Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

martedì 25 luglio 2017

Naturare... senza tempo


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Ante Scriptum: "Il 25 luglio giorno fuori dal tempo ed è un giorno consacrato alla celebrazione del tempo e dell arte e della pace attraverso la cultura occasione ideale per esprimere la nostra creatività e per dimostrare che noi siamo l'arte incarnata nel tempo..."

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Natura Naturans - Natura Naturata

naturare yoga naturare terra naturare educhiamo educandoci naturare maturare naturale naturare maturale contatto cellulare la creatività trova spazio nel vuoto nella terra di la la land spira mirabilis questi giorni l'estate addosso 

io creo un giroscopio a volta stella in un mare d'immensità solo un grande sasso de finibus terrae usciremo in compagnia e staremo a sentire di che cosa si parla nell'aria, nell'acqua e nel bosco. 

per molti giorni osservarono nella città una grande confusione alla fine scorsero un lungo corteo. 

tutti raccoglievano il pulviscolo atmosferico e la rugiada della sera, cristallo color verde azzurro con un piccolo fiore rosso acceso striato di giallo. erbe profumate in tutti i paesi d'oriente ed occidente incantesimo tra costruzioni di tufo e grande pianura calcarea fondo di verità nell'antica storia dei popoli nelle credenze nelle leggende, visioni luminose, assolate scene fastose in orti e giardini, misteriose avventure nel regno incantato della fantasia che ci allontana dal grigiore del quotidiano ora mangio nespole a gogò sotto l'albero d'oliva i lupini qui si chiamano pio pio 

zero gravity contact ortho-bionomy nella splendida campagna salentina giardino delle sette meraviglie pomodori secchi appesi a uno spago le donne dal cuore di cicoria raccolgono olive con le labbra rosse di vino, tutto e’ univoco a furia d esistere zero zeta alfa veda bus viaggio verso la conoscenza, tribalosophy ponte fra mente coscienza- società tribale e mente moderna. tornare all'essere, la risposta è nella natura. 

sei natura e sei tutto. cerco di prendere il vortice spazio temporale verso meta giornata arrivo in serata con il vortice più piccolo. le stelle quante sono? non lo so! so solo che sto alla stazione di Foggia. nel tempio di kronos e nel non spazio aereo bus metro. 

a Cerignola solo un grande cielo. segno di Zorro liscio a denari carico a coppe pensiamo o siamo pensati? siamo pensati e pensiamo! per il solido il calore per il liquido la velocità per la trasformazione il fermento 37 (93) un corpo illimitato ti sei illuminato? d'immenso amo re come alice nel giardino delle meraviglie lentezza bellezza dolcezza agli orti di tu’ rat una comunità di antociani consapevoli conversava pacatamente con un gruppo di antiossidanti disturbati dall'arrivo di una folla vociante di radicali liberi, così siamo arrivati alla masseria aragonese di silesani e abbiamo scoperto che l unica vera follia è la cultura di chi ci governa. 

trovato rifugio sulla spiaggia dell isola dei pazzi rinfrancati dai terpeni e dai sesquiterpeni di najabinghi di bajabindi e volvella lunare. 

nel deserto di pukahalpa coltivano li sargenischi e l incontro con l uomo uluzziano sull altopiano di saracinesca acqua lupini e biodiversità una settimana di terra calda e paglia secca e poca acqua con il kapisci-basci del zen zen tra i mammalucchi e i dragomanni il profumo dei grilli il sapore del sole l'odore delle nuvole il canto delle montagne i pensieri leggeri nell'aria della sera una nuova fioritura annoiarsi sarà un miraggio a quanto pare!

Ferdinando Renzetti

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domenica 23 luglio 2017

Julio Cortazar - Fine del mondo del fine tratto da “Storie di cronopios e di famas” - Recensione


