale, per cui auspichiamo anche un loro recupero poiché si tratterebbe sempre di un patrimonio che appartiene a tutti e a tutti i salentini, tanto più se oggi l'edificio è passato al patrimonio pubblico!
Vi sono edifici in cemento, e non certo in pietra, che hanno davvero offeso negli ultimi decenni i nostri centri storici, come ad esempio nei pressi del Castello di Corigliano d’Otranto, e per i quali davvero invece sono auspicabili progetti di demolizione e restauro paesaggistico, ovvero di loro cancellazione accelerata; anche tenendo conto del fatto  che gli edifici in cemento armato cemento, orridi davvero anacronistici e avulsi al contesto, hanno una loro limitata, fortunatamente, durata nel tempo. Questo vuol dire valorizzare, non certo accanirsi contro edifici in pietra, antichi vincolati preziosi e gradevolissimi come nel caso di Castrignano.
Non sarebbe certo quindi quello che si stava percorrendo a Castrignano il modo corretto di valorizzare il centro storico: si devono invece salvare i giardini con le loro piante e superfici permeabili in terra, far tornare anche sui tetti i pergolati con le vigne nelle antiche varietà autoctone di vite, basolare le strade e le piazze già esistenti, non certamente crearne altre, e con basoli tipo antico, realizzare come han fatto a Castro un camminamento gradevole attorno alle mura minimizzando gli abbattimenti a solo qualche muro di giardino e quindi valorizzare al massimo e restaurare il bellissimo palazzo liberty! Così salvare con i suoi basoli e cordoli antichi la bella fontana dell'Acquedotto Pugliese ben conservata su via Umberto I.

