Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

sabato 30 maggio 2020

Tivoli, 20 e 21 giugno 2020: "Bioregionalismo. Stati generali dell'ecosofia" - Un canto bioregionale...



Ricerca e scoperta di una nuova identità bioregionale ...

In previsione dell'incontro del 20 e 21 giugno 2020, che si tiene a Tivoli con il titolo: “Bioregionalismo. Stati generali dell'ecosofia”, l'amico Italo Carrarini mi chiede di esprimere il senso del bioregionalismo in poche parole. Dirò che il bioregionalismo è l'arte di saper cantare la vita in armonia con la natura. Ma qualcosa debbo aggiungere per spiegare concettualmente il significato di questo canto. 

 Cosa si intende per “bioregionalismo”? Questo termine non denota una appartenenza etnica bensì la capacità di rapportarsi con il luogo in cui si risiede considerandolo come la propria casa, come una espansione di sé. La definizione diviene appropriata nel momento in cui si vive in sintonia con il territorio e con gli elementi vitali che lo compongono. Infatti chiunque può essere bioregionalista indipendentemente dalla provenienza di origine se segue la pratica dell’ecologia profonda. E’ una convergenza, una osmosi, che si viene pian piano a creare fra noi ed il mondo in cui siamo immersi, come acqua nell’acqua. E’ una presa di coscienza olistica e conseguente azione solidale. E’ un aspetto essenziale della cura per la vita quotidiana e della presenza consapevole nel luogo...

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Cercando di dare una spiegazione consona dei concetti relativi ai neologismi -quali: bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica- dobbiamo ricorrere alla semantica ed alla glottologia, poiché non esiste neologismo che non trovi origine in altre parole simili. Forse non sarebbe nemmeno necessario trovare nuovi termini se la parola originaria, eventualmente abbinata ad un aggettivo, può dare il senso di quanto si vuole descrivere.

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Ad esempio usando il neologismo "bioregionalismo" si evoca un'immagine persino più riduttiva del reale significato che viene sottinteso con questa parola. Poiché nell'individuazione di un ambito "bioregionale" non si tiene conto esclusivamente del vivente bensì dell'insieme inorganico, morfologico, geografico, geologico del territorio prescelto, ivi compresi -ovviamente- gli elementi botanici e zoologici che vi prosperano. Insomma si esamina l'omogeneità dell'area esaminata e definita "bioregione" e lì si traccia una leggera linea di demarcazione (non divisione) per individuarne i "confini". Va da sé che questi confini sono semplicemente teorici, poiché l'organismo bioregionale della Terra è in verità un tutt'uno indivisibile. Potremmo per analogia definire le bioregioni gli organi dell'organismo Terra.

Andando avanti. Nel significato originale della parola "ecologia", rispetto alla sua consimile "ambientalismo" è già delineata una differenza d'intendimento, pur che l'esatta traduzione di "ecologia" è "studio dell'ambiente". Mentre in "ambientalismo" si presume il criterio della semplice conservazione. Allorché si aggiunge al termine "ecologia" l'aggettivo "profonda" ecco che si tende ad ampliarne il significato originario integrandovi il concetto di ulteriore ricerca all'interno della struttura ambientale. Insomma si va a scoprire il substrato e non si osserva solo la superficie, la pelle dell'ambiente.

Lo stesso dicasi per la parola spiritualità e la sua qualificazione "laica". In questo caso si cerca di dare una connotazione "libera" alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l'intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo, e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa "naturale" spiritualità presente in tutte le cose.

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Trovo questo discorso sul valore del linguaggio e del riconoscimento e legittimazione del suo percorso nella storia, estremamente cogente ed utile alla causa ecologista -ribadisco “ecologista” poiché non mi sembra un termine diminutivo a meno che non vogliamo fare delle parole un termine di paragone per le nostre idee personali- la glottologia, e soprattutto la capacità di evocare concetti attraverso le parole e di chiarirne il significato, non ha nulla a che vedere -secondo me- con le discussioni sul filo di lana caprina, se tali temi entrano o meno nel filone ecologico "del profondo". Infatti non si può risalire ad un "fondatore" (inteso come inventore del neologismo utilizzato) della pratica bioregionale, dell'ecologia profonda o della spiritualità laica. In quanto detti termini descrivono qualcosa che è sempre esistito.

La glottologia e la semantica hanno ben diritto di entrare nel discorso ecologista, soprattutto per chiarire le azioni connesse all’ecologia, ecologia profonda, e dir si voglia.. Pur tuttavia questi concetti evocati non sono nuovi all’uomo… ed i neologismi spesso vengono usati, per fare un favore alla politica del copy right, ed è solo una concessione alla “politica”, appunto…

Ma l'ecologia profonda, definita anche ecosofia,  è un fatto, una realtà, e non può essere descritta in termini filosofici se non astraendoci dal contesto dell’ecologia stessa. Vivendo nei fatti e non amando le diatribe dialettiche ma amando dire “pane al pane e vino al vino” debbo confermarvi che l’ecologia profonda è la pratica sincera ed onesta del vivere in sinergia con tutti i  viventi e con l'ambiente naturale.  

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In questa dimensione "naturale"  non  c'è spazio per le ideologie precostituite e quindi preciso per l’ennesima volta che: la Rete Bioregionale Italiana è per il vivere armonico, amorevole gentile e solidale sulla Terra, e non rappresenta semplicemente una "etichetta". 

Paolo D'Arpini

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Info logistiche sull'incontro:  italo.carrarini53@gmail.com 
Info generali: bioregionalismo.treia@gmail.com 

giovedì 28 maggio 2020

La via delle erbe e del pane - Con Maria Sonia Baldoni e Stella Schiavon agli Stati Generali dell'Ecosofia di Tivoli, il 21 giugno 2020


La via delle erbe e del pane. Percorso di riconoscimento e ...

La Via delle Erbe e del Pane è un cammino di conoscenza della natura e dei suoi cicli promosso dalla rete nazionale delle Case delle Erbe. Questa rete di raccoglitori presente in tutte le regioni d’Italia, si occupa da più di dieci anni di eliminare lo spreco dal pianeta valorizzando le erbe spontanee e promuovendo il loro utilizzo come cibo quotidiano e di guarigione attraverso progetti, incontri e laboratori rivolti alle scuole e alle comunità locali.

Per i nostri antenati, la raccolta delle erbe selvatiche e 


la  produzione del pane con la pasta  madre, hanno 

rappresentato la base dell’alimentazione e la 

principale  fonte di cura all’interno  delle comunità.

La scienza e l’esperienza ci confermano ogni giorno che le piante selvatiche sono ricche di sostanze nutrienti e terapeutiche. Il loro utilizzo è molto prezioso anche in agricoltura naturale dove sono dette ‘bioindicatrici’ perchè ci informano sullo stato di salute della terra. Anche le vecchie varietà di grani locali a taglia alta sono preziose per la nostra salute e riescono a convivere con le erbe selvatiche perché non hanno bisogno di erbicidi, fungicidi e ammendanti per crescere. Inoltre sono più digeribili e complesse a livello sensoriale.