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Siccome gli scriba saranno perpetui, i pochi lettori ancora esistenti
cambieranno mestiere e si faranno pure loro scriba. Sempre più le nazioni
saranno fatte di scribae di cartiere e di fabbriche d’inchiostro, gli scriba di
giorno e le macchine di notte per stampare il lavoro degli scriba. Prima, le
biblioteche traboccheranno dalle loro sedi, e allora i consigli comunali non
possono che decidere (ci troviamo già nel vivo del problema) di sacrificare il
verde pubblico per ampliare le biblioteche. Poi, cedono i teatri, le sale di
maternità, i mattatoi, i bar, gli ospedali. I poveri si servono dei libri come
di mattoni, li tengono insieme con la calce e costruiscono muri di libri e
vivono in baracche di libri. Intanto i libri, intasate le città, cercano spazio
e invadono le campagne, coprono i campi di grano e di girasoli, a stento gli
uffici addetti alla viabilità ottengono che le strade restino sgombre tra due
altissime pareti di libri. Qualche volta una parete cede e si verificano
spaventise sciagure automobilistiche. Gli scriba lavorano senza tregua perchè
l’umanità rispetta le vocazioni e la carta stampata raggiunge ormai le rive del
mare. Il presidente della repubblica si mette telefonicamente in contatto con i
presidenti delle repubbliche e avanza l’intelligente proposta di gettare in
mare i libri eccedenti, cosa che viene effettuata contemporaneamente su tutte
le coste del mondo. Così gli scriba siberiani possono vedere le loro stampe
inghiottite dal mar glaciale e gli scriba indonesiani eccetera. Questo permette
agli scriba di aumentare la produzione perchè sulla terra c’è di nuovo spazio
per immagazzinare libri. Non pensano che il mare ha un fondo e che in fondo al
mare cominciano ad accumularsi gli stampati, prima come una pasta agglutinante,
poi come una pasta consolidante, e infine come un pavimento resistente anche se
sdrucciolevole, che sale ogni giorni di alcuni metri e che finirà per emergere.
Allora molte acque invadono molte terre, viene a crearsi una nuova distribuzione
di continenti e di oceani e presidenti di molte repibbliche sono sostituiti da
laghi e da penisole, presidenti di altre repubbliche vedono aprirsi immensi
territori alle loro ambizioni eccetera. L’acqua del mare, trovandosi con tanta
violenza nelle condizioni di espandersi, evapora più di prima o stagna
mescolandosi con la carta stampata e forma la pasta agglutinante, sicchè un
giorno i capitani delle navi sulle grandi vie transoceaniche si accorgono che
le loro navi avanzano lentamente, e che da trenta nodi scendono a venti, a
quindici e i motori ansimano e le eliche si deformano. Infine le navi si
fermano in diversi punti dei mari, impigliate nella pasta, e gli scriba del
mondo intero scrivono e stampano migliaia di pagine per spiegare il fenomeno e
una grandissima allegria li invade. I presidenti e i capitani decidono di
trasformare le navi in isole e in casinò, la gente va a piedi attraverso i mari
di cartone alle isole e ai casinò dove orchestrine e complessi cartteristici
rendono quei luoghi ad aria condizionata piacevolissimi, e si balla fino
all’alba. Nuova carta stampata si ammonticchia sulle rive del mare, ma è
impossibile incorporarla nella pasta, e così crescono muraglioni di stampati e
sorgono montagne lungo le coste degli antichi mari. Gli scriba capiscono che le
cartiere e le fabbriche di inchiostro chiuderanno, e scrivono con calligrafia
sempre più minuta, sfruttando anche gli angoli più impercettibili di ogni
foglio. Quando l’inchiostro è esaurito, scrivono con la matita, eccetera;
quando la carta è esaurita scrivono su tavole e lastre di pietra, eccetera.
Comincia a diffondersi l’abitudine di intercalare un testo con un altro per
usufruire dello spazio tra una riga e l’altra, o vengono cancellati con la
lametta dei rasoi i caratteri già stampati in modo da avere a disposizione
altra carta ancora. Gli scriba lavorano lentamente, ma il loro numero è così
immenso che gli stampati separano ormai completamente le terre dai letti degli
antichi mari. Sulla terra vive precariamente la razza degli scriba, condannata
all’estinzione e nel mare ci sono le isole e i casinò, ovvero i transatlantici
dove si sono rifugiati i presidenti delle repubbliche e dove vengono
organizzate grandi feste e vengono trasmessi messaggi da isola a isola, da
presidente a presidente, da capitano a capitano.

Einaudi, Torino, 1997
Traduzione: Flaviarosa Nicoletti Rossini

sabato 22 luglio 2017

Alessandria. Lino Balza: "Manifestazione per la libertà di elemosina..."