Un simile abbattimento avrebbe voluto dire abbattere alla base i principi di esistenza dei centri storici, dei vincoli e degli enti di soprintendenza ai beni culturali, se si può cancellare un palazzo così bello ed utile in pieno centro storico poi anche!
Il castello prossimo all’edificio, da struttura militare, è stato trasformato in palazzo nobiliare secoli or sono, quindi, in maniera retorica, osserviamo che applicando questo “modus operandi”, magari, se si decide che lo si vuole riportare, per “valorizzarlo”(?), all'originaria fisionomia militare, allora si interviene cancellando le aggiunte dei secoli successivi!? Poi magari si scopre che sotto c'è qualcosa di più antico e allora si toglie anche il castello per valorizzare la parte più antica?! E’ tutto fuori da ogni logica. I nostri centri storici sono un tripudio stratificato della pietra leccese e tutto ciò che è in pietra leccese non deve essere assolutamente toccato-alterato, ma valorizzato. Viceversa ci si preoccupi di progetti di restyling di porte, finestre, inferriate e facciate dei brutti edifici anni 70 e 80 presenti nel centro storico, se proprio si vuole fare una rigenerazione seria come si fa nei più belli centri storici d'Italia.
Si deve valorizzare il palazzo che taluni avevano pensato di abbattere e valorizzare, e così anche lo spazio interstante tra il palazzo ed il castello, e pensare anche ad una fruizione dei terrazzi nelle loro parti piane, da cui mirare eventualmente il castello e i giardini; ma pensare di cancellare un palazzo così bello per realizzare una anonima basolatura e poi per vedere comunque una facciata di castello non certamente più artistica delle facciate che si vorrebbero abbattere, sarebbe un suicidio urbano, non una valorizzazione urbana!  
Si possono, come si possono e pertanto devono, valorizzare entrambi gli antichi edifici, compreso dunque il palazzo liberty in questione. È solo quest'ultima l’unica strada obbligata da percorrere.
Per renderci conto della illogicità che alla base di tutto questo scandaloso progetto di abbattimento: sarebbe la stessa, non chiamiamola filosofia, diciamo lo stesso modus operandi, che se fosse applicato a Roma con l'intento di valorizzare ciò che è giunto a noi dell'Impero Romano, beh pensate, porterebbe a demolire l'intera Roma barocca compreso la rinascimentale Basilica di San Pietro, siamo proprio nell'irrazionalità più pura e paradossale!
Tante parole convegni sulla cultura inneggiata in ogni occasione pubblica... e poi dobbiamo davvero assistere a questo!? A Maglie c'è una delibera che tutela anche i palazzi in pietra leccese della zona B, come beni culturali di prioritaria importanza indipendentemente dalla loro epoca, ovviamente non dovrebbero esser necessarie tali delibere, la tutela dovrebbe essere ovvia e spontanea così come per i giardini e le aree rurali rimaste inglobate nei nostri centri abitati, con le loro piante... invece ancora i cittadini devono mobilitarsi di fronte a queste insane lacune!
Come è possibile che oggi, a fronte di tanta sensibilità civica per i nostri Beni Culturali, si rischia il ripetersi di tali scempi proprio nella medesima Grecìa Salentina, non apprendendo dai gravissimi errori compiuti, ad esempio a Soleto, nel recente passato?!Quanto stava per avvenire è nel tripudio delle intollerabilità, un’opera riprovevole in re ipsa, cosa altamente indegna della cultura della nostra Grecìa Salentina di cui andiamo fieri! Possibile che a Castrignano dei Greci, nella rinomata Grecìa Salentina, ad oggi riconosciuta e apprezzata anche per un ottimo lavoro di promozione dei propri tesori paesaggistici, storici, ambientali e culturali, (in cui vive tuttora una antichissima minoranza linguistica grecanica tutelata dalla Costituzione Italiana e dall'Unione Europea), si stava permettendo questo!?
Poi, fosse un progetto per recuperare un eventuale fossato del Castello, si tratta solo, invece, del progetto di realizzazione di un più ampio largo davanti ad una facciata laterale del Castello. In un caso, o nell'altro, non si progetta la demolizione distruttiva di un teatro ed edifici di civile abitazione ricchi di tanti fregi e in pietra leccese! Ma in che epoca di follie e insanità progettuali viviamo?! Al limite si smonta con cura certosina e si sposta altrove, ricostruendolo com’era a fruizione della collettività! Non si possono permettere tali scempi nel 2014-2015! Nemmeno per semplice e ludico scherzo! C'è un lavoro di tanti scalpellini della pietra leccese su quel palazzo, non a caso battezzato da alcuni cittadini, in un moto di indignazione, “il nostro Palazzo della Cultura”! Che significa che dietro c'è il castello più antico?! Si deve valorizzare l’ uno e l’altro e questo non passa certo dalla demolizione distruttiva di un tale palazzo! Se oggi taluni potessero distruggere questo palazzo perché ha “solo” circa 100 anni, domani altri potranno distruggere una chiesa che ne ha 200, e poi così via fino a demolire il Castello stesso! Tanto basterebbe, (seguendo il medesimo modus operandi che si deve stigmatizzare), scegliere la scusa giusta e i soldi arrivano … e la gente piange i suoi ricordi infranti e i luoghi perduti! Un modus operandi da condannare senza alibi.
In nord Europa, ad un simile palazzo con questa pietra meravigliosa dedicherebbero un museo!
Un edificio, anche, che, per la sua utilizzazione come teatro-cinema, ben richiama, per la sua ubicazione in un piccolo paese ricco di cultura del sud Italia, quale Castrignano dei Greci, le suggestioni emotive del film premio Oscar del regista Giuseppe Tornatore, film in parte autobiografico, intitolato “Nuovo Cinema Paradiso”, incentrato proprio sulla vita di un anziano proiezionista dei primi cinematografi che nascevano nei paesini del sud Italia e di un bambino suo emulo, poi divenuto da grande un famoso regista. Un bene culturale, quindi non solo materiale, il palazzo in oggetto, ma anche pertanto condensatore di valori culturali immateriali ad esso collegati, nonché di suggestioni che la città di Castrignano dei Greci non può e non deve assolutamente perdere come l'intero territorio.
E poi non si dimentichi che stiamo parlando di un edificio a più livelli e in ottime condizioni di conservazione, agibilità e staticità. Un meraviglioso palazzo che presenta un singolare frontone a timpano a tetto a doppio spiovente, molto caratteristico, quasi da tempio greco, che si può ammirare sul suo lato minore che si affaccia sempre su via Umberto I! Un edificio impreziosito anche sulle facciate esterne da graziosi e in tono lampioncini in ferro artistico, e grondaie in metallo, come ben si può osservare nella documentazione fotografica di seguito riportata in allegato.
Come sarebbe possibile tollerare quanto rischia di avvenire in nome della “rigenerazione” urbana, quando nel territorio salentino si registrano invece buoni esempi di valorizzazione, restauro e recupero di edifici in pietra calcarea locale, più o meno impreziositi da decori scultorei, anche di archeologia industriale, come nel caso di Lecce delle Officine Cantelmo, o di Maglie, vedi il recupero del Palazzo Liberty Sticchi-Ruberti, oggi sede del Museo di Paleontologia e Paletnologia e dell'antica Biblioteca comunale di Maglie, o anche il recente recupero dell'ex fabbrica dei fratelli Piccinno, gioiello liberty oggi acquisito al patrimonio del Comune di Maglie, o ancora, sempre a Maglie, l’ottimo recupero degli edifici delle antiche concerie Lamarque sede oggi di un museo di archeologia industriale; o ancora, il recupero dell'ex oleificio in pietra e tetti a spiovente e tegole della prima metà del ‘900 a Lucugnano frazione di Tricase.
E a fronte di tutti questi esempi virtuosi qui dobbiamo invece segnalare con urgenza che sono iniziati i lavori di svuotamento, come hanno evidenziato le dispiaciute persone che abitano lì nei pressi, del Palazzo della Cultura di Castrignano dei Greci su via Umberto I, dalla cui bocca ricordiamo la frase pronunciata più volte: “sarebbe un peccato!” !
E non ci si lamenti e si domandi con stupore il perché la commissione europea incaricata abbia dato il riconoscimento di Capitale della Cultura dell’Unione Europea alla città di Matera e non a Lecce, se nella provincia di Lecce ancora si può arrivare persino alla soglia di simili scempi!
Dalle Officine Cantelmo a Lecce, ai palazzi liberty, e non solo liberty, di ingegneria e archeologia industriale di Maglie, fino agli ex oleifici in pietra calcarea di Lucugnano, ovunque nel Salento si recuperano edifici storici anche meno belli di quello in questione per Castrignano dei Greci.
Per fortuna non tutto è perduto e la città potrà fermare questo scempio ed eventualmente altri simili.
Come poter pertanto non esser vicini ai cittadini di Castrignano dei Greci che in questi giorni si stanno mobilitando per salvare il loro “Palazzo della Cultura”. Oltre che un atto di totale irrazionalità urbanistica, che avrebbe portato indietro le lancette dell'orologio della nostra, acquisita nel Salento, elevata sensibilità alla tutela dei Beni Culturali, quanto stava per avvenire avrebbe rappresentato un gravissimo trauma arrecato alla memoria di tutti i cittadini. Siamo pertanto al loro fianco da tutto il Salento per difendere quel bene pubblico e culturale materiale, ma anche immateriale per la cultura e la memoria che ad esso è legata, meritevole invece di massima valorizzazione in sé! Che sia, parafrasando il famoso film premio Oscar non a caso ambientato proprio in un paese del Sud Italia, il "Nuovo Cinema Paradiso" di Castrignano dei Greci! E mentre in quel film il regista è rammaricato per l'insensibilità della città nei confronti della importante struttura culturale, a Castrignano invece facciamo in modo che quello stesso regista, Giuseppe Tornatore, possa venire ad inaugurare invece il restaurato, divenuto Palazzo della Memoria e di Gran Cultura di cui deve tornare ad essere contenitore, ma anche simbolo del ritrovato orgoglio di tutti i cittadini, persino in coloro che con disattenzione stavano quasi per avallare una simile catastrofe!
Una sala proiezioni storica a Castrignano dei Greci, che non può andare perduta, mentre nella vicina Maglie son in corso invece progetti per recuperare il vecchio Cinema Oriente!
Ci si augura e si è certi che giunga presto la notizia della
SOSPENSIONE DEI LAVORI IN CORSO PER L' ABBATTIMENTO
e a seguire la notizia di un progetto di seria valorizzazione del Palazzo Liberty, edificio storico di gran pregio, (pregio non inferiore a quello del vicino castello), che oggi si stava rischiando di perdere per sempre, prima di questa segnalazione; palazzo che oggi pertanto dobbiamo immaginare è stato acquisito al patrimonio comunale e rappresenta quindi una risorsa di ambienti e cubature da destinare alla pubblica fruizione, che sarebbe invece un “suicidio urbano” demolire, altro ché rigenerazione urbana; rigenerazione che suona oggi solo come un termine forviante e mistificatorio alla luce dei fatti qui esposti! Un impoverimento della città, e del suo patrimonio, altro che “riqualificazione”!
Pertanto è bene che l’attuale progetto di rigenerazione, una volta fermato l’abbattimento, sia convertito nel recupero del medesimo edificio, del graziosissimo storico palazzo liberty cesellato nella pietra leccese e avente in una sua parte una preziosa copertura a doppio spiovente da portare a tegole antichizzate, come le tante coperture a tegole fittili che caratterizzavano i nostri centri storici; questo da un lato, e dall’altro è importante che si proceda nell’opera di rimozione dell’asfalto, attualmente presente su via Umberto I, e sua sostituzione con basolato (come in progetto) in pietra dura calcarea locale  e secondo le tessiture e tipologie antiche che connotavano tali basoli nei centri storici salentini; quindi alla valorizzazione dei giardini retrostanti al Palazzo della Cultura, con i loro alberi, piante ed arbusti, e che son posti tra questo e le facciata del Castello, in cui realizzare dei passaggi pedonali secondo la virtuosa filosofia progettistica e paesaggistica adottata recentemente per le aree perimetrali al Castello di Castro. Allo stesso modo importante la massima preservazione con i suoi basolati originali e cordoli in pietra, della bellissima e ben conservata fontanina dell’Acquedotto Pugliese all’imbocco di via Umberto I, da via Vittorio Emanuele.