Recuperando la memoria dei gesti, dei miti e delle tradizioni locali legata alle erbe e alle vecchie varietà di grani locali tuteliamo la biodiversità e ci prendiamo cura della nostra salute e di quella del Pianeta.
Nel territorio della Valle dell’Aniene sono presenti moltissime varietà di erbe spontanee e da qualche anno giovani agricoltori stanno recuperando vecchie varietà di grani locali. In questa cornice, sono nate due realtà che oggi fanno parte della Rete delle case delle erbe.
La via delle erbe e del pane. Percorso di riconoscimento e ...
Nel corso dell'incontro bioregionale su "Bioregionalismo. Stati Generali dell'Ecosofia" che si tiene all'Anio Novus di Tivoli, durante la giornata del 21 giugno 2020 Maria Sonia Baldoni, la fondatrice del movimento nazionale, ci guiderà dalle ore 9 nel riconoscimento e nella raccolta delle erbe spontanee d’estate presenti nel nostro territorio e ci insegnerà gli usi e le tradizioni ad esso collegate nel periodo del solstizio d’estate.
Seguirà alle 11.30 il laboratorio sulla pasta madre fatta con la rugiada solstiziale e i grani antichi di Villa Adriana a cura di Stella Schiavon della Casa del pane e delle erbe di Villa Adriana- KORE.


Le erbe raccolte saranno servite in degustazione con il Pane del laboratorio di panificazione KORE secondo la ritualità solstiziale nel corso del pic-nic campestre e la pasta madre verrà donata ai partecipanti.
Francesco Pecchi
francesco.pecchi@gmail.com



domenica 24 maggio 2020

Rapporto uomo-animali nell'evoluzione della civiltà umana


Bioregionalismo Treia •: Bioregionalismo e rapporto uomo animali

Sono una "semplice" veterinaria pubblica, cioè lavoro in una USL, quindi non sono un'antropologa, né una sociologa, né una che si interessa particolarmente di politica o economia. Mi piace ascoltare le persone che si occupano di queste ed altre materie e prendo qualche spunto che rafforza o meno, convalidandole o contraddicendo le mie impressioni.

Faccio anche una discreta fatica a vivere, in quanto non mi sento completamente libera, libera di essere e di fare quello che è nella mia natura, che, condizionata dalla mia educazione, i miei studi, il mio lavoro e la vita nella società, stenta ancora a farsi sentire. Scusate questa breve (o già troppo lunga?) premessa, ma la devo fare per giustificare la mia approssimazione nel discorso che farò, di cui, l'unica cosa di cui sono certa è che l'uomo ha creato l'allevamento intensivo, senza rendersi neanche conto (e tutt'ora non se ne rende conto) che sfrutta altri esseri viventi per il suo utile, non rendendosi ancora conto che siamo tutti Uno e che quindi, il male che facciamo ad un altro essere vivente, lo facciamo a noi stessi.

Recentemente io e il mio caro Paolo, a cui dedico questa modesta relazione, siamo stati ad una conferenza di Enrico Manicardi. Non è che abbia detto delle cose di cui non eravamo a conoscenza, ma le ha snocciolate in maniera così precisa e compiuta (anche se avrei avuto qualcosa da ridire) che è stato un piacere ascoltarlo.

Tra le altre cose ha detto, che l'uomo negli ultimi 10.000 anni ha creato un sistema che l'ha reso schiavo e,complessivamente infelice, mente nei 3.000.000 di anni precedenti, quando era cacciatore e raccoglitore viveva "sereno e beato" (questa la sua ipotesi). Senza proprietà privata e quindi senza scontri fra gli individui, senza invidie, senza soprusi, senza guerre... Poi è iniziato il processo di civilizzazione e, da cacciatore-raccoglitore (ma, io direi, prevalentemente raccoglitore, specie all'inizio, durante la civiltà "gilanica", in cui le donne reggevano e governavano la società) è diventato agricoltore e allevatore.

Ovvio che questo cambio di indirizzo sarà stato un processo molto  lungo. Forse  l'uomo (e la donna), data la difficoltà di reperimento del cibo,  si saranno stancati di vagabondare alla ricerca di frutti da raccogliere e di animali da catturare ed avranno valutato l'opportunità di stabilirsi in un luogo e di farne la propria casa, iniziando così la stanzializzazione e la costruzione di città e villaggi. Avranno trovato in questo una facilitazione di vita. Si saranno potuti organizzare per coltivare e allevare quello di cui avevano bisogno, nonché di produrre utensili, attrezzi, abiti, etc, e  di avere figli, tanti o pochi che fossero e di poterli accudire più comodamente invece di portarseli sempre in spalla col pericolo di essere attaccati da fiere che se li potevano sbranare. Si saranno stabiliti prima dentro a delle grotte naturali, poi avranno cominciato a costruire capanne di paglia, di fango, di legno. E così via.


La preistoria: il neolitico

Certo che a questo processo che ha dato origine alla proprietà privata sono seguiti l'avidità, il senso di possesso, il furto, e la necessità di avere braccia per coltivare la terra e custodire la proprietà, la necessità di avere una donna per la riproduzione, una donna di cui essere certi che i figli da lei partoriti fossero proprio dell'uomo interessato e che mantenessero il patrimonio, da qui la formazione del  patriarcato e l'istituzione del matrimonio. 

L'allevamento comunque è rimasto per millenni un'attività essenziale ma secondaria all'agricoltura. Si sarà scoperto che era più semplice lavorare la terra e trasportare i suoi frutti grazie all'aiuto animale, quindi certi animali (bovini di varie specie a seconda dell'area geografica) saranno stati tenuti con l'uomo prevalentemente per l'uso come forza motrice e solo secondariamente per il consumo della carne. Ogni tanto (si, ma quanto?) una femmina sarà stata fatta riprodurre per avere forza lavoro giovane e così sarà nato il consumo del latte (l'uomo è curioso e vedendo il vitello poppare avrà avuto voglia di assaggiare quel liquido che il poppante beveva così avidamente) e della carne di quel genitore che era arrivato a fine carriera.

Mi domando come venivano fatte le prime macellazioni di un animale così grande e tutto sommato, ancora potente..... non deve essere stata una cosa semplice e probabilmente sarà stata fatta con tutto il rispetto possibile dell'animale, ringraziandolo per quanto aveva dato nella sua vita e dopo.

L'abitudine fa poi si che queste attività diventino meccaniche, routinarie e così l'uomo avrà pensato che quei beni (latte e carne) invece che essere diciamo così prodotti secondari all'attività animale, potevano diventare beni primari, prodotti proprio per il loro uso, magari diventando oggetto di scambio e dei primi commerci tra tribù o nell'ambito della stessa tribù, tra famiglie....