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Il sindaco di Alessandria, Gianfranco Cuttica, ha emesso “come primo passo” (sic) una “ordinanza di urgenza” (sic), che vieta di chiedere l’elemosina in città (in particolare nelle aree delle piazze Gobetti, Maria Teresa di Calcutta, Garibaldi, Libertà, Berlinguer). Le violazioni saranno punite con multe fino a 500 euro, fino a 3.500 se il mendicante aiuta a parcheggiare, rispettivamente fino a 1.000 e 7.000 euro se l’accattone è addirittura accompagnato da un minore anche se allattato al seno.

Nessun commento. Rivolgo un appello. A cristiani e laici.  Stabiliamo un giorno in cui ritrovarci tutti a chiedere la carità. Vediamo cosa succede. Se il sindaco ci multa tutti e, siccome non paghiamo, ci trascina tutti in tribunale. Oppure se il sindaco ritira l’ordinanza.

Attendo, al mittente di questa mail 
movimentodilottaperlasalute@reteambientalista.it, di ricevere l’adesione di quanti intendono partecipare alla manifestazione (chi dalle altre parti d’Italia o dall’estero non potrà partecipare fisicamente, può esprimere per iscritto la solidarietà). Grazie.

Lino Balza

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.......................

Primo sottoscrittore, Giorgio Nebbia 

Caro Lino e cari compagni, non potrò venire di persona a chiedere l’elemosina, da versare subito a qualche poveretto, ma delego qualcuno di voi a stendere una ciotola anche a nome mio dicendo che vengano a multarmi a casa mia.
Tenetemi al corrente.
Giorgio (nebbia)"

giovedì 20 luglio 2017

Spoleto: "Un ricordo d'inverno" - Recensione

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UN RICORDO D’INVERNO
drammaturgia e regia Lorenzo Collalti

Spoleto - Teatrino delle 6 Luca Ronconi  15 luglio 2017 h 20

Una ghigliottina anallergica

        Se mai capitasse di ritrovarsi condannati alla ghigliottina, può essere di qualche conforto che il marchingegno in questione vanti una lama di qualità superiore, garantita al 100% anallergica come da manuale dell’utente di cui è diligentemente provvista.

        E’ quanto accade a Claudio, giovane frastornato pittore capitato chissà come o perché nella remota città di Arcadia, in mezzo a personaggi strampalati e a situazioni che non lo sono meno: quella condanna non verrà eseguita per certi arzigogoli cronologico/burocratici, e il giovin pittore riprenderà la sua strada, o rimarrà in Arcadia, chissà.

       Succede molto altro, nella deliziosa pièce “Un ricordo d’inverno”, nel piccolo teatro dai muri spessi e dal fresco/cantina nella Spoleto rovente di questi giorni che di arie condizionate sembra averne poche nelle sue molte sale (non fa eccezione neppure il prestigioso Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti).

       Nasce come Saggio di diploma della Scuola di regia dell’Accademia (anno 2016, titolo originale “Ricordi di un inverno inatteso”, vincitore del bando Nuove Opere SIAE SILLUMINA) il lavoro del giovanissimo Lorenzo CollaltI: creazione geniale dove il divertimento intelligente e la risata mai fine a se stessa rimandano ogni volta a qualcosa di più complesso, pur restando perfettamente aderenti alla linea drammaturgica.

       Il carretto di legno al centro della scena, scomponibile e multiforme – carro con ruote poi tavolo da pranzo, letto, palco da comizio e… ghigliottina - nella sua funzionale versatilità è sintesi concreta del continuo traslare dell’azione dal reale all’immaginario, dal concreto all’astratto.
       Le due indolenti guardie poste a sorvegliare la città, Gianni e Giovanni (due Gianni, insomma), lo trascinano in tondo senza scopo apparente se non l’obbedire a un copione abbozzato su un foglietto, più volte letto dall’uno o dall’altro ad alta voce, con comico effetto di ridondanza sull’azione in svolgimento.

      La città di Arcadia è la cornice, tanto nel nome evocatrice di realtà idilliaca e luminosa, quanto invece sperduta in una imprecisata lontananza, irraggiungibile e circoscritta da catene montuose dai nomi improbabili, dominata da un potere grottesco e autoritario, condizionata da inquietanti riti sociali (ogni venerdì notte i cittadini si rintanano perché possano aggirarsi liberamente in città le fanciulle che dopo essere state schiave del potere per un certo periodo, vengono esiliate nei boschi dove vivono allo stato selvatico).