“Iura novit curia”,

nel principio del “da mihi factum, dabo tibi ius”




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Info:
Coordinamento Civico apartitico per la Tutela del Territorio e  della Salute del Cittadino
rete d’azione apartitica coordinativa  di associazioni, comitati e movimenti locali e non, ambientalisti, culturali e socio-assistenziali
sede c/o Tribunale Diritti del Malato – CittadinanzAttiva
c/o Ospedale di Maglie "M.Tamborino"
Via N. Ferramosca, c.a.p. 73024  Maglie (LECCE)

giovedì 6 novembre 2014

Roma - HORTUS URBIS 9 Novembre 2014

HORTUS URBIS 9 Novembre 2014


IL MONDO DELLE API


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MANI IN PASTA: LE FARFALLE

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Siamo lieti di invitarvi, Domenica 9 novembre alle 10.30, alle attività autunnali all'aria aperta per grandi e piccini dell'Hortus Urbis, l'orto antico romano nel Parco dell'Appia Antica.

Alle 10.30 – IL MONDO DELLE API | Laboratorio per bambini (1-3), a cura di Emanuela Marchini - Azienda AgricolaMamma Lù
Un percorso didattico-pedagogico volto ad avvicinare i bambini all'affascinante mondo delle api e della produzione del miele.
Il laboratorio è stato concepito con lo scopo di presentare, in forma giocosa, un mondo animale ricco di suggestioni e sempre poco conosciuto e di stimolare le capacità percettive, manipolative e descrittive nei confronti della natura.
  • Anni 1-3 accompagnati dai genitori
  • Quota di partecipazione: 8 euro a bambino, 6 euro con la Carta amici del Parco
  • Registrazione 15 minuti prima dell’inizio del laboratorio
  • Durata: circa 50 minuti
  • Prenotazioni entro le ore 18 di venerdì 7 novembre hortus.zappataromana@gmail.com, o in loco fino ad esaurimento dei posti

Alle 10.30 e alle 11.30 – MANI IN PASTA: LE FARFALLE | Laboratorio per bambini 4+, a cura di EU'S, il buono fatto bene
Con farina, acqua, sale e molta fantasia i bambini impasteranno per realizzare con le proprie mani delle gustose farfalle: infarinarsi, sporcarsi e affondare le mani nell'impasto, stenderla e creare da soli il proprio pranzo perchè … “oggi cucino IO”.
  • Da anni 4 in su, per i più piccoli è consigliata la presenza di un genitore
  • Quota di partecipazione: 8 euro a bambino, 6 euro con la Carta amici del Parco
  • Registrazione 15 minuti prima dell’inizio del laboratorio
  • Durata: circa 50 minuti
  • Prenotazioni entro le ore 18 di venerdì 7 novembre hortus.zappataromana@gmail.com, o in loco fino ad esaurimento dei posti

In caso di pioggia le attività saranno spostato ad altra data
Vedi la locandina e i dettagli del programma completo: www.hortusurbis.it
Si ricorda che l'area è dotato di zona pic nic per coloro che volessero trattenersi anche per il pranzo.

Segnaliamo che è attiva una convenzione tra Hortus Urbis e Teatro di Roma per i partecipanti ai laboratori dell'Hortus Urbis, che da luogo a facilitazioni per gli spettacoli del Teatro dei ragazzi in scena al Teatro India.

Contatti:

mercoledì 5 novembre 2014

L'espianto di organi uccide il donatore



Non ti hanno detto che l’espianto di organi quali cuore, fegato, polmoni, reni, ecc., si effettua da persona in coma, sottoposta a ventilazione mediante intubazione, e non da un morto in arresto cardio-circolatorio-respiratorio, come tutti intendiamo.
La persona viene incisa dal bisturi mentre il suo cuore batte, il sangue circola, il corpo è roseo e tiepido, urina, può muovere gambe, braccia, tronco, ecc… Le donne gravide portano avanti la gravidanza.

