Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

lunedì 22 gennaio 2018

...miraggi visioni sogni... aspettando l'età dell'Acquario nel 2150 - E' un blocco unico....


Risultati immagini per the dark side of the moon

... the dark side of the moon,   l immagine di copertina del disco dei pink floyd raffigura un prisma di vetro su fondo nero, un fascio di luce vi entra uscendone trasformato in un arcobaleno. questa immagine sintetizza i caratteri fluidi dinamici variegati stratiforme del paesaggio e ne riassume la regola più importante. esperienza fondamentale nella scoperta del paesaggio ideale e del percorso di conoscenza che lega tutte le immagini e' la luce. shine on you crazy diamond plotino nella sua gerarchia dell uno condensa i caratteri di una filosofia in cui tutti gli esseri viventi e non sono investiti chi più chi meno dalla grazia divina. pseudo-dionigi laereophagita fa sua la piramide di plotino, sostituisce l uno con il concetto di luce, sulla base di questa filosofia suger costruì la cattedrale gotica di san denis in cui la luce risulta fondamentale nel suscitare emozioni spirituali. una pietra era collocata in fondo alla gerarchia mentre altri materiali più preziosi in grado di assorbire e riflettere la luce erano posti in cima alla piramide. un raggio di luce dalle vetrate gotiche studiate appositamente colpiva il calice d oro innalzato dall officiante durante il rito, diretta emanazione della grazia divina, l'officiante la ridistribuiva sotto forma di riflessi lucenti alla folla di fedeli. san benedetto con il concetto di ora et labora schiaccia la piramide gerarchica emanazione della luce divina sintetizzandola nei concetti di luce interiore ora e luce esteriore labora. i monaci cercavano l'illuminazione interiore con la preghiera la manifestazione divina nel creato con la luce fisica, il lavoro all aperto. Una volta c'era il tempo.... senza tempo ..una volta c'era il tempo, il tempo senza tempo, pian piano si e' trasformato in tempo, il tempo con il tempo: un tempo umano interiore e profondo, biologico, dura tutta un'esistenza, scandita dal battito del cuore un tempo collettivo quello delle generazioni che si succedono siamo prima figli poi padri e poi nonni e conosciamo durante l esistenza i nostri nonni, i nostri padri, i nostri figli un tempo corale quello vissuto assieme alle persone che circondano la nostra vita quotidiana famiglia e altri rapporti sociali un tempo soggettivo in rapporto alle necessita di sopravvivenza l'uomo e' agricoltore  artigiano o commerciante la donna custodisce il focolare domestico il tempo della riproduzione soprattutto le donne con i cicli mestruali le gestazioni e i parti un tempo esteriore atmosferico con le perturbazioni e le precipitazioni che si ripetono periodicamente un tempo solare il sole sorge e tramonta ogni giorno sappiamo che il giorno e' il tempo che la terra impiega per girare su se stessa e che l anno e' il tempo che la terra impiega a girare attorno al sole il tempo della luna con le fasi e dualismo luna piena luna nuova sappiamo che il mese e' il tempo che la luna impiega per girare attorno alla terra la settimana corrisponde a una fase lunare quattro settimane quattro fasi un mese ciclo lunare il tempo delle stagioni con i periodi freddo caldo intervallati dalle stagioni fresche il tempo della galassia enorme orologio trasparente con tutti i suoi meccanismi sincronici il tempo cosmico... infinito! (prima parte) nel film zeitgeist parte 1 la più grande storia mai raccontata peter joseph del 2007 visibile su you tube riassume il concetto di tempo e spazio nell antichità soprattutto della croce dello zodiaco dei suoi significati astrologici astronomici letterari e antropologici, vi si racconta delle ere dello zodiaco e del calendario di lungo computo, ogni 2150 si passa da un era all altra. Nel nostro “anno zero”, quello della nascita di Cristo, è iniziata l era dei Pesci mentre nel 2150 si entrerà nell era dell Acquario. L’impero romano alla fine del suo ciclo politico, sublimandolo, si è trasformato in potere spirituale che  afferma il credo cristiano (esplicato a livello formale) uno dei credo più forti e duraturi della storia. I romani, nel ruolo di cultura dominante, hanno imposto allo sviluppo dell’umanità qualcosa di ancora più “grande” il concetto del tempo lineare unico, una linea crescente verso l’infinito, che ha un suo inizio: l’anno zero e non si sa dove andrà a finire. Quindi i romani dopo avere dato una impronta determinante all’urbanistica delle città, con teatri terme, anfiteatri e  fori, impongono una nuova religione e un nuovo concetto del tempo, oscurando l’antico sistema ciclico del tempo circolare. Verso la fine dell’impero si formarono due centri di  potere, quello spirituale e quello temporale. Entrambi riconoscono lo stesso computo temporale  lineare, che inizia dal Cristo. All’interno della Chiesa  però si andò formando un dualismo, basato sulla regola di San Benedetto, del tempo interiore “ora”, e tempo esteriore, “labora”.  Mentre il  potere temporale  provvede al controllo degli svolgimenti nel tempo,  basato sulla forza, il comando e la spada. Questi due poteri hanno dato una struttura gerarchica alla società. Si nota anche nelle diverse espressioni  architettoniche e urbanistiche. Infatti borghi e città hanno sempre al centro una chiesa ed un castello attorno ai quali man mano palazzi e case sempre più povere e piccole.  Questa nuova“misurazione”concettuale  del tempo ha dato un segno forte alla società strutturando gerarchicamente tutte le forme del vivere sociale ed una architettura adeguata, con grandi palazzi chiese monasteri, mura, arte e letteratura funzionali al tipo di società sempre tesa a rappresentare la forza del potere e cultura dominanti e ad esaltarne vite ed opere dei rappresentanti, insomma una politica ed una religione basati sulla affermazione di un ego individuale dominante e fruita individualmente e individualisticamente continua.. Tradizione contadina, bioregionalismo e tempo ciclico L'uomo tradizionale ha sempre vissuto consapevolmente e coralmente il tempo interiore ed esteriore e non ha mai avuto bisogno di rappresentare arte letteratura divise dalla vita quotidiana immerso naturalmente in esse. La cultura cosiddetta subalterna si esprime più con la preghiera esteriore, labora, che con quella interiore: una forma di adorazione della luce e del sole. Infatti nell'architettura rurale bioregionale  del meridione l'esposizione di abitazioni aie e borghi rivelano tale intenzione. Anche le finestre piccole e singole sparano luce all'interno delle piccole stanze. tutti  i manufatti dell'artigianato  e del rural design esprimono questo antico culto del sole. Sulle pitture delle ceramiche sugli intarsi in legno e pietra si trova spesso un bel sole raffigurato. La cultura subalterna ha vissuto la sua arte sempre coralmente immersa nei flussi della vita e delle stagioni. un suonatore di zampogna dell'Aspromonte seleziona i materiali tipici in rapporto ai cicli lunari e stagionali, raccolta di canne nel periodo freddo, luna calante, per costruire il suo strumento. Sa fare i fori per i diversi timbri e scale di suoni, esegue suonate apprese dagli anziani che non hanno nome di un autore o di uno stile. le suonate eseguite durante feste e riti fanno parte del ciclo di vita dei singoli in rapporto al ciclo dell'anno della collettività, fanno parte di un patrimonio espresso coralmente dalla comunità.  