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In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

sabato 31 marzo 2018

Grottammare: "Marta mia... caro maestro" di Vincenzo Bonaventura - Recensione


MARTA MIA, CARO MAESTRO
Carteggio tra Marta Abba e Luigi Pirandello
di e con
Vincenzo Di Bonaventura
 Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto - 27 marzo 2018  h21.15

“La mia arte sei tu”
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       Sono trascorse più o meno due ore, quando a malincuore torniamo alla realtà e all’oggi, dopo aver fatto un giro completo intorno al nostro asse: Di Bonaventura e la sua voce ci hanno trasportato lontano l’anima e i sensi, ai primi decenni di un Novecento europeo e italiano di passione intellettuale, innovatore nel costume, nella cultura, nel teatro.

       Pirandello, la sua vicenda umana e artistica, la sua rivoluzionaria drammaturgia: tutto questo ci viene incontro attraverso la voce attoriale, con la forza abbagliante del documento privato che svela l’uomo e illumina il genio, e con uguale chiarezza traccia sullo sfondo il disegno di un’epoca che è anche mito, e della Storia  che la contiene.

       L’Epistolario Pirandello-Abba è il corpus del Recital: dallo straripante carteggio fra i due artisti nasce il lavoro realizzato a più mani dallo stesso Di Bonaventura nel periodo veneziano (or sono 25 anni), dal regista  Giuseppe Emiliani - premio internazionale Flaiano - e da altri studiosi pirandelliani, rappresentato all’epoca davanti a platee affollatissime; oggi a Grottammare davanti a spettatori circa venti…

       In novanta minuti di densa tesissima lettura, si raggrumano le parti salienti di una storia di anime, centinaia di lettere nelle quali il drammaturgo apriva il vecchio cuore alla giovane Marta, musa venerata con disperata passione.

       Sulla parete le immagini della diva, foto d’epoca di lei e di un Pirandello “sessantino”- così lo chiamerebbe il conterraneo Camilleri - che dimostra più degli anni che ha. Come per l’epistolario Duse-D’Annunzio, la voce attoriale si sdoppia, è alternatamente Pirandello e Abba, e un filo musicale - le composizioni del giovane Fabio Capponi - ne accompagna la trama.

       Alle oltre cinquecento lettere che lungo circa un decennio (1925-1936) l’artista scrive a Marta Abba, l’attrice non risponde che per la metà.
 In una sorta di “salto funzionale fra i due epistolari”, due diversi discorsi vi si snodano, quello di un amore a senso unico, bruciante e impossibile, e quello di un argomentare tutto informativo e pratico, quasi ragionieristico, della musa che risponde al pur venerato interlocutore. Il quale così la descrive: È giovanissima e di meravigliosa bellezza, capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca, la bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa…

       Non l’attrazione voyeuristica per il privato di grandi personaggi è il fascino dell’epistolario: lo è piuttosto la luce gettata “dall’interno” sulla parabola di un periodo intenso e tragico – il fascismo, i venti di guerra, il ruolo degli intellettuali – e di una cultura in fervente trasformazione, che soprattutto nel teatro cercava strade nuove e sperimentava rivoluzionari percorsi.

       D’Annunzio e Pirandello, e in Europa - di poco precedenti - Ibsen, Čekov, Strindberg (la lezione dei quali, pur nella tradizione, anticipava già il nuovo e la dissoluzione della forma drammatica): della linfa di personaggi giganteschi si nutriva l’epoca, e perfino Mussolini - pur nelle sue scelte “masnade”, dirà Di Bonaventura - apprezzava il progetto di una riforma del  teatro. 
Tuttavia l’illusione che l’appoggio statale potesse offrire all’Italia il grande teatro che avrebbe unito la nazione - e in questa chiave l’adesione dello scrittore al fascismo assume una luce particolare - non fa i conti con la diffidenza suscitata dai temi dei suoi drammi - scomodi, trasgressivi, inquietanti - che gli meriteranno - Pirandello non lo saprà mai - la sorveglianza dell’OVRA.

       “Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio, e una coi capelli d’argento, il pizzetto bianco, piuttosto curva”, così l’attrice narra l’alba di una carriera e di un sodalizio artistico che cesserà solo con la morte del Maestro: gioco di reciproco rispecchiamento - nel più puro stile pirandelliano - in cui ciascuno vede riflesso nell’altro ciò che lo completa e che ama.