Non è vero che prima si interrompa la ventilazione e che poi, a cuore e respiro fermi da 20 minuti, si inizi il prelievo, ma è proprio l’opposto.
Gli organi vengono tolti da persona che ha perso la coscienza, dichiarata d’autorità  in “morte cerebrale”, le cui reazioni alla sofferenza prodotta dall’espianto sono impedite da farmaci paralizzanti o da anestetici.

Tony è vivo perché la famiglia si è opposta con determinazione e per iscritto alla richiesta medica di espianto dei suoi organi, per trapianto: : http://appuntiitaliani.com/tony-e-vivo-grazie-alla-madre-no-espianto-organi/#sthash.IBj2fmM6.dpuf

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martedì 4 novembre 2014

Alan W. Watts: "La saggezza del dubbio" - Recensione



Abbiamo continuato a leggere di Alan W. Watts tratto dal suo La saggezza del dubbio:

"Un giovane alla ricerca della saggezza spirituale si era posto sotto l'insegnamento di un famoso santone. Il saggio lo prese al proprio servizio personale, ma dopo qualche mese il giovane si lamentò di non avere ancora ricevuto alcun insegnamento. «Che dici mai!», esclamò il santo, «Quando mi portavi il riso, forse non lo mangiavo? Quando mi portavi il tè, forse non lo bevevo? Quando mi salutavi, non rispondevo al tuo saluto? Quando mai ho trascurato di impartirti il mio insegnamento?». «Temo di non capire», rispose il giovane completamente sconcertato. «Quando vuoi studiare la cosa», rispose il saggio, «studiala direttamente. Se cominci a pensarci sopra la perdi affatto di vista». [...]

Quando capiamo realmente che siamo ciò che vediamo e sappiamo, non ce ne andiamo in giro per la campagna pensando: «Io sono tutto questo». C'è semplicemente tutto questo. [...]
Possiamo solo tentare una filosofia razionale e descrittiva dell'universo, basata sul presupposto che siamo completamente separati da esso. Ma se noi e i nostri pensieri siamo parte di questo universo, non possiamo starne fuori e descriverli. Ecco perché è inevitabile che tutti i sistemi filosofici e teologici finiscano con l'andare in frantumi. Per 'conoscere' la realtà non puoi starne fuori e definirla; devi entrarci dentro, esserla, sentirla.
La filosofia speculativa, quale la conosciamo in Occidente, è quasi interamente un sintomo della psiche divisa, del tentativo dell'uomo di uscire da se stesso e dalla propria esperienza per verbalizzarla e definirla. [...]
Ma la psiche indivisa è libera da questa tensione dovuta al tentativo di uscire sempre da se stessi 
e d'essere altrove dal qui e ora. [...]

Se invece capiamo che viviamo in questo istante, che siamo davvero questo istante e nessun altro, [...] è una danza e quando danziamo non abbiamo intenzione di andare in alcun luogo. Continuiamo a girare, ma senza l'illusione di inseguire qualcosa. [...]

Scopo e significato del danzare è la danza. [...] Non si esegue una sonata per raggiungere l'accordo finale" (pp. 66-69).

La pratica è quella semplice aderenza all'attimo e a ciò che esso chiede, comporta. Un'aderenza così prossima che il dialogo interiore, il fare filosofia anche pur della pratica stessa, il trasformare in teoria questo lavoro di semplicità conduce a un allontanamento dall'autentica natura, un uscire da quella sobrietà essenziale nella quale nessuno spazio si da tra te e il momento nel quale sei immerso. Sei immerso e in esso sei sciolto: tutto è quell'essere nel momento, di cui ogni pensarlo è un non esserlo, un non esserti. Il tuo immergerti nell'istante è infatti un immergerti in te - e qualsiasi idea su tutto ciò sarà una caduta nel mentale, un allontanamento dal reale.

La Meditazione come Via - http://www.lameditazionecomevia.it/

giovedì 30 ottobre 2014

«L’Europa, la Cultura, le Lingue» - Cronistoria di Anna Maria Campogrande

  «L’Europa, la Cultura, le Lingue»                                 
             Cronistoria  di Anna Maria Campogrande          




1.Il progetto europeo.

L’Europa, da più di cinquant’anni, persegue un progetto di integrazione che dovrebbe portare, a medio termine, i Paesi europei a costituirsi come un unico attore politico, economico, culturale, di dimensioni continentali.
Un’analisi critica della storia dell’Europa degli ultimi tre millenni mette in evidenza i punti forti e i punti deboli di questo progetto, vale a dire la colla che può tenere uniti i Paesi europei e le divergenze che possono farlo fallire, se non prese in conto in maniera adeguata.

2. Fattori di coesione.

Uno dei fattori di coesione tuttora presente, ancorato nella coscienza collettiva di una grande parte dei Popoli europei, è costituito dall’eredità della civiltà greco-latina, la filosofia dell’antica grecia, il diritto romano, che sottendono ancora il pensiero di tutte le democrazie occidentali moderne.

Altro elemento di coesione, da non sottovalutare, anche se in tempi non lontani è stato all’origine di terribili conflitti, tra i popoli europei, è il Cristianesimo,  il quale, di recente, ha iniziato, al suo interno, un processo di riconciliazione, non ancora portato del tutto a compimento. Elemento di coesione dell’Europa sono le sue radici nella loro incontestabile dimensione culturale giudeo-cristiana. Questo percorso di riconciliazione, tra Cristiani e tra Cristiani ed Ebrei, in Europa, è di un’importanza fondamentale perché mette in evidenza, nel positivo e nel negativo, il ruolo delle religioni in quanto fattore di coesione sociale. Un fattore di coesione che non è affatto scontato, anche quando esse discendono dallo stesso capostipite ma richiede elaborazione e dialogo.