Le suonate si eseguono quasi sempre nella forma del cerchio rituale creando quella onda energetica che porta a una sorta di sospensione spazio temporale e benessere psicofisico. nella cultura subalterna il senso del tempo ciclico naturale basato più sulla luna e sulle stagioni che sul calendario e' vissuto coralmente ed è proprio questo senso corale la caratteristica fondamentale di tali culture. L'estetica dell'arte della cultura dominante spinge sempre l'individuo a creare nuove forme rappresentative che fanno fare il salto culturale qualitativo su cui tutti poi si adeguano. nella musica un boscaiolo taglia un albero senza rispettare stagioni o altro un falegname sgrossa e prepara legnami il liutaio costruisce lo strumento il musicista scrive la melodia, l'orchestra la esegue nel luogo predisposto, il teatro, dove il pubblico alla fine del percorso di produzione la ascolta fruendola in quella forma riconosciuta come catarsi. i folletti del tempo ce ne' uno per ogni casa! non sono creature malvagie. il loro unico compito e’quello di far perdere tempo alla gente che vive sotto lo stesso tetto. e’capitato a tutti di non trovare qualcosa che si aveva sotto il naso un attimo prima, quella e' opera del folletto perditempo. si nasconde, sposta camuffa, fa perdere tempo, poiché e' del tempo perso che si nutre. i perditempo sono dovunque e sono abilissimi a muoversi senza farsi scoprire. il tempo in più e' solo un inganno, ognuno di noi ha già un tempo a propria disposizione e tutto quello che possiamo fare e' impiegarlo nel modo migliore senza cercare proroghe o scappatoie. non esiste un tempo perso! solo cosi il tempo ha il suo valore! operazione clessidra il tempo fugge e ci sfugge nonostante l uomo cerchi quotidianamente di afferrarne l essenza indirizzandolo spezzettandolo in ore minuti giorni mesi. l idea del tempo e' il risultato dell intreccio di una molteplicità di discipline, dall astronomia alla fisica alla biologia fino alla psicologia e la religione. ma poi il tempo ce' davvero o e' solo una illusoria convenzione che si può manipolare tra analisi scientifica indagine filosofica e qualche incursione nella fantascienza? alla fin fine tutto nasce da un emozione e senza fatica non si colgono gioie. il mondo che verra la sindrome da sviluppo negativo sembra drammatico per l imminenza di una vera e propria soglia oltre la quale non esistono più possibilità di sviluppo. cio imporrà all uomo una radicale trasformazione dei propri modi di vita e consumi, quindi del suo intero rapporto con l ambiente terrestre. queste previsioni in realtà non prevedono ulteriori possibili sviluppi della scienza e della tecnica e non tengono conto della capacita dell uomo di replicare alle condizioni di crisi ecologica che insorgeranno con nuove scoperte e nuove forme di adattamento. tra queste si imporrà soprattutto una diversa utilizzazione dello spazio terrestre con l eliminazione degli squilibri territoriali e sociali che sono fattori fondamentali nell attuale rapporto distruttivo che l uomo delle società avanzate ha stabilito sul pianeta. la coscienza globale avrebbe oggi i mezzi per fare del pianeta, con una ordinata e organica distribuzione degli uomini nello spazio, una unica citta umana, citta-terra (eugenio turri) fine quarta parte la filosofia del mu il grande scienziato agricoltore e filosofo zen masanobu fukuoka sembra l unico ad aver capito e indicato la via da seguire nel suo bellissimo libro la ri-evoluzione del filo di paglia. scrive il maestro: lo scienziato sta immerso nei libri, notte e giorno, sforzando gli occhi e diventando miope e se domandiamo che lavoro ha svolto in tutto quel tempo, puo rispondere che ha inventato gli occhiali per correggere la miopia. non ce' est e non ce' ovest, il sole sorge ad est, tramonta ad ovest, questa e’ solo una osservazione astronomica. sapere che non capisco ne l est ne l ovest e' più vicino alla verita. il fatto e' che nessuno sa da dove viene il sole. la via della luce di coscienza implica l attenzione la cura per le attività ordinarie della vita di ogni giorno. se si fa questo, il lavoro diventa piacevole e lo spazio per il respiro spirituale abbonda contempliamo la grande via con determinazione cura calma amore leggerezza fine La differenza la fa l'amore (per la biodiversità) - Love difference, la biodiversità non è solo biologica ecologica e ambientale ma soprattutto culturale. come racconta Renzo Piano: ci sono degli uomini che stanno spaccando pietre, uno dice: spacco pietre; un altro: faccio un muro. il terzo: edifico una chiesa; il quarto: costruisco una città;  il quinto erigo le basi dell umanità. Ognuno dice il vero, ma la verità la coscienza e la conoscenza stanno nel  rapporto d'insieme di tutte le voci, che assieme formano una unica e grande verità. gregory bateson in per un ecologia della mente spiega l’origine della schizofrenia con il concetto di doppio legame usando una aforisma zen. il maestro con il bastone in mano sulla testa del discepolo dice. se dici che e’ reale ti bastono! se dici che non e’ reale ti bastono lo stesso! la via di uscita per il discepolo e’ afferrare il bastone, così la mamma con il bambino che non lo sa... nella storiella zen di renzo piano la via di uscita sarebbe quella di afferrare il martello, perché l’unica realtà e’che tutti e’ cinque spaccano le pietre! gatto mammone e’ una filastrocca lucana musicata dal gruppo etnico dei tarantolati di tricarico. il gatto mammone compare anche nel pentamerone di giovan battista basile lo shakespeare napoletano del 500 autore forse di uno dei più bei libri in assoluto di tutta la letteratura del regno di napoli o sultanato di napolibad. lu cunto de li cunti raccolta di favole, scritto a napoli in piena eta barocca. gatto mammone creatura fantastica della tradizione popolare meridionale. enorme gatto dall aspetto terrificante. il tre di bastoni delle carte napoletane e’ detto appunto gatto mammone, nella lettura delle carte simboleggia dinamismo intellettuale evoluzione ed equilibrio tra l agire e il pensare. la maschera indica tuttavia che nei rapporti umani non sempre tutto e’ prevedibile. il caso, nel bene e nel male puo determinare la riuscita di una determinata azione. in genere comunque una carta favorevole, perché ci dice che e’ possibile reagire alle avversità con forza di volontà di controllo di se. (maimone) dall arabo benedetto fausto di buon auspicio (mammone) in aramaico significa signore delle mosche, attributo del diavolo. gatto nel medioevo anche identificato con il demonio. allora animale favoloso a volte buono a volte maligno facente parte di un rito popolare probabilmente legato al carnevale. su you tube si può ascoltare il brano dei tarantolati di tricarico: gatto mammone volendo legare il gatto mammone al bastone del doppio legame di bateson e al martello di renzopiano per una vera ecologia della mente allora identifichiamoci nella figura del gatto mammone liberandoci di bastone e martello e puo anche rappresentare il simbolo del pensiero psicibernetico e la chiave per rimanere connessi con le frequenze giuste della transbioenergetica. ............... Semi Sogni e parole [remix] Il mondo agricolo sta cambiando nel nuovo millennio stiamo imparando a separare i chicchi buoni, quelli selezionati sul campo di generazione in generazione, da quelli cattivi selezionati e manipolati nei laboratori e raccoglierli in sacchi diversi. non sono semi di riso amaro quelli su cui sgranare gli occhi o le ore del giorno ma chicchi preziosi frutti delle nostre terre come seguire le lunghe strisce di vuoto create dai macigni che si staccano dalle montagne ammirare lungo il percorso la superba meraviglia dei colori cangianti delle farfalle cercando di togliere gli spilli che ne fermano il volo per liberarle nell aria come minuscoli puntini colorati che danzano in mezzo alle gocce di acqua piovana passando per le terre del matto le vette della coscienza dove danza l arcano numero 0 il matto appunto stato di coscienza condivisa che può succedere tra individui o in gruppo quando tutto entra in magica sintonia con il tutto il luogo della pura coincidenza e sincronicita in questa minuscola parte del mondo capita spesso di rallentare e ascoltare il flusso dei pensieri che si mettono in accordo con il colore del cielo e il suono della natura la felicita da eterea aerea esteriore si trasforma in fluido interiore liquido come il te caldo e profumato