E così, non voglio farla troppo lunga e romanzata, siamo arrivati all'allevamento estensivo: pochi animali, tenuti in un grande spazio, che si alimentavano liberamente con le erbe che crescevano nei prati-pascoli. Poi sono nati i primi allevamenti stabulati, in piccole stalle con pochi animali, che venivano comunque ancora usati per la loro forza di trazione animale, munti per il latte che veniva venduto anche alle famiglie che vivevano nel medesimo paese e macellati per la carne, nei primi mattatoi comunali.

Certo, il consumo della carne era occasionale, molto occasionale (anche perché evidentemente l'organismo umano può, nella maggior parte dei casi, farne a meno), ma.... chissà perché, ad un certo punto la carne è diventata uno status symbol. Mangiare carne è diventato sinonimo di agiatezza e quindi in ogni famiglia è diventato usanza il suo consumo praticamente quotidiano. Ricordo ancora i pranzi e le cene di me bambina, nei primi anni '60: qualche prodotto di origine animale, spesso proprio carne o salumi, non mancava mai.

Ma, per quanto riguarda il rapporto uomo-animali non possiamo considerare solo l'allevamento. C'è il rapporto con gli animali d'affezione, principalmente cane e gatto, "creati" a partire da animali selvatici, chi per fare la guardia o per accompagnare l'uomo nella battute di caccia alla ricerca della selvaggina, chi per proteggere i raccolti di cereali ed altre derrate nei granai dai topi e solo in un secondo momento per la loro compagnia.

Un altro fattore che dobbiamo considerare è la spaventosa capacità dell'uomo di espandere la propria popolazione, sia come numero che come diffusione geografica. Se è vero che l'uomo è nato in zone calde-temperate, poi si è diffuso fino ai poli. Le esplorazioni l'hanno portato in tutto il globo (non so quante zone inesplorate ancora ci siano al mondo) ed il turismo e la globalizzazione, hanno fatto si che l'uomo abbia ormai " invaso" tutta la Terra mentre alcune zone forse era meglio lasciarle dominio di altre specie viventi.



A questo proposito voglio citare un interessantissimo libro che ho letto recentemente, "Spillover" di  David Quammen  che tratta delle malattie infettive che negli ultimi decenni si sono presentate nella popolazione umana, alcune facendo scalpore, altre meno, magari solo perché si sono presentate in una zona geografica limitata. Il libro è stato pubblicato nel 2014, quindi ben prima della attuale "pandemia" (lo so che molti pensano e dicono che è una bufala, ma per me non è così.

L'uomo ha spadroneggiato troppo su questa Terra. Siamo troppi e troppo consumisti e distruttori dell'ambiente naturale. Certi animali selvatici vanno lasciati tranquilli nel loro habitat, senza andarli a disturbare. La distruzione delle foreste, l'occupazione di tanta parte dei territori con allevamenti, miniere, zone turisticizzate ha fatto si che la presenza degli esseri umani, assieme eventualmente a specie animali domestiche, sia stata disturbatrice di un equilibrio. Certi agenti patogeni, che hanno sonnecchiato per chissà quanti secoli nelle loro specie serbatoio, venendo a contatto con l'uomo, così abbondante su questa Terra, casualmente, senza intenzione (la Natura non è mai "cattiva" volontariamente) hanno provato a vedere se quell'individuo, nuovo per loro, poteva essere un buon terreno di coltura e, a volte, l'hanno trovato. A volte comunque si capisce che è un destino aberrante e che non ha un gran futuro. A volte invece la penetrazione nella nostra specie perdura e causa grossi danni (vedi AIDS). Quindi: rispettare gli ambienti naturali, con le loro specie di animali selvatici, senza troppa commistione.

E ora che siamo arrivati a 7 miliardi e mezzo di individui, è pensabile che riusciamo (ammesso che lo vogliamo), ritornare ad uno  stato completamente naturale?


Se c'è una soluzione questa, secondo me, come la civilizzazione è stato un processo, la soluzione potrà essere un altro processo inverso che potrà avvenire solo se l'uomo si renderà conto di alcune cose (ed altre ancora):
1) in un ambiente inquinato si vive male, la salute (anche se la vita media è aumentata) ci rimette,
2) in un ambiente dove la tecnologia la fa da padrona, l'uomo è portato a non essere più in grado di svolgere le attività e le funzioni necessarie per la sopravvivenza (cioè per la vita),
3) in un ambiente dove la finanza e l'economia hanno un peso così disumanizzante non c'è più tempo e modo per rapporti umani degni di questo nome.

Riassumendo queste questioni in maniera semplice, vivere in un ambiente sano, in mezzo ad altri individui privi di egoismo e senso di possesso materiale oltre l'indispensabile per sopravvivere, con gli strumenti semplici che ci facilitino la vita senza provocare disastri ecologici e senza privarci dell'uso delle nostre capacità innate porrebbe essere un bel sistema di vita. Ovviamente una parte essenziale riguarda il rapporto uomo-animale che deve essere improntato a reale rispetto delle esigenze di questi esseri viventi, come noi umani vorremmo che si rispettassero le nostre.


Civiltà secondo me non vuol dire necessariamente egoismo e distruzione, l'uomo deve fare quel passo successivo, dopo aver provato l'ubriacatura del potere e del possesso, per capire che solo una vita solidale e collaborativa con gli altri esseri umani, con gli altri viventi e con la natura può essere vissuta degnamente. E questo per me è quello a cui la civiltà deve portare.

Caterina Regazzi  - Rete Bioregionale Italiana


Noi e gli altri animali, sul pianeta Terra - Terra Nuova

sabato 23 maggio 2020

Tivoli, 20 e 21 giugno 2020 - Incontro su bioregionalismo ed ecosofia - "Stati generali dell'ecologia profonda nel Casale Anio Novus"





Ante scriptum. "Il 20 ed il 21 giugno a Tivoli ci ritroveremo tutti a parlare di ecologia profonda e bioregionalismo.  Sarà un appuntamento importante anche perché credo sia fondamentale, in questo periodo, inquadrare le cose nella giusta ottica, poiché tutti noi siamo chiamati ad un cambiamento straordinariamente affascinante. Di tutto questo ho avuto modo di parlare con Italo Carrarini".  (Nicola Nardella) 


Casale Anio Novus Tivoli Roma

Allora Italo, cosa accadrà il 20 ed il 21 giugno a Tivoli?

Nello spirito che caratterizza il Bioregionalismo e l’Ecologia Profonda sabato 20 giugno, con proseguimento nella domenica 21 giugno, all’interno dell’area archeologica del “Casale Anio Novus” a Tivoli, andremo ad inaugurare una piccola aiuola di 11 mq circa ideata nel 2003 in concomitanza con il mio trasferimento dalla città alla campagna.