Sotto questo profilo le parti interessate, vale a dire le popolazioni europee, nel corso dei duemila anni di convivenza nell’era cristiana, hanno imparato a conoscersi, ad apprezzarsi, nel bene e nel male, e possono trovare nel riconoscimento di valori comuni un fattore di unione, precursore di successo del progetto di unificazione europea.  Uno dei molteplici fattori, che non costituisce una  garanzia assoluta, perché   in materia di religione, la convivenza pacifica non si può ottenere con la bacchetta magica, via decisioni puramente teoricche, prese dall’alto, ma implica la compatibilità dell’approccio ai diritti umani, la necessità di aggiustamenti e, anzitutto, l’adozione di posizioni reciprocamente tolleranti, tra le parti coinvolte.

3. Ruolo della cultura.

In fin dei conti, l’elemento chiave di coesione profonda, tra popoli che vogliono vivere e crescere insieme non può essere altro che la cultura, nella sua piena espressione e nei suoi molteplici aspetti. Non già una cultura di facciata, dell’ultim’ora, ma l’elaborazione e la sintesi di un passato, anche a volte conflittuale, consapevolmente e intelligentemente condiviso. In tal senso, quello che può assicurare la riuscita del progetto di integrazione europea sono le tradizioni delle quali tutti gli Europei si sentono eredi, le radici comuni, filosofiche, giurisdizionali, spirituali, linguistiche e culturali, che affondano nell’humus delle civiltà dalle quali proveniamo e nelle quali una grande parte, talvolta tutti, gli Europei si riconoscono.

Oltre all’eredità del mondo greco-latino, della civiltà giudeo-cristiana, già citati, gli Europei si ritrovano e si riconoscono nelle imprese e nella dimensione europea del Sacro Romano Impero, nello splendore del Rinascimento, nello spessore culturale della Mittle-Europa, nella sua funzionalità, nei valori civici della Rivoluzione francese, nel pensiero filisofico che ha sotteso tutti questi momenti della storia europea, nel modello sociale, di impronta umanistica, che ha fatto dell’Europa, nell’ attuale momento storico, una delle regioni più civilizzate del mondo.  Un modello sociale che non è un fatto casuale ma una priorità collettiva, radicata nella coscienza popolare europea perché costituisce il risultato di un cammino percorso, già insieme.

4. Un cittadino per l’Europa.

Dopo aver realizzato le frontiere esterne, il mercato interno, messo in opera la politica commerciale,  la politica agricola, la politica regionale, la moneta unica e quant’altro, l’integrazione europea non progredirà  ulteriormente,  resterà un fatto economico e commerciale, niente di più di un grande mercato, se non si affronteranno le questioni vitali che costituiscono la colla del vivere e del divenire insieme. La questione  linguistica e culturale, quella dell’istruzione dei giovani, devono essere affrontate e risolte con uno spirito comunitario, che prescinda dalla strategia di dominio di una sola lingua e della sua cultura su tutte le altre, e nell’ottica di disegnare il profilo linguistico e culturale del cittadino europeo. Un’ Europa unita senza un autentico cittadino europeo, che non sia la semplice giustapposizione delle nazionalità esistenti, è una pura utopia. L’Europa ha la necessità urgente di una vera e propria politica linguistica e culturale, slegata dalla propaganda imperialistica della lingua unica e dalle deviazioni della globalizzazione, rispettosa delle realtà europee.

5. La pubblica istruzione.

L’Europa ha bisogno di una pubblica istruzione che, pur  rispettando le specificità di livello nazionale, sia oggetto di concertazione e di accordi, a livello di Comunità Europea, coinvolgendo le istituzioni nazionali e europee, per quanto concerne lo studio delle lingue, antiche e moderne, della storia e della filosofia, delle civiltà dalle quali discendiamo. Questo tipo di concertazione deve aver luogo tra i Paesi Membri dell’Unione impegnati nel progetto di integrazione e non sotto l’egida di organizzazioni internazionali di più ampio raggio che mirano a politiche e risultati diversi e non sempre convergenti con le tradizioni e con l’esigenza di coesione culturale dei Paesi dell’Unione Europea.

La pubblica istruzione non deve servire a preparare e a mettere sul mercato un “prodotto pronto”,  per soddisfare i bisogni delle multinazionali, come sembrano credere certi Ministri della Pubblica Istruzione, che hanno reso obbligatorio lo studio dell’inglese per i bambini, a partire dalla prima elementare. La scuola è fatta per formare, per insegnare ai giovani a ragionare con la propria testa, ad  affrontare la vita, ad assumere responsabilità, sul piano umano e professionale, ad essere dei buoni cittadini e a saper fare, al momento opportuno, le scelte giuste nell'interesse generale.

Il fatto che in Italia si voglia far studiare l'inglese ai bambini, dalla prima elementare in poi, è una fatto sconvolgente, una vera catastrofe nazionale. Ai bambini italiani, a tutti i bambini europei, bisogna far studiare anzitutto la propria lingua madre che costituisce un fattore strutturante fondamentale, del pensiero e dell’identità la più profonda. In seguito, il Greco e il Latino che sono  lingue formative che ancorano il fanciullo alle radici della civiltà nella quale è destinato ad evolvere, non una lingua “usa e getta” che veicola essenzialmente i valori del capitalismo, del mercantilismo, del profitto e del colonialismo economico e culturale.  L'inglese, in cosí giovane età, può rovinare, per sempre, la "forma mentis" dei bambini italiani, l'approccio logico e rigoroso che ci viene dal latino e sconvolgere il modello culturale italiano che ci ha reso celebri in tutto il mondo e fa parte del nostro patrimonio comune.

6. Il mondo del lavoro dei giovani europei.

Il servilismo, nei confronti del potere economico dominante, non solo, è deleterio per la formazione dei giovani e per la sopravvivenza della nostra civiltà ma non è neanche un investimento saggio per l’avvenire dei giovani, per il loro inserimento nel mondo del lavoro. Non si può prescindere dal fatto che il nostro mondo più vicino, destinato ad entrare sempre di più nel nostro quotidiano, è l'Europa, in seno alla quale, ci sono lingue più importanti  e, soprattutto, più formative dell'inglese.  Inoltre, non c'è nessuna garanzia che gli Stati Uniti avranno, tra venti anni, lo stesso peso che hanno oggi a livello mondiale. La storia ci insegna che tutto ha un fine: è crollato il muro di Berlino, l'URSS non esiste più, il nazismo, per fortuna, lo vediamo solo al cinema, non si vede perché l'imperialismo americano dovrebbe essere eterno.