Ferdinando Renzetti


domenica 21 gennaio 2018

Ghedi, 20 gennaio 2018 - Resoconto della manifestazione contro la bomba

A Ghedi è scoppiata la Pace, non la Bomba

"Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.
Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne. 
Non c'è strada che porti alla pace che non sia la pace, l'intelligenza e la verità.
Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi.
Occhio per occhio... e il mondo diventa cieco.
Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.
Per praticare la nonviolenza, bisogna essere intrepidi e avere un coraggio a tutta prova.
Nessun uomo può essere attivamente non-violento e non ribellarsi contro l'ingiustizia dovunque essa si verifichi."
(Gandhi)


Il 20 gennaio 2018  a Ghedi una coloratissima manifestazione ha attraversato la cittadina e si è infine raccolta in presidio davanti alla aerobase che esibisce al mondo i suoi terribili strumenti di morte: la armi nucleari.


Circa un migliaio di attivisti per il disarmo e contro la guerra, dopo essere partiti da piazza Roma, dietro ad uno striscione di “Donne e Uomini Contro la Guerra” ed un altro che sintetizzava artisticamente l’opposizione alle armi, hanno raggiunto in corteo la sede della ditta RWM, che in Sardegna produce bombe che fanno strage di civili in Yemen ad opera di un cliente di prim’ordine, la monarchia islamica assoluta dell’Arabia Saudita, alleato “nostro” e degli Stati Uniti, accusata, tra l’altro, di  sostenere l’ISIS. La strada di accesso alla azienda era bloccata da pulmini della polizia ed uomini in uniforme.  Appesi dei cartelli che svelavano come la RWM produce e vende “morte”, si sono ascoltati gli interventi di Laura, che ha letto un recente e toccante discorso di Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa del Comitato per la Riconversione della RWM, Giovanna Pagani, della WILPF nazionale che ha dichiarato inaccettabile che lavoratori siano costretti a produrre armi omicide per guadagnare il pane, analoga comunicazione di Luigino Beltrami (DUCG – Brescia). Il corteo era transitato davanti ad una filiale della Banca Valsabbina (piccola Banca, fattasi grande grazie alla guerra in Yemen), blindata da un fitto cordone di poliziotti, che purtroppo, proteggevano chi contribuisce con i suoi affari ad uccidere civili.