       Se amore è parola che quasi mai compare nel carteggio, amore e passione sono in ogni riga indirizzata a lei da Pirandello, per il quale “non esisteva ormai che la statua tremenda di Marta”. La mia arte non è stata mai così piena, così varia e imprevista (…) E scrivo con gli occhi della mente fissi a Te. 

       Ma quella voce a tratti esaltata - Finalmente oggi mi è arrivata la tua lettera estrosa e volante. (…) E’ stata la boccata d’aria di cui avevo proprio bisogno - quasi sempre disperata, sembra non raggiungerla mai; l’attrice si sottrae, a volte con irritazione, alla pressione di quel sentimento: tratta questioni pratiche, contratti, compensi, impresari, successi e insuccessi, si preoccupa - frettolosamente - della salute del Maestro (Stia a letto un po’, si riposi, non faccia smanie, e si faccia servire su in camera...).
       Questi scrive per lei i suoi drammi (Tutta la mia vita sei tu, la mia Arte sei tu, senza il tuo respiro, muore), a lei sono dedicati il teatro, le storie, i personaggi (che perfino, a volte, si chiamano col nome di lei).

       E quando più tardi s’inasprisce il risentimento per un’Italia che avversa i suoi progetti di rinascita del teatro, la scelta di trasferire altrove la propria vita artistica include naturalmente Marta.

       “Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dall’Italia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver bisogno di nessuno. (…) Qui è un dilaniarsi continuo (…) La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, l’intrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia s’è fatta irrespirabile. Fuori! Fuori! Lontano! Lontano!”: così le scrive nell’estate del ’28 (sembra oggi) e nell’autunno saranno in Germania ambedue. “Non riesco più a stare fermo, andrò ancora fuggendo, e il più lontano possibile dall’Italia” scrive ad Ugo Ojetti.

       Berlino, con la sua vivacissima temperie culturale, può favorire - ritiene Pirandello - successi tali da poter tornare in patria senza dipendere da alcuno (col grande Max Reinhardt, regista e demiurgo della scena teatrale dell’epoca, direttore del Deutsches Theater, allestirà fra l’altro la prima di “Sei personaggi in cerca d’autore”).
“Ammiro il teatro tedesco per la sua disciplina e i mezzi perfetti di cui dispone (…), ma la tecnica portata alla massima perfezione sta finendo per uccidere il teatro. (…) Io col mio dramma nuovo intendo reagire a questa tendenza”: così confida a Corrado Alvaro (corrispondente in quel periodo da Berlino per “La Stampa”).

       Ma il distacco da Marta lo annienta, quando dopo soli cinque mesi l’attrice deciderà di rientrare in Italia per proseguire qui la sua carriera.
Te ne  sei andata, la mia vita è finita […] Credimi, Marta, per me l’unico viaggio da fare sarebbe quello da cui non si torna più.
Continua tuttavia a frequentare traduttori, editori, registi, e le sue lettere a Marta - una al giorno, a volte più - tracciano anche una “topografia pirandelliana della città”, crocevia di culture dal quale nonostante i “brontolii allarmanti che provengono dallo stomaco tedesco”, i sospetti di dittatura e razzismo gli appaiono lontani. Ma l’angoscia della distanza è insostenibile: Muojo perché non so più che farmene della vita (…) In questa atroce solitudine non ha più senso vivere, né valore né scopo..
      
       Di nuovo in Italia al termine del fecondo biennio berlinese - dopo un amaro insuccesso al Lessing Theater e violente contestazioni orchestrate dai suoi nemici  (“Questa è Berlino. M’è parso jer sera d’essere in Italia… Gli odii m’inseguono da per tutto” ) - sarà poco più tardi a Parigi, poi in America contattato dalle major cinematografiche per trasporre i suoi drammi in “film parlanti”: fumo negli occhi, lo capisce subito e lo scrive alla sua Marta: “Ne ho la nausea fino alla gola”. D’altronde “il cinema era per lui la più grave minaccia per l’avvenire del teatro” (N.Borsellino).