I giovani devono pensare a un inserimento culturale adeguato nel loro mondo, nel mercato del lavoro europeo, in quell'Europa che costituisce il loro futuro. I giovani Italiani che vorranno andare ad esercitare la loro professione a Berlino, a Parigi, a Monaco, a Madrid a Barcellona o a Bruxelles, come faranno a cogliere le opportunità offerte dal mercato se conosceranno solo l’inglese? Come potranno inserirsi nel Paese che sceglieranno per lavorare e per vivere?  Il fatto di non conoscere le lingue di altri Paesi europei può precludere loro molte occasioni.

La Pubblica Istruzione non può avere nei confronti dell’inglese la subordinazione che veniva imposta, in altri tempi, alle colonie. E, soprattutto, non può operare scelte che competono al cittadino, all’individuo, secondo inclinazioni e affinità personali. Un tale comportamento è contrario  all'interesse generale dell'Italia, degli Italiani e dell'Europa ed equivale a riconoscere all’inglese delle qualità formative e una supremazia sulle altre lingue che non ha nessun riscontro nella realtà.  Queste qualità formative esistono  ma appartengono al greco e al latino.           

7.  Lingue ufficiali, lingue di lavoro.

I Padri fondatori della Comunità Europea avevano compreso l’importanza della lingua nell’ambito del processo di integrazione,  le cui istituzioni hanno una missione e delle prerogative che non possono essere assimilate a quelle di una qualsiasi organizazione internazionale. Per questa ragione, nell’ambito del primo atto ufficiale della Comunità Europea, il Regolamento N° 1/ 58, ispirandosi ai Trattati fondatori, ha confermato  che tutte le lingue sono lingue ufficiali e lingue di lavoro delle istituzioni europee. Del sistema plurilinguistico s’era fatto, peraltro, una delle priorità del processo di integrazione e del funzionamento istituzionale dell’Europa.

Per adempiere a questa missione le istituzioni  europee si erano dotate di servizi linguistici di alto livello che, prima di assumerli in forma stabile, si preoccupavano di formare i funzionari-linguisti alla specificità e alla tecnicità delle materie trattate e miravano a un continuo miglioramento e specializzazione professionale. Tutti i servizi operativi e tecnici delle istituzioni, in particolare quelli della Commissione che è l’organo di elaborazione delle politiche communitarie, erano formati da unità composte da funzionari di nazionalità rigorosamente e sapientemente diversificate. Le unità erano organizzate, in modo tale da poter utilizzare quotidianamente, e secondo le necessità, tutte le lingue ufficiali.  I funzionari venivano incoraggiati ad apprendere le diverse lingue ufficiali, mediante l’organizzazione di corsi ad hoc, soggiorni negli Stati Membri e altre facilità.


8. L’effetto delle successive adesioni.

Tutto è andato bene fino a quando, sotto la spinta della globalizzazione, da un lato, e delle  priorità di certi nuovi Stati Membri, dall’altro, l’inglese ha cominciato a pretendere al ruolo di lingua unica.

L’adesione di certi Paesi nordici, realizzata in maniera affrettata e sprovvista dell’ oculatezza necessaria per la salvaguardia del modello originale dell’Europa comunitaria, è stata una manna per gli anglofoni e per i fautori della lingua unica ma ha costituito un vero problema in vista del consolidamento di un’identità europea rispettosa e responsabile della diversità linguistica e culturale che le è propria. Si tratta sovente di un approccio tipico dei piccoli Paesi, i quali,  in mancanza di un mercato interno adeguato per permettere la produzione, in lingua nazionale e a fini nazionali, di tutte le espressioni della cultura, dal cinema all’editoria, dalla musica ai programmi televisivi, sono stati inglobati, da decenni, nell’area della cultura anglo-americana che è diventata una loro seconda natura, anche grazie a un tessuto culturale di base, sotto certi aspetti, affine e compatibile.

In seguito, l’adesione in massa dei Paesi dell’Est, realizzata ancora più affrettatamente di quella dei Paesi nordici, che ha visto l’instaurarsi di una regia occulta che ha imposto l’inglese come unica lingua per i negoziati, nonostante il fatto che molti di questi Paesi conoscessero meglio il tedesco o il francese e, in alcuni, casi avessero anche manifestato la preferenza per queste lingue, ha reso la situazione ancora più complessa. Da parte sua, la Commissione, invece di impegnarsi ad ancorare i propri Servizi a un plurilinguismo effettivo, divaga e perde tempo.

Arrivati in Europa, su un piano di parità, non sempre compatibile con le dimensioni del Paese e con le regole della democrazia, molti di questi Paesi, per diverse, infondate, ragioni, pretendono  di imporre la scelta dell’inglese, che previa un’analisi sommaria considerano una scelta obbligata, ai grandi Paesi europei, agli Stati Membri fondatori, abituati da decenni a un sistema multililingue, con una ostinazione senza remore e una incredibile mancanza di rispetto nei confronti di milioni di cittadini europei che la loro scelta discrimina.  Lo spirito contabile che aleggia sulle istituzioni europee e che ha sostituito il fiuto politico, non permette loro di  vedere i limiti e i rischi di questa scelta e del progetto che la ispira.


9. La strategia della lingua unica.

In questo contesto, e grazie a un’orchestrazione molto abilmente messa a punto, all’interno dell’ Amministrazione Pubblica Europea come all’esterno, facendo leva sulla diplomazia, sulle Rappresentanze Permanenti, sui politici e sugli organi di governo degli Stati Membri, mediante lo sbandieramento di criteri di  carattere economico e di bilancio, peraltro totalmente infondati, le istituzioni europee sono state prese d’assalto dalla strategia  della lingua unica.