Ritornati in piazza Roma, il corteo si è sciolto e tutti, risaliti sui pullman o sulle auto, hanno raggiunto l’ingresso delle Base aerea “Luigi Olivari”, al comando del Colonnello Luca Maineri, dove, secondo il programma NATO di condivisione nucleare, sono conservate 20 B61-4 dalla potenza variabile dai 45 ai 107 chilotoni (tra 3 e 8 volte più potenti della bomba di Hiroshima).


Tali bombe saranno presto sostituite da bombe termonucleari, di nuova generazione B61-12, trasportate dai cacciabombardieri invisibili e net-centrici F35 in assemblaggio presso lo stabilimento di Cameri (No), non saranno più a gravità ma sganciate dai bombardieri raggiungeranno autonomamente gli obiettivi anche a 80-100 km di distanza. Tutto questo in violazione del TNP Trattato di Non Proliferazione, sottoscritto dall’Italia nel 1975.


Tra persone attente, o ciarliere, tra striscioni molto ben disegnati e comunicativi, e qualche bicchiere di tè, si sono snocciolati interventi di attivisti-esperti e rappresentanti di realtà in lotta. Tra i primi, il fisico Angelo Baracca, Alfonso Navarra dei Disarmisti Esigenti, Giovanna Pagani (WILPF), tra i secondi hanno preso la parola esponenti di Donne e Uomini Contro la Guerra e del Forum Contro la Guerra e dei soggetti che a livello territoriale si battono contro gli strumenti della guerra, che siano fabbriche belliche o basi o poligoni, da Varese, Novara, Milano, Vicenza, Napoli, Firenze… Ha fatto un breve ma brillante intervento anche don Fabio Corazzina (parroco di Santa Maria in Silva ed esponente di Pax Christi). Gli attivisti erano giunti da diverse località italiane a rappresentanza di molti soggetti impegnati nel costruire la Pace e contrastare la guerra, da Padova, da Bergamo e da Brescia, da Pavia e Piacenza, da Torino, ecc..


Una presenza variegata, dai cattolici ai disarmisti, dai nonviolenti ai centri sociali: “uniti e diversi” contro la presenza di armi atomiche a Ghedi e sul suolo italiano, a sostegno del nuovo Trattato di proibizione delle armi nucleari convinti che si debba rilanciare dal basso un movimento per il disarmo e contro la guerra, un movimento capace di rigenerare risorse che in passato si sono opposte alle manifestazioni della mega-macchina militare e del potere nucleare. Il 18 marzo di nuovo in piazza ad Aviano (Pordenone) altra base della morte nucleare, poi davanti ai “porti nucleari” dove attraccano minacciose navi statunitensi gravide di Bombe. E’ un movimento che vuole unificare terreni di lotta per scardinare la militarizzazione crescente della società che penetra tra i banchi di scuola, nelle strade, nelle università, nelle scelte di politica economica ed industriale. Un movimento che ha presente l’intera filiera bellica nucleare, dalla realizzazione dei suoi vettori (F35) e i relativi velivoli trainer (M346), allo specifico addestramento anche dei piloti italiani nelle basi sarde alla pianificazione di stermini nucleari al trasporto e sgancio delle bombe, allo stoccaggio nei bunker e negli shelter per i velivoli disseminati nei campi delle aerobasi. Un movimento che vuole fare crescere la consapevolezza dei pericoli, la necessità di rifiutare di essere complici nella pianificazione di stermini facendo informazione (quella che i media non danno) e controinformazione (quella che i media distorcono). Il Governo italiano, che si è comportato in maniera indegna per un paese che nella sua Costituzione ha messo l’articolo 11 che la guerra la ripudia, deve sottoscrivere e ratificare il Trattato. Non molleremo fino a quando ciò non avverrà e non saranno smantellate bombe e basi.

Lista Disarmo Peacelink




Articoli Stampa:



sabato 20 gennaio 2018

Grottammare Paese Alto - Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche - Recensione

Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche
di e con Vincenzo Di Bonaventura
e con Simone Cameli

Associazione Culturale Blow Up
Ospitale delle Associazioni -  Grottammare Paese Alto  -  16 gennaio 2018  h21.15

 Risultati immagini per Grottammare Paese Alto - Così parlò Zarathustra di Friedrich

        Sono il suo magister vagans, dice Di Bonaventura nel presentare Simone Cameli, il valido partner di questa sera, attor giovane “nato con il teatro”. Un po’ come lui, Vincenzo, cresciuto alla scuola della mitica famiglia dei Carrara di Vicenza i quali - racconta  - lavoravano sulla Commedia dell’Arte e la cui matriarca dalla taglia poderosa, Argia Laurini, interpretava con magnificenza solo ruoli maschili.

        Viaggia intorno al grande Fritz, per gli amici Nietzsche, lo spettacolo del nostro attore oggi non-solista: recital che è anche fiesta, condivisione, cunto - dice - preparato in 4 ore (!) e ora è qui, tutto a memoria…
E come sempre ti stravolge, puoi aver fatto i compiti a casa piuttosto bene ma sempre hai davanti qualcosa che è nuovo, che incontri per la prima volta anche se è la millesima.

        E’ dialogo fra i due attori, il percorso nel visionario filosofare del Nietzsche de La Gaia Scienza e dello Zarathustra, frutto ambedue di magico equilibrio fra i poli di euforia e depressione, “oscillazioni del pendolo della pazzia che si era già messo in moto e non si sarebbe più fermato” (Sossio Giametta).

        I toni sapienti, ironici, lirici, appassionati degli Aforismi, il parlare ispirato, altissimo, poetico e profetico di Zarathustra, rimbalzano da una voce all’altra in una folgorante tensione argomentativa che non dà tregua, e l’italiano è non meno potente dell’originale tedesco, un “tedesco spumeggiante” nella definizione di Rolf Hochhut.