Tra gli interstizi dei 36 moduli in travertino (la tipica pietra di Tivoli con incisi i nomi di altrettanti botanici, naturalisti, ecologisti e bioregionalisti dipinti a vernice luminescente in modo da rendere i nomi appena percettibili di giorno e appena percettibili di notte), posizionati su un vasto prato mantenuto, lascerò crescere flora ed erbe spontanee del luogo senza più toccarle. Si tratta di una porzione di prato che, lasciato incolto, rivelerà nel tempo tutta la sua spontanea bellezza nel contrasto con il circostante prato manutenuto…


Un piccolo segno per riunire anime ecologiste…  un luogo di riconciliazione attorno al quale raccontarsi esperienze di vita in chiave bioregionale e di ecologia profonda…

Se il trend sulla circolazione del virus si confermerà favorevole alla ripresa delle attività culturali all'aperto, tutto questo potrà avvenire nella Valle dell’Empiglione, tra Tivoli e Castel Madama, a poco più di 3 km dal centro abitato di Tivoli e a circa 1,5 km dal Casello Autostradale di Castel Madama della A24 “Roma – L’Aquila – Teramo” all’interno di un’area ove insiste un biologo balneabile situato a ridosso delle imponenti arcate dell’acquedotto romano “Anio Novus” che, scavalcando la via Empolitana e il fosso di Empiglione, continuano a caratterizzare l’immagine del paesaggio tiburtino-trebulano. I resti, ancora visibili, costituiscono una delle affermazioni più alte delle avanzate tecniche ingegneristiche e del notevole livello di civilizzazione che il mondo romano esportò in tutto l’Impero, suscitando l’ammirazione non solo degli autori antichi ma anche di artisti e letterati che compirono il ‘Grand Tour’ in Italia.

Già da tempo con alcuni amici bioregionalisti, tra cui Paolo D'Arpini, Caterina Regazzi, Maria Sonia Baldoni ed altri, pensavamo di svolgere l’inaugurazione dell’aiuola a ridosso del solstizio d’estate, nell’ambito di un incontro di condivisione tra le varie anime del bioregionalismo e dell'ecologia profonda.

Per tale iniziativa sono stati richiesti e ottenuti i patrocini morali ai tre Comuni territorialmente competenti sull’area, ovvero a Tivoli, San Gregorio da Sassola e Castel Madama, mentre i gestori del Casale Anio Novus, dove verrà installata in via permanente l'aiuola denominata “Giardino della Natura Profonda”, metteranno a disposizione gli spazi disponibili nelle due giornate.

Tutto questo sarà possibile grazie alla fattiva collaborazione dell’Associazione Culturale L’Arca di Corrado di Anticoli Corrado e della Condotta Slow Food Tivoli e Valle dell’Aniene. Altrettanto fondamentale il ruolo svolto dalla Pro Loco di Castel Madama e da numerose altre realtà istituzionali ed associative che hanno risposto con vivo entusiasmo al progetto.



Salvare il salvabile" - Scopo del bioregionalismo e dell'ecologia ...

Cosa è esattamente il bioregionalismo?

Per Snyder - poeta dell’ecologia profonda e figura centrale della controcultura degli anni ’60, considerato uno dei principali ispiratori del bioregionalismo - il dibattito cruciale nel mondo ambientalista contrappone chi parte da una mentalità antropocentrica di gestione delle risorse e chi propone valori che riflettono la consapevolezza dell’integrità della Natura nella sua interezza. Quest’ultima posizione, quella dell’Ecologia Profonda (neologismo coniato dal filosofo e alpinista norvegese Arne Næss per descrivere qualcosa che già era e che faceva parte del nostro sentire ancestrale) è più vivace, coraggiosa, conviviale, rischiosa e scientifica.

Mai come oggi il futuro apre ad una molteplicità di scenari, dai più catastrofici e drammatici, ai più creativi e spirituali. Tuttavia, le tendenze autodistruttive di scala planetaria e tutte le contraddizioni che si stanno delineando a causa dei meccanismi omologanti messi in atto da politiche che non sempre tengono conto dei corretti indicatori del benessere delle persone e della biosfera, ma solo dei fallaci dati del PIL, trovano spiragli ottimistici grazie alla prospettiva bioregionale.
Come lo stesso Snyder ricorda abbiamo ancora l’opportunità di imparare dalle culture tradizionali del posto, perché se è vero che il futuro è nelle nostre mani, per imparare di nuovo a vivere nel proprio luogo è necessario compiere uno sforzo che porti al superamento dei “confini artificiali” e ritornare al mondo naturale, con i bacini fluviali e le connessioni ecologiche come sottofondo principale per il nostro abitare. Tale approccio lo accomuna non solo a Thomas Berry (1914-2009), ecoteologo e storico delle culture per il quale la Terra esprime se stessa non in territori omogenei ma in varie regioni differenti l’un l’altra, per cui abbiamo solo bisogno di ascoltare ciò che la Terra ci sta dicendo, ma anche a Peter Berg (1937-2011), altra anima del bioregionalismo, secondo il quale la bioregione è tanto il terreno geografico quanto il terreno della coscienza.

Eduardo Zarelli, saggista e pubblicista convinto sostenitore di decrescita, comunitarismo e bioregionalismo, ben chiarisce il significato del termine “bioregione” composto della parola greca bio, che significa vita e “regione” derivata dal latino regere, cioè governare; quindi la vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono piuttosto che da decreti legge: “una regione governata dalla natura”.

Questa sensibilità, come pratica di un’ecologia locale, viene riaffermata anche in un suo articolo del 2007 in cui scriveva: «La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie - tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza - possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”, di assoluta attualità dato il destino tecnocratico dell’unità europea.

Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’Occidente, dal suo universalismo monistico e dalla sua centralità etnocentrica rispetto alla quale tutto diventa periferia. Bisogna comprendere, per dirla con Mircea Eliade, che “in ogni posto c’è un centro del mondo” possibile. E quel “centro del mondo” è, per ogni uomo, la sua identità personale e comunitaria, il suo specifico territorio umano, naturale e culturale, supportato dalla biodiversità. Saranno la reciprocità economica, il paritario scambio culturale, il viaggio e l’ospitalità a tessere, come capi opposti di un unico filo, le trame di una convivenza qualitativa tra le diversità, appagando la necessità profonda, per noi moderni, di ritrovare nel contatto e nel confronto con l’altro da sé, la radice della nostra cultura, la risposta al disagio esistenziale indotto dalla civilizzazione di massa: una risposta alla insopprimibile ansia di radicamento».

Fondata nel 1996 come incontro di varie realtà che si riconoscono nella visione dell’ecologia profonda e del bioregionalismo, la “Rete Bioregionale Italiana” consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori e tematiche bioregionali. «La bioregione - recita testualmente il Documento d’Intesa della Rete Bioregionale Italiana - è un luogo geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie vegetali ed animali, di clima, oltre che per la cultura umana che da tempo immemorabile si è sviluppata in armonia con tutto questo.