Per il momento, in seno alla Commissione Europea, c’è in atto un sistema a tre lingue che si vorrebbe far adottare ufficialmente e che mira, a termine, all’adozione di una sola lingua.  Questo sistema porta a uno stravolgimento del progetto europeo perché solo i Paesi che riusciranno a conservare la presenza attiva della propria lingua riusciranno a impregnare l’Europa della loro cultura e della loro identità.

Se è vero che lavorare costantemente in ventitre lingue può creare qualche difficoltà, è altrettanto vero che costruire l’Europa ha un prezzo che, se non vogliamo mettere a rischio il progetto di unione, dobbiamo pagare, soprattutto alfine di evitare di creare cittadini di prima e di seconda categoria.  E’ necessario trovare un “modus vivendi” che può essere anche a geometria variabile, un sistema fondato su criteri democratici, su parametri obiettivi, univoci ed espliciti che tenga conto, tra l’altro, del peso demografico delle lingue europee, le qualidevono essere usate e valorizzate anche come strumento per raggiungere e coinvolgere i milioni di cittadini europei nel progetto di integrazione. E’ indispensabile costruire un sistema che valorizzi la diversità linguistica e culturale dell’Europa, che miri a protegerla e a conservarla.

Al contrario, sotto l’influenza delle strategie messe  in opera da Neil Kinnock, attuale Presidente del British Council, all’epoca in cui era membro della Commissione Europea, responsabile dei dervizi linguistici, informatici e amministrativi, la Commissione divaga, va fuori dal seminato, e segue un cammino tracciato da ideologie estranee all’interesse generale e ai valori dell’Europa, senza porsi domande.

Invece di darsi da fare a ricostituire i servizi linguistici smantellati da Neil Kinnock e, in parte, esternalizzati, a mettere in funzione un sistema informatico degno di una Comunità multilingue, a predisporre un’informazione plurilingue per i cittadini europei, in grado di raggiungerli e di coinvolgerli nel progetto di integrazione dell’Europa, invece di preoccuparsi di rivedere la legittimità nella scelta delle lingue di procedura, la legalità e l’efficacità del sistema linguistico applicato ai concorsi per l’assunzione di funzionari che si fanno in sole tre lingue, invece di turbarsi per la qualità dei testi originali che diventano sempre più scadenti perché sempre meno funzionari sono autorizzati a redigere nella propria lingua, i signori Commissari perdono tempo e si occupano in priorità di questioni secondarie quali le lingue minoritarie, i dialetti e le lingue degli immigrati.

L’adozione della lingua unica comportrebbe, a termine, la costruzione di un modello europeo ispirato a una sola cultura. Questo sistema, come d’altra parte già accade troppo spesso, fa si che molti Paesi, l’Italia in primis,  invece di mandare, alle riunioni, il tecnico specializzato sull’argomento all’ordine del giorno, mandano il funzionario più o meno factotum che parla l’inglese con tutte le consequenze nefaste che questo comporta.

L’integrazione europea è un affar serio, un processo che in pochi anni può cambiare, a loro svantaggio, i connotati dei Paesi poco attenti. Per questo, richiede preparazione, attenzione, presenza, quotidiane e costanti, e la doverosa determinazione, per coloro che ci rappresentano di salvaguardare le nostre tradizioni e la nostra identità non già in un semplice e meschino interesse nazionalistico ma per metterle a disposizione della qualità della vita di tutti gli Europei. 

10. La nascita delle lingue di procedura.

Il risultato più evidente della strategia della lingua unica è stato che la Commissione, al suo interno, è stata investita, alcuni anni fa, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, di una proposta emanante dal Presidente in carica, di adottare l’inglese come unica lingua di lavoro.

A seguito delle proteste congiunte dei Ministri degli Esteri di Francia e Germania, la Commissione ha ripiegato su tre “lingue di lavoro”, francese, tedesco, inglese, senza giustificare, istituzionalmente, questa scelta e enunciarne  i criteri di discriminazione.  Non potendo, tuttavia, definirle ufficialmente “lingue di lavoro” per non essere in palese contraddizione con i testi fondatori, che definisco lingue ufficiali e lingue di lavoro tutte le lingue ufficiali degli Stati Membri, le ha chiamate “lingue di procedura”. Vale a dire lingue usate per adottare un testo del Collegio via la “procedura scritta” che è una delle prassi interne alla Commissione.

11. Riunioni tecniche senza l’interpretazione.

Il Consiglio di Ministri ha fatto anche di peggio autorizzandosi, da un giorno all’altro, a tenere molte riunioni, in particolare quelle di livello tecnico che sono le più delicate, in due sole lingue, inglese e francese, spesso anche senza l’ interpretazione, da e verso queste due lingue, obbligando i presenti a una conoscenza approfondita di entrambe, salvo fare solo atto di presenza. Tenuto conto della sua arbitrarietà questa decisione è stata presa brutalmente con il solo accordo dei Rappresentanti Permanenti, i quali, tra i loro poteri non detengono quello di cambiare, da soli, Regolamenti e testi fondatori. Una decisione presa alla chetichella, senza informarne preventivamente il personale coinvolto nelle riunioni e in assenza di qualsiasi preparazione ad hoc per gli stessi funzionari delle istituzioni europee, abituati tradizionalmente a poter disporre di un servizio di interpretazione e di traduzione ampio e accurato.

Non è facile spiegare ai non addetti ai lavori i danni irreparabili che tali decisioni comportano per la difesa e la presa in conto degli interessi  nazionali e per la partecipazione effettiva di tutti gli Stati Membri al processo di integrazione in corso. Le decine di riunioni, di carattere tecnico, che si tengono ogni giorno, in seno alle istituzioni europee, non permettono una partecipazione effettiva ed efficace degli esperti degli Stati Membri se non prevedono la possibilità di esprimersi nella propria lingua e di disporre dell’interpretazione verso la propria lingua alfine di comprendere, nei dettagli, la materia trattata e la posta in gioco.