        Universo, ebraismo, cristianesimo: momenti centrali di una riflessione che dalla certezza della “morte di Dio” cerca per l’umanità un mondo nuovo, finalmente liberato dagli errori di cui è permeato tutto il pensiero occidentale e cristiano.

        L’Uomo folle de La Gaia Scienza annuncia e grida la morte di Dio, siamo stati noi a ucciderlo. Anche Zarathustra, separandosi dal vecchio eremita incontrato nella foresta, quando fu solo disse al suo cuore: è possibile? Questo santo vecchio nella sua foresta non ha ancora udito che Dio è morto!

        Gott ist tot è il problema schiacciante: il Dio che è morto non è il dio della Bibbia, è l’intero pensiero occidentale e con esso il pensiero cristiano presente in ogni cosa - nella metafisica, nella religione, nella filosofia, nella scienza, nella morale, nella politica, nell’arte - con la sua tendenza a comprendere le cose a partire da un unico principio.

        Ma gli uomini non capiscono, essendo quella di Dio la perdita di ciò che maggiormente dava protezione (così come ogni senso univoco dell’esistenza): è la tragedia dell’umanità, cui occorreranno millenni per capire e vincere anche la sua ombra (…Ci saranno ancora per millenni caverne in cui si mostrerà la sua ombra). E  l’“uomo folle”, conscio della sua solitudine, non può che essere il filosofo del domani: Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo.

       Tuttavia la perdita è anche occasione di leggerezza, e rende possibile la creazione di un nuovo ordine a misura d’uomo. A patto di muovere da un’altra tragedia: dalla consapevolezza del caos come “carattere complessivo del mondo”, in cui i “colpi mancanti sono di gran lunga la regola” (già Lucrezio gridava “il mondo non è fatto per l’uomo!”); e dalla rinuncia a pensare l’universo come essere vivente, come organismo o come macchina costruita per un fine.
Nascono da qui tutti gli errori fondamentali incorporati nei tempi più antichi. “Quando avremo sdivinizzato del tutto la natura?” si chiede il filosofo.

        Occorre dunque correggere le tavole dei valori. La “fosca e sublime nuvola di Jehova adirato”, l’invenzione del peccato nell’ebraismo e nei cristiani, che conoscono delle passioni “solo la parte deformante e straziante” e vedono nel divino la completa purificazione da esse: tutto ciò ha allontanato gli uomini dal “colore delle passioni” verso le quali i Greci rivolgevano invece “la loro spinta ideale amandole, elevandole, divinizzandole” e sentendosi nella passione, manifestamente, “non soltanto più felici ma anche più puri e più divini che altrimenti”.
        Per noi la vita - dice il filosofo - è un pericolo più grande: noi siamo di vetro, guai se ci urtiamo, e tutto è perduto se cadiamo.
               
        Ma Zarathustra ha “piedi leggeri”, è il filosofo che sa danzare (Adesso sono leggero, adesso volo, adesso guardo al di sotto di me, adesso un dio danza in me. Così parlò Zarathustra.) e dal  disinganno delle fedi e delle menzogne di vari millenni, dalla trasvalutazione di tutti i valori può nascere non disperazione ma nuova ansia di vita che ci innalza.
    
        “Le tre metamorfosi” dello spirito – dal cammello al leone al fanciullo – nei discorsi del saggio disceso fra gli uomini sono metafora e sintesi della sua morale: per innalzarsi alla saggezza suprema, lo spirito è prima Cammello (assoggettato ai carichi più pesanti; è il “Tu devi” della fede cristiana), per divenire poi Leone (e, coraggioso come quello, capace di rivoltarsi contro i principi stabiliti e le leggi); in ultimo, Fanciullo: che è “innocenza e oblio” e dal quale  può nascere “un nuovo cominciamento e un nuovo gioco”.

        La sentenza finale (la ”sentenza granitica”) affidata al potente aforisma “Qual è il suggello della raggiunta libertà? Non vergognarsi più davanti a se stessi” condensa il messaggio moralistico e laico che attraversa tutto il pensiero nietzschiano.

       La nobiltà della sua ricerca morale riconosciuta fin da pensatori molto lontani da lui (come il Croce) è nella tensione ad esplorare, riscattandola, la natura umana anche nelle sue parti costitutive fino a quel momento negate o nascoste.

        E’ ansia di verità, destinata a scardinare tutto ciò in cui si è erroneamente creduto: Rovesciare gli idoli - così io chiamo gli ideali - ecco il mio compito  su una terra che fra un paio d’anni ”sarà messa in subbuglio”, come scriverà poco più tardi in Ecce Homo, quasi a profeticamente anticipare la catastrofe del 1914.

        Ma lui, che morì pazzo e finalmente celebre a chiusura di un’esistenza che fu “tragedia vera e commovente” (Ferraris), nel suo visionarismo apocalittico non immaginò le manipolazioni ideologiche del suo pensiero altissimo, né che “uomini votati al male e imbestiati” (Giametta) potessero biecamente servirsi delle sue teorie.

        Né ascoltò l’omaggio postumo dello straussiano Also sprach Zarathustra Op.30; nè il dannunziano Per la morte di un distruttore” a lui dedicato nel potente Secondo Libro delle Laudi; né quell’Ode to Nietzsche improvvisata da Jim Morrison nel ’68, prima di un concerto a Saratoga contea di NY.



O miei fratelli, non v’invito all’amore del prossimo: v’invito all’amore di chi è più lontano.
Così parlò Zarathustra”.