Per bioregionalismo si intende la volontà di ri-diventare nativi del proprio luogo, della propria bioregione. Possiamo fare tutte le scoperte possibili, usare la tecnica, la scienza; possiamo andare sulla luna e comunicare via satellite, ma alla base della nostra sopravvivenza fisica, psichica e spirituale vi sono questi alberi, queste erbe, questi animali, queste acque, questo suolo del luogo dove viviamo. L’evoluzione sociale e tecnologica è ecologicamente compatibile solo in “piccola scala”, localmente, e se rimane ancorata ad una visione olistica del sapere.

L’idea bioregionale consiste essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all’interno della più ampia comunità di viventi e nell’agire come parte e non a parte di essa, correggendo i comportamenti indotti dall’affermarsi di un sistema economico e politico globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta devastando, ad un tempo, la natura stessa e l’essere umano.

Alla domanda: «Il bioregionalismo è solo un movimento culturale o anche politico?» Gary Snyder, in una dichiarazione rilasciata nel corso di un’intervista del febbraio 2005 rispose: «Il nostro è soprattutto un movimento educativo che tende all’autogoverno all’interno delle strutture presenti. Uno dei motivi per cui il bioregionalismo è nato in Nord America, prima che in altri paesi, è perché qui da noi i confini politici tra i vari stati non hanno niente a che fare con quelle che sono le caratteristiche orografiche e biologiche dei vari paesi, sono solo linee rette che tagliano a metà colline, montagne e fiumi. Quello che proponiamo è rivalutare le bioregioni, disegnate secondo i confini naturali tracciate dai rilievi montuosi, ma questo non per sottolineare la specificità etnica o linguistica di un’area, ma per gestirne meglio le risorse idriche, agricole e forestali. Spesso il decentramento e il federalismo mascherano nuove forme di nazionalismo, decisamente di destra e potenzialmente fascista; mentre il nostro slogan è: “Pensare globalmente, agire localmente”».



In Italia credi possa ragionarsi in termini bioregionali?

Come riportato nel  Documento d’Intesa fondativo della Rete Bioregionale Italiana, l’idea bioregionale è ispirata dai sistemi naturali selvatici; per sua natura, pertanto, si esprime attraverso la forma decentrata.

A tal riguardo, in un mio articolo del 2017 ebbi modo di riportare il pensiero dell’amico Paolo D’Arpini uno dei fondatori del Movimento Bioregionale in Italia sin dai tempi in cui risiedeva a Calcata. Partendo dall’assunto che il bioregionalismo si riconosce soprattutto nelle identità locali individuate principalmente nell’ambito municipale e provinciale (ambiti territoriali in cui una comunità di solito irradia la sua influenza culturale), Paolo ribadiva la necessità di restituire dignità e salvaguardare i diritti delle piccole comunità locali.

Tuttavia le Regioni, così come impostate e studiate a tavolino, si pongono come stati antagonisti sia per lo Stato Italiano che per l’Europa stessa che faticosamente sta cercando di trovare un’identità condivisa.

A suo dire se degli Enti inutili vanno eliminati, bene sarebbe abolire le Regioni, ritenute mini-stati all’interno dello Stato, che non rappresentano interessi di omogeneità culturale e bioregionale, ma solo di gestione economica e partitica.

«Il bioregionalismo - sostiene Paolo D’Arpini - riportando in auge sia il rispetto della vita in termini di ecologia profonda sia il riconoscimento dell’identità locale, è l’unico metodo che possa garantire equanime distribuzione e pari dignità alle diverse presenze degli abitanti della Comunità Europea. Quindi l’Europa, politicamente unita, andrebbe suddivisa in ambiti bioregioniali (e non in Regioni o in Macro-Regioni, come proposto da alcune forze politiche), poiché abbiamo visto che le amministrazioni Regionali per loro natura tendono ad essere separative e indifferenti agli interessi delle comunità locali (dovendo infatti difendere la loro strutturazione spuria ed anomala rispetto alla identità bioregionale)».

Interpellato in merito all’ipotesi di una “Ristrutturazione del Lazio” in chiave bioregionale, riporto di seguito quanto da lui stesso riferitomi: «Negli ultimi anni è andata maturando una coscienza ecologica e sociale, una considerazione delle diverse necessità delle varie realtà urbane e suburbane, che richiede una revisione generale degli attuali modelli e confini regionali.


Tanto per cominciare esiste la realtà dei grandi agglomerati metropolitani, come ad esempio Roma, ed esiste poi la realtà delle piccole città, dei villaggi e del territorio agricolo e boschivo. Va da sé che l’amministrazione di entità che manifestano differenze così sostanziali non può essere gestita in modo “centralistico”, che altrimenti gli interessi dei grossi agglomerati porterebbe alla fagocitazione e rovina dei centri meno popolosi ed al loro snaturamento. Anche l’istituzione delle cosiddette “aree vaste”, per una collaborazione intercomunale nei servizi, etc., non aiuterebbe il mantenimento dell’identità locale se non corroborata dall’esigenza primaria della conservazione dell’habitat e delle risorse naturali.

In Europa già da tempo si sta attuando una politica “decentrativa” separando l’amministrazione delle grandi città da quella del territorio extraurbano. Ad esempio vedasi Parigi oppure Monaco di Baviera, entrambe definite “Città Regione” indipendenti dal resto del territorio.

In Italia se osserviamo la situazione amministrativa del Lazio, vediamo che l’ente Roma Capitale è solo un’operazione d’inglobamento delle realtà rurali limitrofe con accorpamento del territorio provinciale. Secondo il criterio bioregionale da noi proposto, invece, Roma ed una ristretta area metropolitana dovrebbe assurgere allo status di Città Regione.

E a quel punto non vi sarebbe nulla di strano nello scorporare l’amministrazione regionale in due enti: Roma Capitale e Lazio storico. Se ciò avvenisse, come avrebbe dovuto già avvenire, questo riaggiustamento sarebbe un buon sistema di rivalutazione per il territorio e per le piccole comunità.

L’attuale perimetrazione del Lazio, ricordiamolo, è il risultato di un ragionamento politico accentrativo (attuato subito dopo l’unità d’Italia e successivamente durante il fascismo) il cui risultato fu lo smembramento delle realtà amministrative preesistenti. Ovvero la Tuscia storica fu smembrata fra la Toscana e il Lazio, e qui ancora separata in Tuscia viterbese e Tuscia romana. Altrettanto accadde con i centri della Sabina, con Rieti tolta all’Umbria e con diversi altri centri inseriti nella provincia romana e così pure avvenne nella Ciociaria, suddivisa fra Roma e Frosinone, e nella provincia di Latina creata ex novo in seguito alla bonifica pontina ed integrata da territori dell’ex Regno di Napoli.