E’ necessario insistere su questo punto: questo tipo di riunioni che, ripeto, si tengono a decine ogni giorno a Bruxelles, a Lussemburgo, a Strasburgo e un po’ ovunque, trattano di agricoltura, commercio, concorrenza, coperazione, finanze, trasporti, energia e quant’altro,  non si tratta di discussioni di carattere generale ma di concertazioni di carattere altamente tecnico e specializzato che producono decisioni con un impatto diretto sui vari settori dell’economia degli Stati Membri e sui cittadini. Una mancanza di presenza attiva, una distrazione, possono costare carissime a un intero Paese e soprattutto a tutti i cittadini europei. 

E’ cosi che, per una “distrazione” dei Paesi dell’Europa mediterranea, i Belgi, gli Olandesi e i poveri Italiani, Greci e Spagnoli che vivono in questi Paesi si ritrovano a dover mangiare pomodori, peperoni, melanzane, zucchine e altre verdure, coltivate con  l’idrocultura nelle serre dell’Olanda e del Belgio.  Le verdure che sono i frutti del sole del Mediterraneo che il sole non lo hanno mai visto e del prodotto originale hanno conservato solo il nome.

E’ cosi che l’industria dei forni elettrici di un Paese, che non voglio nominare, è quasi riuscita a far eliminare, in Italia, i forni a legna, per cuocere la pizza che secondo uno studio di “esperti indipendenti” risultavano poco igienici.

E’ cosí che i programmi di istruzione e di studio vengono deviati subdolamente verso forme alleggerite, più pratiche, nozionistiche, orienate verso l’informazione piuttosto che verso la formazione, non congeniali al nostro profilo storico-culturale perché castigano lo spirito speculativo che è all’origine del pensiero e della creatività della civiltà europea. E’ cosi che l’italiano sta scomparendo poco a poco dal quotidiano delle istituzioni europee.

12. Europa alla deriva.

La realtà è che, in queste condizioni, l’Europa è alla deriva, prigioniera di un manipolo di attivisti che ne deturpano le sembianze e ne forgiano un futuro controverso e nefasto perché non rispettoso della sua identità multiforme e policroma. La verità è che gli Europei sono stati derubati del loro progetto di integrazione.

L’integrazione europea sta trasformandosi in uno strumento di potere della globalizzazione delle multinazionali e di oppressione dei popoli,attraverso le scelte tecniche, commerciali, agricole, amministrative che ci vengono dettate da potenze estranee, direttamente e via diversi e molteplici mecanismi. Tra questi, le organizzazioni internazionali ad hoc, le lobbies delle multinazionali infiltrate ovunque, le società di consulenza che forniscono, a getto continuo, i famosi “esperti indipendenti” i quali hanno stravolto e stanno stravolgendo l’apparato amministrativo delle istituzioni europee e degli Stati Membri, tra l’altro, attraverso le schedature che, con il pretesto del del terrorismo,  sono sempre più diffuse e invadono tutti gli aspetti della vita civile.

L’integrazione europea sta trasformandosi in un baraccone informe  le cui competenze diventano sempre meno compatibili con la carenza di democrazia, con la mancanza di servizi adeguatamente organizzati e strutturati, per assicurare la partecipazione attiva di tutti i cittadini e di di tutte le parti interessate, al concepimento della nuova Europa che si costruisce, giorno dopo giorno. Competenze  incompatibili con l’assenza della trasparenza e dell’imparzialità necessarie a questo tipo di progetto che vede in gioco Paesi, valori e interessi di grande disparità.

13. Lingua di comunicazione e lingua di concezione.

Tenuto conto della natura “sui generis” ,unica al mondo, delle istituzioni europee, esiste molta confusione in fatto di lingue e quanto alla necessità di avere “una” lingua di comunicazione. In realtà, come già messo in evidenza, non essendo una organizzazione internazionale ma un apparato politico-amministrativo che, sotto molti aspetti, è del tutto paragonabile a quello di uno Stato, l’Europa ha bisogno di lingue di concezione.

Gli anglofoni e gli anglofili hanno messo in circolazione quest’idea  della “lingua franca” , la più pratica, la più facile, quella che ci è comune, c’è addirittura uno slogan che farnetica più degli altri, definendo l’inglese come “il nuovo latino”. I pretesti che si accampano sono quelli dell’economia, dell’efficienza, della razionalità, della credibilità delle istituzioni, si pretende di voler  evitare la babelizzazione delle istituzioni europee. In realtà si tratta solo di slogans senza alcun fondamento, spesso in totale contraddizione con la realtà dei fatti, che non reggono a nessun esame, sotto qualsivoglia profilo, messi in circolazione da una propaganda di bassissimo livello che mira solo al dominio economico e culturale dell’Europa. L’uomo della strada, a cui non va di informarsi e di fare lo forzo di ragionare con la propria testa, ripete tutto ciò a pappagallo, si crea cosí una corrente, non già di pensiero ma di luoghi comuni, sulla questione linguistica che non ha niente a che fare con le esigenze e con la réaltà dell’Europa e delle sue istituzioni.

Al dilà dei problemi di diritti umani e di democrazia, che non voglio prendere in esame in quest’ambito, restando al semplice livello dell’efficienza e della credibilità, la realtà è che l’Europa per costruirsi e per crescere, per conservare la sua identità, per rimanere un punto di riferimento della civiltà occidentale e la Patria comune di tutti gli Europei non ha bisogno di “una” lingua di comunicazione ma, anzitutto, di molteplici lingue di concezione e di comunione.L’Europa non può essere “pensata” in una sola lingua perché l’unilinguismo non le permetterebbe di conservare la sua identità. La sfida alla quale siamo confrontati non è quella di scegliere una lingua di comunicazione per l’Europa ma quella di trovare un sistema per far coesistere e convivere armoniosamente la sua ricchezza e la sua diversità linguistica e culturale.

Anna Maria Campogrande
Novembre 2007