 Sara Di Giuseppe                                  faxivostri.wordpress.com

mercoledì 17 gennaio 2018

Giorgio De Santillana: "Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo" - Recensione


Risultati immagini per Giorgio De Santillana  Saggio sul mito e sulla struttura del tempo

"Il mulino di Amleto" è uno di quei rari libri che mutano una volta per tutte il
nostro sguardo su qualcosa: in questo caso sul mito e sull’intera compagine di
ciò che si usa chiamare «il pensiero arcaico». Cresciuti nella convinzione che
la civiltà abbia progredito «dal mythos al logos», «dal mondo del pressappoco
all’universo della precisione», in breve dalle favole alla scienza, ci troviamo
qui di fronte a uno spostamento della prospettiva tanto più sconcertante in
quanto è condotto da uno dei più eminenti illustratori del «razionalismo
scientifico»: Giorgio de Santillana. Proprio lui, che aveva dedicato studi
memorabili a Galileo e alla storia della scienza greca e rinascimentale, si
trovò un giorno a riflettere su ciò che il mito veramente raccontava – e capì
di non aver capito, sino allora, un punto essenziale: che anche il mito è una
«scienza esatta», dietro la quale si stende l’ombra maestosa di Ananke,

la Necessità. Anche il mito opera misure, con precisione spietata: non sono però
le misure di uno Spazio indefinito e omogeneo, bensì quelle di un Tempo ciclico
e qualitativo, segnato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché sono il
Fato stesso. È questo Tempo che muove il «mulino di Amleto», che gli fa
macinare, di èra in èra, prima «pace e abbondanza», poi «sale», infine «rocce e
sabbia», mentre sotto di esso ribolle e vortica l’immane Maelstrom.

Di questo «mulino di Amleto» gli autori seguono le tracce in un percorso
vertiginoso, da Shakespeare a Saxo Grammaticus, dall’Edda al Kalevala,
dall’Odissea all’epopea di Gilgameš, dal Rg-Veda al Kumulipo, vagando dalla
Mesopotamia all’Islanda, dalla Polinesia al Messico precolombiano. I disiecta
membra del pensiero mitico, che ama «mascherarsi dietro a particolari
apparentemente oggettivi e quotidiani, presi in prestito da circostanze
risapute», cominciano qui a parlarci un’altra lingua: là dove si racconta di
una tavola che si rovescia o di un albero che viene abbattuto o di un nodo che
viene reciso non cerchiamo più il luogo di quegli eventi su un atlante, ma alziamo gli occhi verso la fascia dell’eclittica, la vera terra dove si svolgono gli avvenimenti mitici,
il luogo dove si compiono i grandi peccati e le imprese eroiche, il luogo dove
si è compiuto il dissesto originario, fonte di tutte le storie, che fu appunto
lo stabilirsi dell’obliquità dell’eclittica. Da quell’evento consegue il
fenomeno delle stagioni, archetipo della differenza e del ritorno dell’uguale.
Così il «mulino di Amleto» si rivelerà alla fine essere la stessa «macchina
cosmica».

«I veri attori sulla scena dell’universo sono pochissimi, moltissime invece le
loro avventure»: Argonauti che solcano l’Oceano delle Storie, navighiamo qui
sulla rotta di quelle avventure, che vengono ricomposte usando frammenti della
più disparata provenienza, vocaboli dei molti «dialetti» di una lingua cifrata
e perduta, «che non si curava delle credenze e dei culti locali e si
concentrava invece su numeri, moti, misure, architetture generali e schemi,
sulla struttura dei numeri, sulla geometria». Ma il mito si lascia spiegare
soltanto in forma di mito: la
struttura del mondo può essere soltanto raccontata. È questo il sottinteso dalla
forma labirintica, di temeraria fuga musicale, che si dispiega nelle pagine del
Mulino di Amleto. Qui la Biblioteca di Babele torna finalmente a essere invasa
dai flutti del Maelstrom e, attraverso un velo equoreo, intravediamo la dimora
del Sovrano spodestato, Kronos- Saturno, che un tempo stabilì le misure del
mondo e del destino.

Frutto di un lungo lavoro in comune con Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto
apparve negli Stati Uniti nel 1969 e da Adelphi nel 1983. Questa nuova edizione
ampliata tiene conto della revisione che Hertha von Dechend, dopo la morte di
Santillana (1974), condusse in funzione dell’edizione tedesca del 1993.
Negli anni in cui elaborava la sua opera capitale, Il mulino di Amleto, Giorgio
de Santillana pubblicò alcuni saggi che miravano a introdurci a quella nuova
visione, così sconcertante, di tutto il mondo arcaico. E innanzitutto si
soffermò sull’idea posta all’origine di ogni altra nella imponente concezione
del cosmo che ci appare già formata al nascere della scrittura: l’idea di fato.
Questa necessità scandita nel tempo, che tocca tutte le figure «sul “teatro del
mondo ammascherate”, come direbbe Campanella», ed è segnata dal moto degli
astri, si lascia riconoscere nei più svariati documenti: «nel paesaggio
coltivato, nelle immagini, nel mito, nella tradizione molte volte dispersa e
frammentata ma in cui si ravvisano, come i pezzi di un puzzle, ingegnose
costruzioni narrative che si erano venute diffondendo e che, ricomposte almeno
in parte, si rivelano essere il primo linguaggio scientifico». Ma la perfetta
«incastellatura di corrispondenze», per cui numeri e immagini si dispongono nei
punti nodali di un cosmo dove «tutto è come deve essere, se è», lascia
intravedere un dramma iniziale, «un grande conflitto dei primi tempi, in cui
venne dissestata la fabbrica dell’universo». Capire il mito o la scienza
arcaica, avvinti – come Santillana ci ha dimostrato – l’uno all’altra, è un
riscoprire le tracce sia di quell’ordine sia di quel dissesto. Dai Caldei a
Parmenide, a cui qui è dedicato un celebre saggio, è stato questo il fuoco
centrale del pensiero. Nei saggi qui raccolti torniamo a percepirne la luce.