A ben guardare, l’identità bioregionale di Roma Capitale ed area metropolitana, in senso stretto, dovrebbe corrispondere agli stretti limiti dell’espansione urbana e adiacenze.
Poiché è ovvio che le realtà civiche periferiche della attuale provincia di Roma andrebbero restituite ai loro ambiti originari, anche per un riequilibrio nel numero degli abitanti.
Altrimenti, se tale operazione di riequilibrio non fosse attuata, la nuova Regione metropolitana di Roma, se compresa negli attuali confini della sua provincia, raggrupperebbe oltre i quattro quinti dei residenti totali nel Lazio, il che non aiuterebbe assolutamente il territorio a crescere, dovendo soddisfare le esigenze di servizi passivi da parte della metropoli. La metropoli deve imparare ad essere autosufficiente».



Bioregionalismo Treia •: Bioregionalismo - Società umana, animali ...

Cosa è l' Ecologia Profonda?

In un post dell’ottobre 2012, l’ecologista e avvocato Fabio Balocco poneva in evidenza la crisi dell’ambientalismo italiano, riferendosi in particolare a quei movimenti e a quelle associazioni ambientaliste formalmente riconosciute dal Ministero dell’Ambiente. Per lui queste associazioni soffrono di vecchiaia e fanno spesso autogol mostruosi.


«Il movimento ambientalista italiano - scriveva Balocco - aderisce da sempre ad una corrente, che viene definita ‘ecologia superficiale’. Cos’è  l’ecologia superficiale? È, detto molto rozzamente, quel settore dell’ambientalismo che non mette in discussione i fondamenti della nostra società, ma ritiene che alla stessa debbano essere apportati semplici aggiustamenti. Detto altrimenti, l’ecologia superficiale aderisce al cosiddetto ‘sviluppo sostenibile’, locuzione coniata nel 1987 e adottata anche dall’IUCN - The World Conservation Union, cui aderiscono appunto le maggiori associazioni ambientaliste. Quindi, non è necessario mettere in discussione lo sviluppo, ma occorre reindirizzarlo. Ma di ecologia esiste anche un’altra branca, l’‘ecologia profonda’ (definizione coniata da Arne Næss), la quale sostiene che occorre ripensare l’evoluzione della società, che essa non deve necessariamente svilupparsi, ma anzi deve trovare un modus vivendi con la natura di tipo olistico, di interazione e rispetto. L’ecologia profonda mette pertanto in crisi lo sviluppo inteso come necessità, a favore di un altro modello di vita, non più antropocentrico. […]. 

Del resto, l’ecologia superficiale è un’invenzione di sana pianta che nulla ha a che fare con i padri dell’ambientalismo, come Thoreau, Emerson, Muir, che sicuramente sono più assimilabili ai canoni dell’ecologia profonda. Appare altresì chiaro agli occhi di chi è attento alle cose di questo mondo, che non esiste un altro sviluppo diverso da quello attualmente in atto. E che ‘sviluppo sostenibile’ è una contraddizione in termini: o scegli lo ‘sviluppo’ o scegli la ‘sostenibilità’. Delle due l’una, ma ambedue non convivono. Non è pertanto assolutamente strano che chi oggi vuole impegnarsi in campo ambientale non dia la delega ad associazioni che appaiono vecchie nella struttura, contraddittorie ed in ritardo sui tempi».


Senza addentrarci troppo in dettagli a tutti evidenti, molte associazioni agiscono frequentemente come gruppi di pressione puntando sulla salvaguardia di obiettivi specifici o circoscritti a particolari ambiti di interesse, mettendosi a disposizione, in occasione delle competizioni elettorali, per convogliare i voti di associati e simpatizzanti su candidati di partiti o di liste che abbiano dato prova di sensibilità ambientalista.

In continuità con atteggiamenti mentali e pratici unificatori, ravvisati in epoche storiche remote, nel 1973 il filosofo e alpinista norvegese ArneNæss distinse categoricamente l’ecologia in superficiale ‘Shallow Ecology’ e in profonda ‘Deep Ecology’, contribuendo a descriverne le basi teoriche. Mentre la prima espressione assegna alla Natura un valore esclusivamente strumentale o di ‘utlizzo’, la seconda non separa né gli esseri umani, né altra cosa dall’ambiente naturale, e va ben oltre l’analisi superficiale dei problemi ambientali propria della scienza ecologica classica, aprendo ad una visione completa e totalizzante del mondo. Næss afferma il diritto a vivere di tutte le forme di vita come diritto universale che non può essere quantificato, significando come nessuna specie vivente possa beneficiare maggiormente del particolare diritto di vivere e riprodursi più di qualsiasi altre specie. È un’idea per la quale non possiamo operare alcuna scissione ontologica netta nel campo dell’esistenza, un’idea metafisica: ove noi e tutti gli altri esseri siamo solo ‘sfaccettature’di una singola realtà in svolgimento.

L’approccio del filosofo emerge con chiara evidenza in apertura di ‘Loop’ (Ciclo infinito, 78’, regia di Sjur Paulsen), un film che lo vede da protagonista (già novantaquattrenne), pronto al suo monologo in uno studio di una radio di Oslo. Il film è un’indagine sulla relazione dell’uomo moderno con il nostro tempo, visto attraverso gli occhi di alcune persone dei nostri giorni che hanno scelto l’estremo come stile di vita. Sul fondo nero dello studio si vede solo il volto raggrinzito e sereno di Næss, che in solitudine dichiara: «Diciamo che andiamo ‘fuori’ nella natura, ma io direi che andiamo ‘nella’ natura. Quando vai nella natura selvaggia hai l’opportunità di ascoltare te stesso, di ascoltare la tua anima più profonda: Cosa voglio? Cosa mi piace? Cosa non mi piace? Come può la mia… chiamiamola ‘qualità della vita’ essere mantenuta o migliorata? Non si tratta di beni o di qualità ma di ciò che senti di essere, di come percepisci la vita. Che cosa ci rende felici? E come possiamo averne di più? Esistono delle forze molto potenti nella società che ci vorrebbero indurre a consumare sempre di più, a scoprire cose di cui pensiamo di aver bisogno. Si crea uno stile di vita che non potrà mai appartenere a tutti semplicemente perché in tal modo il mondo andrebbe a rotoli. Invece dovremmo seguire un nostro personale stile di vita in cui cercare di capire di cosa abbiamo veramente bisogno, anziché aspirare a ciò che ci propinano la società o l’economia. Quindi l’essere è molto più importante dell’avere».

Tale visione viene in qualche modo richiamata anche dall’austriaco Fritjof Capra (1939), fisico e teorico dei sistemi della complessità, nonché autore de ‘Il Tao della Fisica’ (1975). Nel 1997 scrisse: «Il potere del pensiero astratto ci ha condotto a considerare l’ambiente naturale - la trama della vita - come se consistesse di parti separate, che diversi gruppi di interesse possono sfruttare. Inoltre, abbiamo esteso questa visione frammentata alla società umana, dividendola in differenti nazioni, razze, gruppi politici e religiosi. Il fatto di credere che tutte queste parti - in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società - siano realmente separate ci ha alienato dalla Natura e dai nostri simili, e ci ha quindi sviliti. Per riconquistare la nostra piena natura umana, dobbiamo riconquistare l’esperienza della connessione con l’intera trama della vita. Questo riconnettersi, ‘religio’ in latino, è la vera essenza del fondamento spirituale dell’ecologia profonda. […]. Per l’ecologia profonda - continua Capra - la questione globale dei valori è decisiva; è, infatti, la caratteristica centrale che la definisce.