       Su tutto, resta fermo l’obiettivo di garantire alla sua musa la fama sopranazionale che merita: Io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la Tua vita; il Tuo destino è grande; Tu sei un’Eletta; non puoi circoscrivere in un ambito mediocre la Tua esistenza.
Ma sempre, da ovunque partano le sue lettere a Marta, la sua è inevasa richiesta d’amore; per lei, al contrario, egli resta il Pigmalione da idolatrare e dal quale ricevere vita artistica: non lo chiamerà mai altro che ”Maestro”, mentre per lui - protagonista tragico e assoluto del suo dramma personale - sarà sempre disperatamente “Marta mia”.

       Un’agonia  - Se Tu potessi sentire quanto soffro, son sicuro che avresti un po’ di pietà per me. Tu non mi parli più di Te, io non Ti vedo più nelle Tue lettere  - che i trionfi americani di Marta compensano - Io sono cosi felice di non essermi ingannato sulla potenza delle sue ali e d’aver combattuto contro chi voleva tenergliele chiuse, perche le aprisse sempre a più grandi voli.

       Mentre recita al Plymouth Theatre di Broadway, il 14 dicembre 1936 Marta riceve l’ultima lettera del Maestro, Pirandello si era spento il 10. La lettera è datata 4 dicembre: Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nell’atroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione! Ma Tu non ci pensare! Ti abbraccio forte forte con tutto, tutto il cuore. Il Tuo Maestro.

       Un crollo psicologico che per l’attrice segna il definitivo addio alle scene. Per la musa che ha scrupolosamente difeso la distanza di sicurezza dal suo Pigmalione, quella sicurezza è perduta ora che la distanza è definitiva e irreparabile. Il miglior Pirandello non avrebbe potuto concepire trama più pirandelliana.


Sara Di Giuseppe   -   faxivostri.wordpress.com


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mercoledì 28 marzo 2018

Per convivere pacificamente non serve “integrazione” ma "condivisione"…


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Quello che ci lascia perplessi e a volte increduli è come l’occidente cristiano non abbia ancora capito che per gli islamici la parola integrazione non appare nei loro vocabolari. Son più di 40 anni che ci ostiniamo ad invitare uomini di altre fedi religiose che giungono in Europa, in fuga da aree del pianeta invivibili per motivi di sicurezza o per motivi economici, ad integrarsi con la nostra cultura europea. Come risposta, invece, vediamo che dopo tanto tempo queste persone restano fortemente radicate nel loro credo religioso e non intendono minimamente “integrarsi” con noi.
E allora perché i nostri “saggi” politici, ma anche letterati e filosofi “illuminati”, non aboliscono questa parola ignorata e a volte vilipesa?
Se non vogliamo scomparire o combattere sostituiamo la parola integrazione con condivisione. In questo modo noi cristiani occidentali condivideremo la cultura e la religione dei musulmani e altrettanto dovremmo pretendere da queste persone che, finalmente, possano condividere la nostra cultura, restando tutti nel proprio alveo religioso e culturale, senza cercare di interferire forzatamente o subdolamente per convertire una parte o l’altra.
Questo forse è il primo passo per convivere in pace in Europa tra i vari credi politici e religiosi, sperando così di chiudere per sempre il tragico capitolo della non integrazione che fino all’altro giorno ha portato morte e distruzione.
Francesco Pierangelini 

martedì 27 marzo 2018

E' tempo di Terra Cotta



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La terra è piatta come un disco e l'universo è un grande grammofono
noi siamo dentro il solco

cerco me stesso seguendo la voce in fondo al bosco… si, la prossima volta
mettici più tabacco!

senti…la vita!
lo faccio io il caffè!

cereja passita il cosaedro

ricordare con le mani in attesa del vento

alla ricerca di tracce misteriose che permettono di vedere gli avvenimenti del
passato

le magie vere che sono finte e le magie finte che sono vere

immaginiamo che… nemmeno don chisciotte sia esistito poi come racconta cervantes
era solo un matto, un matto straordinario

molte tribù africane pensano che le ombre della luna siano quelle di un
suonatore di tamburo

il chebabbaro metropolitano stanco sciauarma sceick con la fidanzata ganjagirl

[logaut bibbop]

a roma la musica che va di moda mo, tra i ragazzi, si chiama trap ultima
derivazione dell hip hop

sfera e basta e punto e basta

ciao sono arrivato assieme alla primavera alle 17 e 15 e tanta pioggia

in realtà mi sono trasferita sulla luna!
allora se ti capita di scendere fatti sentire!