"CINQUE volte nel corso di otto anni avviene che la stella Venere si levi al
momento che precede il levar del sole (momento solenne in molte civiltà). Ora,
i cinque punti così marcati sull' arco delle costellazioni, e congiunti secondo
l' ordine del loro succedersi, si rivelano formare un pentagramma perfetto (cioè
il disegno d' una stella a cinque punte). Questo sembra proprio un dono degli
dèi agli uomini, un modo di rivelarsi. Onde i Pitagorici dicevano: Afrodite si
è rivelata nel segno del Cinque. E il segno è diventato magico. Ma quale
intensità di attenzione e di memoria non ci volle per fermare in mente nelle
loro posizioni i cinque lampeggiamenti in otto anni del pianeta che appare per
poi perdersi subito nella luce del mattino - per ricostruire con l' intelletto
il diagramma che essi suggerivano". Da questa straordinaria precisione degli
antichi nell' osservare la volta del cielo, parte Giorgio de Santillana in un
libro piccolo di mole quanto denso e affascinante di contenuto: Fato antico e
fato moderno (Adelphi). Va detto subito cosa Santillana intende per "antichi" e
per "precisione". Gli "antichi" sono coloro che nel V millennio a.C. tra Caldea,
Egitto e India elaborarono "i lineamenti colossali di una vera astronomia
arcaica, quella che fissò il corso dei pianeti, che dette il nome alle
costellazioni dello zodiaco, che creò l' universo astronomico - e con esso il
cosmo - quale lo troviamo già pronto quando comincia la scrittura, verso il
4000 a.C.". Le testimonianze di questa sapienza nel calcolo del tempo astrale
sono nelle proporzioni degli zigguratt della Mesopotamia (la Torre di Babele
del calunniato Memrod era uno di questi complicati modelli dell' ordine del
cosmo), così come nella disposizione dei megaliti di Stonehenge. Quando
comincia la scrittura e con essa ciò che noi intendiamo per Storia, sembra che
quella identificazione della mente umana coi movimenti celesti cominci a venir
meno; Platone è ancora "l' ultimo degli arcaici e il primo dei moderni"; con
Aristotele la sapienza cosmica è già dissolta. Quanto alla precisione, è "una
passione di misura, che fa tutto centrato sul numero e sui tempi... In alto vi
saranno i numeri puri, poi le orbite del cielo, più giù le misure terrestri, i
dati geodetici, poi l' astromedicina, le scale e gli intervalli musicali, poi
le unità di misura, capacità e peso, poi la geometria, i quadrati magici...".

Giorgio de Santillana (1901 - 1974), romano, vissuto per trentacinque anni o più
negli Stati Uniti dove era professore al M.I.T., è stato uno storico della
scienza (Processo a Galileo è uno dei suoi libri più noti) che nella sua
indagine sulla storia del pensiero sopratutto matematico e astronomico ha dato
largo spazio al mito ("primo linguaggio scientifico") e all' immaginazione
letteraria. La sua monumentale opera Il mulino di Amleto, scritta in
collaborazione con una etnologa tedesca (allieva di Frobenius), Herta von
Dechend, ha per sottotitolo Saggio sul mito e sulla struttura del tempo ed è
paragonabile al Ramo d' oro di Frazer per la sterminata ricchezza di fonti
antropologiche e letterarie che intesse in una fitta rete attorno a un tema
comune. La chiave di tutti i miti, che per Frazer era il sacrificio rituale del
re e i culti della vegetazione, per
Santillana-Dechend sono le regolarità del tempo zodiacale e i suoi cambiamenti
irreversibili su lunghissima scala (precessione degli equinozi) dovuti all'
inclinazione dell' eclittica rispetto all' equatore. L' umanità porta con sè
una memoria remota degli spostamenti celesti, tanto che tutte le mitologie
conservano la traccia d' avvenimenti che si producono ogni 2.400 anni circa,
quali il cambiamento del segno zodiacale in cui si trova il sole all'
equinozio; non solo, ma quasi altrettanto antica è la previsione che l'
incessante lentissimo movimento del firmamento si saldi in un immenso ciclo o
Grande Anno (26.900 anni dei nostri). I crepuscoli degli dèi registrati o
previsti in varie mitologie si collegano a queste ricorrenze astronomiche;
saghe e poemi celebrano la fine dei tempi e l' inizio d' ere nuove, quando "i
figli degli dèi uccisi troveranno nell' erba i pezzi tutti d' oro del gioco di
scacchi che fu interrotto dalla catastrofe". Risalendo dalle fonti della
leggenda d' Amleto nelle cronache danesi e nelle mitologie nordiche, e
coinvolgendo poi africani Dogon, induismo, aztechi, autori greci e latini,
Santillana e Dechend rintracciano l' affiorare d' una prima problematica
filosofica: l' idea d' un cosmo ordinato le cui norme risultano sconvolte da
una catastrofe fisica e morale; e, in risposta a ciò, l' aspirazione al
ritrovamento d' un' armonia. l' idea che nessuna storia e nessun pensiero umani
possano darsi se non situandoli in rapporto a tutto ciò che esiste
indipendentemente dall' uomo; l' idea d' un sapere in cui il mondo della
scienza moderna e quello della sapienza antica si riunifichino. Il tema comune
dei quattro saggi di questo piccolo libro è il nesso tra Fato e libertà, cioè
il posto dell' uomo nell' universo così come lo concepivano gli antichi, o
meglio gli arcaici (e quegli arcaici conservatisi tali fino alle soglie del
nostro tempo, cioè i cosiddetti primitivi): il Fato che sovrasta tutti, uomini
e dèi (gli dèi sono identificati nei pianeti, che comandano ogni mutamento) e
la libertà che può essere raggiunta solo da chi comprenda e rispetti le leggi e
le misure del Grande Orologio. Il Fato era dunque ben diverso da quella potenza
imperscrutabile, oscuramente connessa con le nostre colpe, che è diventato dai
tempi della tragedia greca fino ai nostri: al contrario, l' idea di Fato
implicava la
conoscenza precisa della realtà fisica, e la coscienza del suo impero su di noi,
necessario e ineluttabile. I veri rappresentanti d' uno spirito scientifico
erano dunque loro, gli arcaici; non noi che crediamo di poterci servire delle
forze naturali a nostro piacimento, e dunque partecipiamo d' una mentalità più
vicina alla magia. Il coincidere col ritmo dell' universo era il segreto dell'
armonia, "musica" pitagorica che ancora in Platone regola l' astronomia come la
poesia e l' etica. Silenzio, musica e matematica: il programma pitagorico è
contenuto in questo trinomio; e sui Pitagorici - comprensibilmente prediletti
da Santillana - questo libro dà di scorcio definizioni illuminanti, così come
un' ampia e convincente interpretazione di Parmenide. Se talora egli sembra
esaltare un' età dell' oro prealfabetica e tingere in nero la cultura
tecnologica d' oggi asservita alla macchina, egli è pur sempre pronto a
dissolvere ogni illusione idillica sulle civiltà arcaiche, mostrando tutti gli
orrori e i traumi psichici che comportava il vivere a quei tempi; così come d'
ogni situazione nuova sa mettere in luce i valori, le possibilità che realizza
- insieme ai disvalori e alle perdite. ogni epoca ha le sue nevrosi collettive,
e non è detto che fossero tutte inevitabili.
"Lasciamo dunque le virtù del buon tempo antico. Un altro mondo".