È una visione del mondo che riconosce il valore intrinseco delle forme di vita non umana. Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa concezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo. Oggi la necessità di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita né a preservarla, ma a distruggerla.[…]. Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda, o spirituale, che la Natura e l’Io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la Natura è il fondamento dell’ecologia profonda.[…]. Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora vorremo (e non dovremo) essere inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura. In effetti, non possiamo fare a meno di reagire in questo modo».

Quanto sopra viene riconfermato anche da Guido Dalla Casa con questa puntuale distinzione: «Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunché». Per lo scrittore e studioso di ecologia profonda «Oggi abbiamo superato nel mondo i sette miliardi di umani, numero assolutamente intollerabile per l’ecosistema terrestre. Inoltre si estinguono 20-30 specie di viventi ogni giorno, ad un ritmo diecimila volte più grande di quello naturale. Ogni anno scompaiono 100.000 kmq di foreste, ecosistemi ricchissimi di biodiversità. L’anidride carbonica nell’atmosfera terrestre aumenta di 3 ppm all’anno. 

Il consumo di territorio è elevatissimo e questo è un problema particolarmente grave in Italia. Oggi l’uomo non si rende neppure conto che sta togliendo lo spazio vitale agli altri esseri senzienti e che la vita della Terra si basa sulle sue capacità omeostatiche, o capacità di autodifendersi dai cambiamenti troppo drastici. Tale capacità del ‘Complesso’ si basa sulla biodiversità, cioè sul grande numero di specie ed ecosistemi in continua interazione reciproca. […]. L’atteggiamento umano di maggioranza nei confronti della ‘Natura’ nasce in sostanza dall’idea di base di esserne al di sopra, o al di fuori, e quindi in grado di manipolare a piacimento tutto quanto ci circonda: manca la percezione di essere un componente di una ‘Entità’ molto più grande, di un ‘Organismo’ che ha le sue necessità vitali».


I principi dell'Ecologia Profonda e l'adesione al movimento del ...

Avrò anche io l'onore di partecipare presentando il mio libro. Cosa ne pensi di riconoscere diritti alla Natura?

Sono in ogni caso favorevole. Da noi l’idea di conferire personalità giuridica alla natura risale agli anni ‘70 con lo scritto di Christopher D. Stone “Should trees have a standing? Towards legal rights for natural objects”. Secondo Stone, accordare personalità giuridica alla natura avrebbe sortito due conseguenze: essere rappresentata in tribunale e non essere di fatto più posseduta. 
Come ben racconti nel tuo libro “I diritti di Madre Natura” che verrai a presentare a Tivoli attorno al “Giardino della Natura Profonda”,  è in atto una inesorabile presa di consapevolezza riguardo all'importanza dei temi ambientali. Attraverso l’esempio della straordinaria Costituzione dell’Ecuador chiarisci come i sistemi giuridici possono essere armonizzati a nuovi principi che abbiano la loro fonte primaria nell’Universo, come spazio in cui si manifestano le forme del vivente e come diritto della natura ad esistere formalizzato nel 2008, seguito tre anni più tardi dalla Bolivia. Grandi passi in avanti in questo senso sono stati compiuti anche dalla Colombia che ha riconosciuto alle foreste gli stessi diritti legali delle persone.

Certo è che c’è ancora molto da lavorare per far sì che i diritti della natura vengano riconosciuti, anche perché il principale dubbio degli esperti sembra riguardare in particolar modo il riconoscimento del rappresentante legale della natura.


Redazione dei Quaderni di Vita Bioregionale, per l'incontro ...

Chi volesse partecipare come può fare?

Può tranquillamente dare adesione al mio numero di cellulare: 3345270299 o alla mia mail: italo.carrarini53@gmail.com


Resta inteso che l’incontro si attuerà nel momento in cui sarà di nuovo possibile spostarsi da regione a regione, nei modi di legge e con le prescrizioni che verranno di volta in volta impartite dalle autorità locali.


Masanobu Fukuoka: l'agricoltura del non fare - Korn Larry, Terra ...

Ci consigli una lettura?


Di letture da consigliare ce ne sono tantissime, ma anche qui tutto è legato ad un percorso personale. Confesso che un testo che ha in qualche modo risvegliato il mio sentirmi in natura è “La Rivoluzione del Filo di Paglia” di Masanobu Fukuoka. Un libro prezioso perché è contemporaneamente pratico e filosofico, non propriamente bioregionalista; un libro necessario e ispiratore per quanto riguarda l’agricoltura perché non parla solo di agricoltura.

Prima di altri, Fukuoka ha capito che non possiamo isolare un aspetto della vita da un altro. Quando cambiamo il modo di coltivare il nostro cibo, cambiamo il nostro cibo, cambiamo la società, cambiamo i nostri valori. Questo libro spiega come fare attenzione ai rapporti fra tutte le cose, alle cause e agli effetti e parla dell’essere responsabili per quello che si conosce.

Quando Fukuoka parla di quelli che chiama i suoi metodi agricoli del «non fare», un occidentale potrebbe opportunamente ricordare Matteo 6,26: «Seguite con lo sguardo questi esseri che volano nel cielo: non fanno né semina né mietitura, né hanno granai per ammassarvi qualcosa. È vostro padre, quello celeste, che pensa a nutrirli».
Come riportato in prefazione da Wendell Berry, quella di Fukuoka è una scienza che comincia e finisce nel rispetto, nella consapevolezza che l’umana ragione necessariamente degrada qualunque cosa afferra. Non è il sapere che ci dà il senso della completezza, ma la gioia, che possiamo avere soltanto senza afferrare.

«Quando si capisce che si perde la gioia e la felicità nello sforzo di possederle, si arriva all’essenza dell’agricoltura naturale».
E questa agricoltura «naturale» che ha la sua origine e la sua fine nel rispetto è dappertutto umana e sensibile. Gli esseri umani lavorano al meglio quando lo fanno per il bene della gente piuttosto che per una «maggiore produzione» o per «più efficienza», che sono stati gli obiettivi quasi esclusivi dell’agricoltura industriale. «Lo scopo vero dell’agricoltura» dice Fukuoka, «non è far crescere i raccolti, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani». E parla dell’agricoltura come di una via: «Essere qui, prendendosi cura di un piccolo campo, in pieno possesso della libertà e pienezza di ogni giorno, quotidianamente: questa deve essere stata la via originaria dell’agricoltura». 