ieri 20 marzo alle 17 e 15 e’ arrivata la primavera annunciata da freddo e vento

senti …la vita! lo faccio io il caffè!

buongiorno amore voglio dire che finche saro tuo schiavo puoi dirmi quel che
vuoi e pensare quel che vuoi di me e finche e quando potrò saro sempre tuo
umile servitore

ero alla staz di roma e il primo treno per pescara era nel pomeriggio cosi ho
preso il primo per diamante e sono scivolato dolcemente verso sud, ora attendo
caldo primaverile guardando il mare dall alto passeggiando nella vegetazione
pronta già ad abbracciare i caldi raggi

bella virata foriera di bucolici quanto mitologici racconti

un bacio ai diamanti

buona primavera

cerco me stesso seguendo la voce in fondo al bosco

sono ricco della quantità di oggetti di cui posso fare a meno

sono allarcipelago sagarote a diamante in calabria tra terra e cielo e la in
fondo il mare in tempest,a immerso nella vegetazione mediterranea in fiore in
cerca di asparagi guardo intensamente il verde in tutte le sue tonalità e
gradazioni

pierluigi ighina dice che il sole visto dal basso e’ giallo, la terra vista dall
alto e’ blu. e giallo e blu fa verde, ed e’ tutto cio che ce’ nel mezzo…

pianeta di acqua+
pianeta di fuoco=
pianeta di amore

lo faccio io il caffè!
senti…la vita!

[poco suono]

brani

theophilius beck ford: easy snapping
neil young: down by the river
bob marley: i shot the sheriff
fahbro: addis zemen

libri

aldous huxley, (psiconauta) : island

video

thomas torelli: choose love

parla di empatia amore perdono semplicità consapevolezza

il futuro lo vedo negli orti e nell auto produzione nei gruppi di acquisto
solidale nel km 0

oggi piove e guardo i tetti e il cielo di roma dal sesto piano di un bel palazzo
novecentesco
siamo all ex snia per laboratorio di costruzione fino a domani, posto
meraviglioso!
ex snia vis cosa monumento naturale, veramente bello

macchina cosmica
sguardo a levante
portami con te

la felicita tenuta per se, il seme
la felicita condivisa, il fiore

"Se pensi in termini di anni pianta un seme. Se pensi in termini di decenni pianta alberi. Se pensi a cent'anni insegna alla gente" (Confucio)


Ferdinando Renzetti


lunedì 26 marzo 2018

Psiche collettiva e teoria degli pseudopodi


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Nel libro Riciclaggio della Memoria*, ho raccontato di come nella nostra società, nell’anima della specie chiamata anche “aura psichica”, si manifestino diverse forze cinetiche che spingono l’intelligenza  in un continuo altalenante processo elaborativo. La psiche collettiva ha varie sfaccettature ognuna delle quali rappresenta un modo di pensare in ognuno dei campi d’interesse umano: economia, tecnica, arte, scienza, religione e spiritualità. Come avviene ad esempio nell’ameba, animale unicellulare, c’è un corpo massa che è perlopiù statico, rappresentato dalla grandissima parte degli umani che vivono in un tran-tran consuetudinario, nei credo, da questa massa vengono emessi pseudopodi mentali che spostano l’intelligenza in un processo vitale.

I processi vitali  vengono sospinti attraverso il movimento di  due tendenze  di cui una attaccato ai modelli  dell’ego, dell’interesse privato, della tradizione basata sul settarismo ed un'altra  protesa verso la sinergia, il superamento delle divisioni ideologiche, verso l’accrescimento di coscienza, verso l’integrazione con il tutto e la liberazione dagli schemi. In un certo senso il legante che mantiene il corpo massa unificato deve necessariamente essere un misto  di bene e di male, di verità e di finzione, di illusione e di conoscenza.

Questi due pseudopodi psichici si  attivano  attraverso l'azione di  una minima parte di umanità, mentre nel corpo massa si stabilisce la stragrande maggioranza degli uomini. 