Giorgio Diaz De Santillana (Roma, 30 maggio 1902 – Beverly, 1974) è stato uno
storico italiano, un fisico e filosofo della scienza, nonché docente al MIT.
Nacque a Roma in una famiglia di origini ebraiche. Si laureò in fisica
all'Università di Roma nel 1925. Trascorse due anni a Parigi e poi altri due
anni al dipartimento di fisica di Milano, poi fu richiamato a Roma da Federigo
Enriques per organizzare un corso di storia della scienza . Qui Santillana
insegnò storia e filosofia della scienza. Nel 1936, a causa dei crescenti
atteggiamenti anti-ebraici del regime fascista, si trasferì negli USA, dove
anni dopo ottenne la cittadinanza. Insegnò al MIT, dove nel 1942 divenne
professore assistente e nel 1948 professore associato. Nel 1954 ottenne la
cattedra di "Storia e filosofia della scienza".


Notizie inviate da Ferdinando Renzetti

martedì 16 gennaio 2018

Italia 2018 - All'armi, all'armi....

Italia in armi dal Baltico all’Africa 
Immagine correlata 

Che cosa avverrebbe se caccia russi Sukhoi Su 35, schierati nell’aeroporto di Zurigo a una decina di minuti di volo da Milano, pattugliassero il confine con l’Italia con la motivazione di proteggere la Svizzera dall’aggressione italiana? A Roma l’intero parlamento insorgerebbe, chiedendo immediate contromisure diplomatiche e militari.

Lo stesso parlamento, invece, sostanzialmente accetta e passa sotto silenzio la decisione Nato di schierare 8 caccia italiani Eurofighter Typhoon nella base di Amari in Estonia, a una decina di minuti di volo da San Pietroburgo, per pattugliare il confine con la Russia con la motivazione di proteggere i paesi baltici dalla «aggressione russa». La fake news con la quale la Nato sotto comando Usa giustifica la sempre più pericolosa escalation militare contro la Russia in Europa.

Per dislocare in Estonia gli 8 cacciabombardieri, con un personale di 250 uomini, si spendono (con denaro proveniente dalle casse pubbliche italiane) 12,5 milioni di euro da gennaio a settembre, cui si aggiungono le spese operative: un’ora di volo di un Eurofighter costa 40 mila euro, l’equivalente del salario lordo annuo di un lavoratore.

Questa è solo una delle 33 missioni militari internazionali in cui l’Italia è impegnata in 22 paesi. A quelle condotte da tempo nei Balcani, in Libano e Afghanistan, si aggiungono le nuove missioni che – sottolinea la Deliberazione del governo – «si concentrano in un'area geografica, l'Africa, ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali».

In Libia, gettata nel caos dalla guerra Nato del 2011 con la partecipazione dell’Italia, l’Italia oggi 
«sostiene le autorità nell'azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento del controllo e contrasto dell'immigrazione illegale». L’operazione, con l’impiego di 400 uomini e 130 veicoli, comporta una spesa annua  di 50 milioni di euro, compresa una indennità media di missione di 5 mila euro mensili corrisposta (oltre la paga) a ciascun partecipante alla missione.

In Tunisia l’Italia partecipa alla Missione Nato di supporto alle «forze di sicurezza» governative, impegnate a reprimere le manifestazioni popolari contro il peggioramento delle condizioni di vita.

In Niger l’Italia inizia nel 2018 la missione di supporto alle «forze di sicurezza» governative, «nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area», comprendente anche Mali, Burkina Faso, Benin, Mauritania, Ciad, Nigeria e Repubblica Centrafricana (dove l’Italia partecipa a una missione Ue di «supporto»).

È una delle aree più ricche di materie prime strategiche – petrolio, gas naturale, uranio, coltan, oro, diamanti, manganese, fosfati e altre – sfruttate da multinazionali statunitensi ed europee, il cui oligopolio è però ora messo a rischio dalla crescente presenza economica cinese. Da qui la «stabilizzazione» militare dell’area, cui partecipa l’Italia inviando in Niger 470 uomini e 130 mezzi terrestri, con una spesa annua di 50 milioni di euro.

A tali impegni si aggiunge quello che l’Italia ha assunto il 10 gennaio: il comando della componente terrestre della Nato Response Force, rapidamente proiettabile in qualsiasi parte del mondo. Nel 2018 è agli ordini del Comando multinazionale di Solbiate Olona (Varese), di cui l’Italia è «la nazione guida».

Ma 
– chiarisce il Ministero della difesa – tale comando è «alle dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa», sempre nominato dal presidente degli Stati uniti. L’Italia è quindi sì «nazione guida», ma sempre subordinata alla catena di comando del Pentagono.
 
Manlio Dinucci


(il manifesto, 16 gennaio 2018)