Un’agricoltura completa nutre l’intera persona, corpo ed anima. Non si vive di solo pane. Grazie a questo libro ho chiarito meglio a me stesso cosa è necessario fare e non fare anche in arte… e il tempo mi ha ricondotto al campo di casa, al lavoro nell’orto e alle lunghe escursioni in natura che sono poi i temi che propongo nei miei interventi.

Post Scriptum - A tutt'oggi non possiamo essere certi dello svolgimento dell'incontro bioregionale programmato a Tivoli per il 20 e 21 giugno 2020. Malgrado il dubbio il nostro ospite Italo Carrarini continua a lavorare alla preparazione dell'incontro, quello che segue potrebbe essere il Programma "definitivo" degli eventi previsti.


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BIOREGIONALISMO

Stati Generali dell’Ecosofia

nel

GIARDINO DELLA NATURA PROFONDA


Casale Anio Novus

Tivoli, Strada Provinciale Empolitana, km 3,630

20 – 21 Giugno 2020




PROGRAMMA DI MASSIMA



Sabato 20 Giugno


ore 16.00  ARRIVO E ACCREDITAMENTO DEI PARTECIPANTI

ore 16.30  SALUTI E PRESENTAZIONI 

ore 17.00  - Paolo D'Arpini della Rete Bioregionale Italiana -  
Introduzione al concetto di Bioregionalismo ed Ecologia Profonda 

SEGUONO INTERVENTI A GIRO moderati da Francesco Pecchi
 alternati da brevi momenti musicali eseguiti da Andrea Biondi e  da letture di “Altre Demarcazioni” scritte e lette da Antonio Francesco Perozzi

ore 17.15  Assoc. Prof. Dr. Alessandro Camiz PROGETTARE IL PAESAGGIO ARCHEOLOGICO: Verso un Parco degli Acquedotti Aniensi
ore 17.30  Lina Triebsch, Elisa Rami, socie dell’Associazione A. P. S. Tavola Rotonda L’EUROPA SI INCONTRA AL CASONE – VALLE DELL’ANIENEore 17.45  Prof. Luigi Tilia DIVINO ANIO: Canto e Incanto di un Fiume di Valleore 18.00  COFEE BREAK
ore 18.15  Prof. Eclario Barone ARTE E BIOREGIONALISMO NELLA VALLE DELL’ANIENE
ore 18.30  SCELTE DI CONSUMO E CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI a cura di Marco Tiberti (Presidente European Consumers)
ore 18.45  ELETTROSMOG, DANNI AMBIENTALI E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE a cura di Pietro Massimiliano Bianco (Responsabile Comitato Scientifico di European Consumers)
ore 19.30  I GIGANTI DELL’ACQUA Visita guidata ai resti dell’acquedotto romano con l’arch. Francesco Pecchi e il dott. Stefano Del Priore dell’Archeo Tibur
ore 20.30   LA STRUTTURA BOTANICA DEL BIOLAGO a cura dell’agronomo Dott. Sergio De Simone
ore 21.15  CENA VEGETARIANA AL TRAMONTO con prodotti della Valle dell’Aniene, a cura della Condotta “Slow Food - Tivoli e Valle dell’Aniene”
(Buffet € 13,00 a persona)
ore 22.30  STEFANO PANZARASA: CANZONI ECOPACISTE
ore 23.00 Inaugurazione del GIARDINO DELLA NATURA PROFONDA
Installazione permanente di Italo Carrarini

 ore 23.30  Paula Caccavale cutART36
ore 23.43  ANJALI Performance di Luca di Terlizzi nel Solstizio d’Estate



Domenica 21 Giugno

ore 9.00  LA VIA DELLE ERBE E LA VIA DEL PANE NEL SOLSTIZIO D’ESTATE
 Ritrovo al biolago per il riconoscimento e raccolta di erbe  selvatiche a cura di Maria Sonia Baldoni “La Sibilla delle Erbe”  (Le erbe raccolte saranno servite secondo la ritualità solstiziale in degustazione nel corso del buffet campestre)
ore 10.00/17.00 VIAGGIO NEL PAESAGGIO
Percorsi di-segni ‘dal vero’ degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma nel Giardino della Natura Profonda con esposizione estemporanea delle opere realizzate
ore 10.00  MOMENTI DI CONDIVISIONE A CERCHIO ALTERNATI A MOMENTI CREATIVI ED ESPERENZIALI a cura dei partecipanti
ore 11.30 Laboratorio sulla Pasta Madre con vecchie varietà di grani coltivati nella Valle dell’Aniene e rugiada solstiziale a cura di Stella Schiavon  (degustazione del pane di Kore con l’eptyrum di Circe) 
ore 13.00  PRANZO VEGETARIANO con prodotti della Valle dell’Aniene, a cura della Condotta “Slow Food - Tivoli e Valle dell’Aniene” (Buffet € 13,00 a persona)

ore 15.00  RAPPORTO  UOMO  NATURA ANIMALI -  Dr.ssa Caterina Regazzi della Rete Bioregionale Italiana
CONTINUAZIONE DELLA CONDIVISIONE ESPERENZIALE A CERCHIO accompagnata da momenti creativi a cura dei partecipanti
ore 15.30   I PERGOLATI DI PIZZUTELLO, PROTAGONISTI SENSORIALI, ETERNI TESTIMONI DELLA BELLEZZA DELLA VALLE GAUDENTE a cura di Gabriella Cinelli, referente Slow Food Tivoli e Valle dell’Aniene, cuoca dell’Alleanza nella Comunità Slow Food per la valorizzazione delle Uve Pizzutello nel Paesaggio Tiburtino
ore 15.45   ECOLOGIA PROFONDA, BIOREGIONALISMO E DIDATTICA ECOLOGICA con un omaggio a Gianni Rodari nel centenario della sua nascita a cura di Stefano Panzarasa, geologo già responsabile del Servizio di Educazione Ambientale del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili
ore 16.00   I DIRITTI DI MADRE NATURA E LA GIURISPRUDENZA BIOSFERICA (edizioni Mimesis) incontro con l’autore Nicola Nardella
 ore 16.15   PRESENTAZIONE DELL’UNIVERSITÀ “VIVERE CON CURA” DI ECOLOGIA ED ECONOMIA DOMESTICA NELLA BIOREGIONE a cura di Antonio D’Andrea
ore 16.30   RETI E PROGETTI DI PARTECIPAZIONE AL REDDITO AGRICOLTURA CONTADINA. PER UNA CSA IN VALLE ANIENE a cura di Carlo De Sanctis
ore 16.45   PRESENTAZIONE DEL LIBRO “APPUNTI DI BUDDISMO E FOTOGRAFIA” incontro con l’autore Raimondo Luciani
ore 17.00   CONDIVISIONE A CERCHIO DEGLI STUDENTI DELL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI ROMA
ore 19.00  SALUTI DI CONGEDO

Ecologia - Bioregionalismo