Per una legge di equilibrio dinamico universale se, ad esempio, nella psiche collettiva lo pseudopodo regressivo è  animato da un numero ristretto di persone che governano politicamente ed economicamente il mondo con l’attuale sistema di sfruttamento e dominio, anche nello pseudopodo evolutivo il numero di persone che emanano amore  e solidarietà mutualistica  è limitato. Mentre nel corpo massa imperano i grandi numeri, le grandi religioni, le classi popolari,  le folle tifose di questo o quello ed i seguaci di varie mode o culture…

Alla luce di questa consapevolezza non mi meraviglia che se, nella parte regressiva, i veri detentori dei poteri sociali, economici e religiosi nel mondo sono -ad esempio- una trentina di persone (operatori occulti, coscienze ipocrite e votate all’illusione), altrettanto pochi saranno nella parte evolutiva (santi e coscienze libere dai vincoli dell’illusione).


Di tanto in tanto c'è un apparente  prevalere di un "indirizzo" sull'altro ma infine, com'è postulato nel Taoismo, si torna sempre ad una stabilità, tra alti e bassi,  nel corso del tempo...

Paolo D’Arpini



http://www.tracce.org/D'Arpini.htm

venerdì 23 marzo 2018

Venezia - 24 marzo 2018 si spengono le luci a San Marco per "l'Ora della Terra"

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Sabato 24 marzo 2018, alle ore 20.30, si spegneranno le luci per un’ora in molte piazze, strade e monumenti simbolo del Pianeta, rispondendo all’invito di “Earth Hour 2018 – l’Ora della Terra”, la grande mobilitazione globale organizzata dal Wwf per promuovere il risparmio energetico.
Anche la Città di Venezia aderisce all’evento, patrocinato quest’anno dall’Assessorato all’Ambiente, proponendo alcune iniziative.
Alle 19.30 partirà da Piazzale Roma e da Sant’Elena verso Piazza San Marco una passeggiata nordica aperta a tutti. L’arrivo dei partecipanti è previsto per le ore 20.15 nei pressi del Caffè Lavena.
Alle 20.30 si spegneranno le luci di Piazza San Marco e degli esercizi commerciali aderenti all’iniziativa mentre verranno accesi dei piccoli lumini che brilleranno nel buio disegnando il logo dell’evento. Un gesto simbolico per sensibilizzare persone e istituzioni al consumo energetico consapevole e contribuire alla costruzione di un futuro sostenibile.
Alla manifestazione collaborano l’associazione Piazza San Marco e l’associazione Nordic Walking Italy.
Iniziative come questa – ha commentato l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin – sono occasioni preziose che ci invitano a non dare per scontato lo splendido Pianeta in cui viviamo. Insieme, siamo chiamati a tutelarlo e a custodirlo, anche attraverso piccole scelte quotidiane e consapevoli, perché possano continuare a goderne anche le generazioni future. Domani – ha aggiunto De Martin – spegneremo per una notte anche il faro Ramses II di Porto Marghera”.

Fonte:  http://www.meteoweb.eu/2018/03/earth-hour-ora-della-terra-venezia/1068035/#BlOuLHuUdKBxshZj.99

giovedì 22 marzo 2018

Nature for Water è il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2018


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Come ogni anno, il 22 Marzo le Nazioni Unite lanciano un appello per celebrare la giornata dedicata alla tutela della risorsa idrica.

Quest’anno l’invito è a ricercare soluzioni basate sulla natura per affrontare le attuali sfide idriche: la quantità e la qualità dell’acqua destinata al consumo umano è oggi infatti minacciata dagli ecosistemi danneggiati e più di 2 miliardi di persone vivono oggi senza acqua potabile nelle abitazioni.

Uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile mira a “Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle risorse idriche e servizi igienico-sanitari per tutti” entro il 2030, anche attraverso la protezione e il ripristino degli ecosistemi legati all'acqua, tra cui montagne, foreste, zone umide, fiumi, falde acquifere e laghi.

Tutti possiamo contribuire al raggiungimento dell’obiettivo anche con piccoli gesti quotidiani. Ci aiutano in questo alcuni utili consigli come:
22 marzo 2018: la natura per l'acqua

mercoledì 21 marzo 2018

Il digiuno nei secoli... Guarigione o malattia?