       Su questo tessuto invalicabile e compatto si affaccia intimorito e perplesso il giovane artista, pittore inviato ad Arcadia con disposizioni dall’alto contenute in un misteriosa lettera. Da qui in poi le situazioni si fanno imprevedibili, gli incontri inaspettati, nulla è pirandellianamente ciò che sembra tranne forse la fanciulla evanescente - una delle creature relegate nel bosco - concreta e reale più del contesto che la racchiude, tanto da innamorare di sé il giovane pittore con la sua grazia muta e gli scatti animaleschi.

       Sono sempre i due svogliati ubbidienti esecutori Gianni a Giovanni a riportare l’azione nei confini del nonsense ogniqualvolta sembri delinearsi una parvenza i normalità: il giovane pittore è pur sempre “lo straniero”, il diverso che il rigido tessuto sociale non sa inglobare; egli stesso non ne comprende i meccanismi, vani gli sforzi di ricondurre alla sua logica razionale benché spaesata la realtà di matti che lo circonda, durante i cinque anni che sono il tempo di questa storia, un “inverno lungo cinque anni”.
Così è quasi inevitabile che l’ottuso incalzante interrogatorio da parte delle due guardie estrapoli dalla normalità dei comportamenti e abitudini e reazioni del giovane, elementi di sicura “colpevolezza”: la condanna alla ghigliottina – pur non eseguita – è il punto d’arrivo.

       Un plot surreale denso di implicazioni, allusioni, rimandi letterari, canovaccio pronto a  deragliare ad ogni istante verso l’assurdo, che strappa la risata aperta e spinge intanto alla riflessione; l’autore/regista – con la complicità del giovane gruppo di bravissimi attori -  maneggia senza sforzo i registri più diversi, che come su un piano inclinato scivolano continuamente l’uno nell’altro.

       Le dinamiche sociali, le difficili relazioni umane, i grovigli del potere e le forme del suo controllo, tutto è presente in controluce in questa Arcadia geograficamente indeterminata, polis fantastica eppure non meno concreta di quest’altra che vive ogni giorno al di qua della scena.

          E’ per questo che il dialogo telefonico dei due Gianni col “Servizio Clienti” della ditta produttrice della ghigliottina - ancora mai ”testata” (!) e dunque dal funzionamento ancora incerto, salvo per quella avveniristica rassicurante lama superanallergica - non è solo uno dei momenti più esilaranti, è anche specchio rovesciato e inquietante di un tempo fuori controllo (il nostro e forse non solo) e dei suoi ingranaggi impazziti, del nostro straniamento, della nostra facile resa all’assurdo e all’incomprensibile.

 Sara Di Giuseppe


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Terra cruda, libri che volano e neoruralità a Felicia


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Olà eccomi di ritorno dalle Calabrie  dopo la  costruzione di una casupola in mattoni di terra e paglia assieme ad Emilien (un ragazzo svizzero di 23 anni giunto a Felicia attraverso work away, studioso e appassionato di cinema e letteratura contemporanea).

Negli ultimi giorni del laboratorio c’e’ stato un forte temporale e i libri di Emilien si sono tutti bagnati nella tenda, così  ha impiegato un pomeriggio intero a cospargere tutte le pagine bagnate con la crusca per farle asciugare all'aria per poi lasciare tutti i libri aperti esposti nella grande stanza comune. La mattina quando mi sono svegliato ho sentito grande vocio e un chiacchiericcio silenzioso e quando ho aperto gli occhi ho visto la stanza piena di frasi parole e lettere che volavano libere.  E' stato un gran lavoro riacchiapparle tutte con un retino da farfalle e rimetterle nei libri una  per una…

Ferdinando Renzetti

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Relazione di Emilien

Felicia,  il posto mi piace molto. sono due parti: Felicia superiore, sulla cima d’una collina, e Felicia inferiore, ai piedi della stessa collina. mi piace sedermi a Felicia Superiore per guardare la vista sul mare, la campagna, il paese e sentire il rumore del paesaggio. A Felicia superiore e Felicia inferiore vive una comunità di “neo rurali” ( per citare il mio amico Ferdinando). Gente che ha deciso di vivere fuori “Babel”, in una relazione rispettosa con la natura, gli uomini, le donne, gli animali, e i bimbi. Durante il mio soggiorno a Felicia c’era anche uno strano, passionato del Regno di Napoli. Quando lo ascolto, ho quasi nostalgia del epoca pregaribaldiana.


 [il cantiere] Che mi piace sul cantiere? Le pietre, evidentemente. Prendere delle pietre con la pala, metterle nella cariola e poi discendere la cariola di pietre sul cantiere. Mi piace la tranquillità delle pietre, il loro modo di essere millenarie, intrigante e misterioso. 