“Imparerete più da un digiuno che da tutte le terre che avete visitato  o dai libri che avete letto” ( Morris Krok)

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Il digiuno, da sempre è stato praticato fin dagli albori della storia da tutti i popoli della terra allo scopo di  purificare il corpo e la mente, per penitenza nei percorsi spirituali, spesso per auto-disciplina, per scopi politici o come mezzo di guarigione.
Per i Veda e per la tradizione yogica era principalmente un mezzo di elevazione spirituale, mentre nelle religioni primitive per propiziarsi la divinità, o per prepararsi a certi rituali. Era usato dagli antichi greci, prima della consultazione degli oracoli, dagli sciamani africani per contattare gli spiriti, dagli indiani d’America per acquisire il proprio animale totemico, dai fenici, dagli egizi, gli assiri, dai babilonesi, dai druidi celtici e in tutti i paesi del Mediterraneo; i farisei erano noti per il loro digiuno.
La legge mosaica ordinava agli ebrei il digiuno una volta l‘anno;  i primi cristiani lo praticavano con riferimento a Gesù che digiunò per 40 giorni prima della sua missione; veniva consigliato dai medici arabi. In Italia i medici napoletani, fino a circa 150 anni fa erano soliti utilizzare il digiuno che a volte durava 40 giorni nei casi di febbre. All’inizio dell’Ottocento il digiuno venne praticato come terapia per guarire diverse malattie.
La storia del digiuno annovera molti santi: Benedetto, Francesco d’Assisi, Francesco di Paola, Caterina da Genova, Bernardo di Chiaravalle, Romualdo dei Camaldolesi, Tommaso d’Aquino, Ignazio di Loiola, Francesco di Sales e altri. In tempi più recenti sono noti i digiuni di Gandhi, Aurobindo, Krishnamurti.
In particolare i musulmani digiunano per tutto il mese del Ramadan, cioè il 9° mese del calendario lunare, perché celebra la rivelazione dei primi versetti del Corano, che consiste nell’astenersi, dall’alba al tramonto, dal mangiare, bere, fumare o praticare sesso. Il motivo è sostanzialmente l’autocontrollo per liberare l’anima dai desideri in modo da elevarsi verso Dio. Ma aiuta a comprendere il valore dei doni di Dio e permette di aprirsi con più compassione verso i bisognosi.
Per l’ebraismo il digiuno ha lo scopo di espiare i peccati o innalzare le suppliche a Dio. Durante il digiuno è proibito lavarsi, indossare scarpe di cuoio, usare oli, acque profumate, o avere rapporti sessuali.
Anche nell’induismo il digiuno è un sistema di purificazione che serve a riappropriarsi di tutta l’energia necessaria per cercare la vicinanza con la divinità.
Nel buddismo, la frugalità, l’essenzialità, la moderazione, l’austerità della vita, ha lo scopo di purificazione il corpo per raggiungere la chiarezza mentale, i poteri nascosti nella mente, la  saggezza, e così liberarsi dal karma negativo.
Gandhi praticò innumerevoli digiuni a scopo politico-sociale, per fermare le violenze degli inglesi contro gli indiani, i massacri fra indù e musulmani: se il corpo si poteva depurare con il digiuno anche il corpo della nazione poteva essere liberata tramite lo stesso meccanismo. Per Gandhi il digiuno era una specie di preghiera intensa, slancio dell’anima.
Nel mondo animale gli animali digiunano quando sono feriti, ammalati, nel periodo di ibernazione o di letargo, alcuni digiunano durante il periodo di accoppiamento o di allattamento, durante i periodi di siccità, di nevicate, di freddo intenso, o per carenza di cibo. Alcuni uccelli digiunano mentre covano le uova, altri subito dopo la nascita.
Ma il vero fondatore della moderna digiunoterapia è l’americano di origine tedesca Herbert M. Schelton, autore di decine di libri. Shelton ha seguito direttamente 45.000 digiuni ed è testimone della guarigione di  moltissime patologie attraverso tale pratica.
L’organismo privato dal consueto apporto di alimenti è costretto con il digiuno ad assorbire e smaltire i residui incamerati,  liberando l’organismo da scorie, pus, cellule morte, cisti ed anche tumori. Il digiuno costringe il corpo a consumare (per mezzo dell’autolisi) tutti i tessuti superflui e le scorte nutritive: le tossine accumulate vengono immesse nella circolazione per essere portate agli organi escretori e quindi eliminate. Le cellule subiscono una purificazione ed avviene la rimozione dal protoplasma delle sostanze estranee accumulate, le cellule si ringiovaniscono e svolgono le loro funzioni più efficacemente. Non esiste niente altro al pari del digiuno in grado di eliminare le sostanze di rifiuto accumulate nel sangue e nei tessuti e depurare l’organismo consentendogli di recuperare la salute.
Quando si inizia un digiuno ci si astiene dal fare uso di tè, caffè, alcol, sigarette bevande gasate, condimenti, spezie, additivi alimentari, conservanti, integratori sintetici, medicine ecc., praticamente si interrompe l’abitudine di avvelenarsi. Vi sono testimonianze molto importanti in merito all’efficacia del digiuno attraverso il quale alcune persone hanno vinto anche mali incurabili.

Franco Libero Manco


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venerdì 16 marzo 2018

Grottammare Alta - “A Eleonora Duse dalle belle mani” - Recensione

ELEONORA E GABRIELE
di e con
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto - 13 marzo 2018  h21.15

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“A Eleonora Duse dalle belle mani”

          Nel Marzo che istituzioni associazioni circoli e bocciofile dedicano alla donna per facilmente tacitare le coscienze su “uno dei rapporti di potere che oggi più che in passato appare scopertamente la base di tutte le forme di dominio che la storia ha conosciuto” *, lasciamo che le mimose restino sugli alberi, che l’orecchio fugga dalla retorica finto progressista, dalla fanfara mediatica che - in un’indistinta caccia all’audience - bulimizza violenza di genere e celebrazioni rituali.

        E ascoltiamo invece il nostro attore-solista ridar vita stasera, fuori da ridondanti mitologie, a quella tragica Eleonora dal volto austero, “musa velata” sorprendente come le donne sanno essere. Perché è lei che giganteggia nel rapporto a due: “la più dotata”, come è in natura l’esemplare femminile di qualsiasi specie, umana e animale.

       Le foto della diva dall’archivio del conte Primoli sono sullo sfondo, le musiche del compositore Fabio Capponi seguono la voce solista, che è Gabriele e si sdoppia in Eleonora: piccola magia tecnologica di un vocoder  Roland carico d’anni.

        “Se lo avessi amato come crede, avrei dovuto morire quando ci siamo lasciati, e invece sono sopravvissuta…” scrive la Duse all’amica Matilde Serao, a diciott’anni dalla fine del tormentato amore col vate e appena due anni prima di morire.
         E’ Eleonora a respingere la “sete di vita gioiosa” rivendicata da Gabriele - che della fedeltà ha un’idea tutta sua - come alibi ai propri tradimenti: lei, che si commuove “davanti alla fame di un animale o alla sforzo di una pianta per superare un muro triste” potrà forse colpevolizzarlo per questo bisogno? le chiede il poeta. Ma “quale amore potrai tu trovare, degno e profondo, che vive solo di gaudio?” è la risposta fulminante di lei.

       Che si siano amati è certo, nessuno resiste per anni a tormentarsi così se non si ama, anche se lei lo chiama il “poeta infernale” e per lui la conquista della “célèbre tragédienne” - così il parigino Figaro - è soprattutto indispensabile all’intesa artistica che punta a rivoluzionare il teatro tragico e a realizzare il sogno di una Bayreuth latina (come Wagner ha fatto con la sua cittadella dello spettacolo musicale).

        La penna inimitabile del poeta ha dunque bisogno della favola bella di Eleonora, la cui solennità tragica, - affrancatasi dal repertorio “boulevardier” - si affina man mano attraverso la pittura, così come attraverso musica, filosofia, psicologia. “Ella ha imparato la pieghevolezza molle e ricca del corpo dalle divinità di Tintoretto” scrive il vate. E le sue interpretazioni sono spesso una “divinazione”, capace di portare allo scoperto risvolti dei personaggi ignoti allo stesso autore.

          Per lei il poeta scrive la Città morta  - “Nell’Argolide sitibonda” - e poi La Gioconda (con la dedica “A Eleonora Duse dalle belle mani) in un crescendo di dipendenza dalla sua musa che lo rende nomade al suo seguito o angosciato nella solitudine di Settignano (“Mi sembra che allungando la mano potrei afferrare qualcosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza come un fanciullo tira la corda di un aquilone…”).