[la neo ruralita] La prima volta che ho sentito la parola neo ruralita’ ( sulla bocca, o surprisa, di Ferdinando) ho creduto che lui parlava del neo-realismo. Che non e’ addirittura la stessa cosa. Comunque, quando penso alla neo ruralità, diversi immagini mi vengono in testa. Giovani laureati che, constatando che il mondo del lavoro non e’ dedicato allo sboccio e al benessere dell individuo, decidono di lasciare la citta’ per la campagna dove sperano riuscire a reinventare un arte di vivere più prossimo dei loro valori. Quando penso ai neo rurali, vedo Rebecca e Rocco viaggiando su due asini nelle montagne Calabresi. Quando penso alla neoruralita, penso , non so perché’, al film More di Barbet Schroeder, nell quale un giovane laureato tedesco, dopo aver finito gli suoi studi, se ne va a Parigi, dove incontra una ragazza con cui parte per Ibiza, dove passano le loro giornate a fumare e a prendere delle droghe. C’e nessuno rapporto ( almeno io lo credo) tra More e il movimento della neoruralità, ma nel film di Barbet Schroder c’e’ un senso di libertà pieno e tragico che mi fa pensare alla libertà a la quale aspirano, penso, certi neo rurali (od almeno io se era un neo rurale). Quando penso alla neoruralità, penso a una scena di Bianca di Nanni Moretti, nella quale un professore di storsi parla della sua gioventù, nello anni 70, e d’un estate durante il quale, doppi una manifestazione a Reggio d’Emilia, lui e’ partito con una ragazza in Sicilia, dove danno riscoperto “il mare, il sole, il corpo, l’amore”. 

Felicia superiore - 2017  E. G. (Emilien Gur *)


mercoledì 19 luglio 2017

Festival di Spoleto - Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde - Recensione

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FESTIVAL DI SPOLETO 60/2017
Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde
di Moises Kaufman
Traduzione Lucio De Capitani
Regia scene e costumi Ferdinando Bruni  e Francesco Frongia
Produzione Teatro dell’Elfo

AUDITORIUM DELLA STELLA
SPOLETO
14 luglio 2017 h20.30

LA STAGIONE DEL DOLORE



Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore
Oscar Wilde, De Profundis


         La formidabile pièce di Moises Kaufman, “Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde”, in questa prima all’Auditorium della Stella di Spoleto, si apre sui dolenti passaggi di quel “De profundis” che il poeta irlandese (qui, un intenso somigliante Giovanni Franzoni) scrive verso la fine della sua prigionia: questa, iniziata nel 1895 nel carcere di Reading con la condanna per perversione sessuale, segna “la morte civile dell’uomo e dell’artista” e si conclude dopo due anni di regime durissimo e di lavori forzati. La morte vera del poeta, genio e artista meraviglioso inesorabilmente distrutto nel fisico, dimenticato e in miseria, costretto a vivere sotto falso nome, avverrà in una fredda Parigi nel novembre del 1900, a soli tre anni dalla scarcerazione. Dodici persone seguiranno il funerale dell’artista che 20 anni dopo sarebbe stato “l’autore inglese più letto dopo Shakespeare”.

         La “narrazione” dei tre processi ad Oscar Wilde è nel testo di Kaufman trascinante ricostruzione polifonica: la tragedia ne emerge con le voci e le differenti visioni dei personaggi che l’hanno vissuta, travalica i confini storici del moralismo vittoriano, diviene epitome della ferocia di tutti gli oscurantismi e ipocrisie sociali.

         Dal processo intentato da Wilde contro il marchese di Queensberry - padre del giovane amatissimo Alfred Douglas - per averlo diffamato riferendo del suo “atteggiamento sodomita”, e conclusosi con l’assoluzione del marchese, scaturiscono come effetto boomerang gli altri due processi, stavolta contro Wilde stesso, che verrà condannato al massimo della pena (che il giudice ritiene inadeguata) per atti osceni e sodomia in “violazione del Comma 10 Sezione 2 della Riforma del Codice Penale”. La rovina si abbatte sull’artista: bruciati i libri, messa all’asta ogni sua proprietà, spezzati i legami famigliari, della sua vita non resteranno in breve che macerie.