          I successi di Eleonora, cubitali su giornali di tutta Europa, l’allontanano dal poeta (L’altezza di ieri sera  - fui bella e perfetta - forse non la raggiungerò più, scrive all’amato).
Ma la vita erratica ha il suo prezzo. “Parto, le poche ore di sosta son passate. Melanconia. Ieri è già oggi, Gabriele, e oggi sarà domani. […] Non chiudo più gli occhi, e la melanconia d’andare avanti è ormai una cosa immobile davanti a me”; nomade per tournée che - dice lei stessa - la rovesciano all’orlo della carta geografica, Eleonora trova conforto nelle lettere del poeta, date alle fiamme quasi tutte dopo la morte di lei: fantasmagorie, poemi sicuramente, gioielli che non leggeremo mai e forse “erano lì alcune fra le pagine più belle della nostra e di tutte le letterature” **      

        Eleonora ne trae linfa per interpretazioni ai limiti dell’umano, in una tensione emotiva da mattatrice in trance risvegliata solo dal boato degli applausi…” Più che uno spettacolo, si è svolta in scena una seduta spiritica” ***

       I trionfi la fanno irresistibile: strabilianti e remuneratissimi quelli berlinesi del Lessing Theater, escludono l’alleato, lo trasformano in controparte, rendono rivali i due amanti.
Ecco allora “Il Fuoco”: Eleonora è impietosamente ritratta nella Foscarina, ombrosa figura di età sinodale (ma la Duse ha solo 41 anni!) contrapposta alla rivale, avvenente vergine “dai fianchi fecondi”, la Donatella che Stelio preferisce nel romanzo alla matura amante, opposizione che è anche allegoria di quella tra vecchio e nuovo teatro, vecchio e nuovo repertorio. Ne esce distrutta nella reputazione, la diva, ma è così generosa da scrivere che “un’opera d’arte vale più della sofferenza di una creatura umana”. D’Annunzio riparerà, e sarà lei nel più bel libro Laudi, creatura terrestre / che hai nome / Ermione.  
      
       “La figlia di Iorio” li dividerà per sempre, tragedia composta “con l’anima ansante”: Mila è personaggio a lei consacrato, ma sarà la giovane Irma Gramatica a interpretarlo. 
Hai donato La figlia di Iorio, l’ho donata io pure, per te, per la tua bella sorte, e che il core se ne vada a pezzetti non conta”: ha perdonato gli innumerevoli tradimenti amorosi, Eleonora, non può perdonare il tradimento artistico, il secondo dopo quello della Città morta “ che ha visto Sarah Bernhardt nel ruolo di Anna .
    
     “Mi fu tolta la mia ghirlanda dal capo”. E lo scontro diviene lacerazione definitiva: “ Non essendo necessità di me (…) desidero soltanto sparire”. Alla nuova amante di lui, Alessandra Di Rudinì, Eleonora scriverà per chiederle, e capire, se sia pronta ad amare Gabriele come l’ha amato lei: "Io so ciò che il mio amore valga e valse per lui, ditemi il vostro", perché “qualsiasi sia il volo de l’anima sua, ha diritto d’amore, ne è degno”. Ma al fedifrago aveva già scritto Da oggi (…) fa’ conto che io sia morta veramente per te (…).
      
       “Sono bella quando voglio” diceva di sè Eleonora (“La sua gola è ferma e morbida come quella di una ragazza, il profilo spiritualmente diafano…” scrive il NY Times nel 1902). Bella lo sarà ancora quando a 51 anni lascerà le scene. E’ sconfitta, ha trascinato il corpo malato di tubercolosi sui palcoscenici di mezza Europa, ma nell’uscita definitiva dalla comune in quel 21 aprile 1924 l’accompagnano le parole del poeta : “Nessuno saprà mai quanto fosse grande l’animo della Duse. Di tutte le donne che ho amato, ella solo ha sorretto la mia vita”.

       Due anni prima, incontrandola ancora una volta a Milano, “Quanto mi avete amato!”  le aveva gridato il vate inginocchiato - dicono - davanti a lei che, aiutandolo ad alzarsi: “Ma non potete immaginare quanto vi abbia dimenticato”.

        Impareggiabile Eleonora dalle belle mani, cui una planetaria ola giunga da tutte noi donne, ovunque ella sia.


 *    Lea Melandri, ”Contro l’8 Marzo”, in Internazionale, Marzo 2018
**   Franca Minnucci in Come il mare io ti parlo”, Bompiani 2014
*** ibidem


In ricordo di Massimo Consorti. Amico.  Direttore di UT Rivista d’Arte e di Letteraturamagazine.org.

  Sara Di Giuseppe                                faxivostri.wordpress.com