       “Sta crollando tutto, e con che fragore… Pensavo solo di difenderlo da suo padre…”: così Wilde guarda precipitare la vita - occorre un orribile coraggio per affrontare tutto ciò - eppure la sua figura piegata resta titanica nello spazio claustrofobico dell’aula di tribunale, nudo contenitore teatrale il cui perimetro si riduce con le sbarre che gli attori gli stringono intorno; qui i nove interpreti consumano le tappe della tragedia, di volta in volta personaggi, narratori ed anche “coro”, voce collettiva della strada (“Ammazzate quel finocchio!”) aizzata da cronisti senza scrupoli e da un giornalismo scandalistico e bacchettone.

       “Non so rispondere a prescindere dall’arte”, dirà Wilde all’avvocato che lo incalza intimandogli di rispondere. E  lui che ha fatto "dell’arte una filosofia e della filosofia un’arte”, che ha “cambiato la mente degli uomini e il colore delle cose”, risvegliato l’immaginazione del suo secolo, sulla scena del tribunale è l’esteta beffardo e prodigioso il cui genio trionfa sulla miseria dei suoi accusatori, ed è infine l’uomo annientato alla lettura della sentenza (E io?... Non posso dir nulla?).

        “Le vere tragedie della vita avvengono in maniera così inartistica”, scrive, e tuttavia la sua figura di artista che “reclama all’arte uno statuto di libertà assoluta” giganteggia sull’accanimento di legulei che nell’ossessiva lettura delle sue pagine cercano le prove di perverse deviazioni sessuali, si erge nella coerenza soave del proprio sentire che nulla concede ad ipocrisie e apparenze, si staglia nitida negli squarci poetici che spezzano l’azione concitata, che stemperano il pathos quando giunge al suo acme.

         La domanda da cui muove la ricerca teatrale di Moises Kaufman – come può il teatro raccontare la Storia – trova dunque risposta nell'appassionata ricostruzione di un’aberrazione giuridica che muove dagli atti originali del processo (la cui trascrizione è comparsa in maniera fortunosa da non molti anni) e in sapiente montaggio lega atti processuali, lettere, scritti di protagonisti e comprimari, articoli giornalistici, componimenti e memorie dello scrittore. Impianto complesso, straordinariamente unitario e coerente pur nella pluralità di voci e nell’intersecarsi di piani narrativi e temporali.

         Dalla “povera luce sporca” che passa dalle sbarre di quella sua cella, da quel suo tempo imprigionato dove “per noi non c’è che una stagione, quella del dolore”, la figura di Wilde ci parla e c’interroga ancora: gli straordinari interpreti e la regia che l’hanno resa viva sulla scena per oltre due intensissime ore l’hanno restituita intera alle nostre distratte coscienze. 
Lasciandoli, ci chiediamo se nel tanto che nel tempo è cambiato, tutto sia davvero cambiato, e se scorie di quell’oscurantismo, dell’ottusità di quei poteri, della ferocia moralistica di una società e di un’epoca, non sopravvivano ancora in troppi anfratti, non sempre nascosti, del nostro vivere odierno.


      Sara Di Giuseppe

martedì 18 luglio 2017

La grande contraddizione nel nostro rapporto con gli animali...


Molti di noi inorridiscono al solo pensiero che a tavola ci possano servire carne di cane o di gatto. Il sistema di credenze alla base delle nostre abitudini alimentari si fonda infatti su un paradosso: reagiamo ai diversi tipi di carne perché percepiamo diversamente gli animali da cui essa deriva. In modo inconsapevole abbiamo aderito al carnivorismo, l'ideologia violenta che ci permette di mangiare la carne solo "perché le cose stanno così". 

Melanie Joy analizza le motivazioni psicologiche e culturali di questa "dittatura della consuetudine" e della sua pervasività; di come, attraverso la rimozione, la negazione e l'occultamento dell'eccidio di miliardi di animali, il sistema in cui siamo immersi mantiene obnubilate le coscienze, fino a persuaderci che mangiare carne più volte al giorno sia naturale, normale e quindi necessario. 

Intervistando i vari protagonisti dell'industria della carne, esaminando le cifre dei suoi profitti e dei suoi disastri ambientali, mette in luce gli effetti collaterali sulle "altre" vittime: chi lavora negli allevamenti intensivi e nell'inferno dei mattatoi industriali di ogni latitudine; i consumatori sempre più esposti ai rischi di contaminazioni e insalubrità; l'ambiente stesso, e il nostro futuro sul pianeta.

Francesco Pullia