Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

domenica 26 febbraio 2017

Galatina e Galatone - Troppo compostaggio stroppia...


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Il Forum Ambiente e Salute esprime profonda preoccupazione per le notizie apparse sugli organi di informazione (anch’esse invero contraddittorie) circa un presunto parere favorevole della Provincia sul procedimento di V.I.A. relativo all’impianto di produzione di compost da 27.000 tonnellate/anno della ditta Salento Riciclo srl in Galatina, Località Bruciate. Sulla questione la Provincia sta tenendo un atteggiamento contraddittorio, ad un progetto che appare viziato da vari fattori escludenti, formali e sostanziali.

Vi è preliminarmente una grave carenza di informazione e di trasparenza. Pur riguardando un progetto di grande impatto per l’ambiente e per le comunità locale, che se realizzato rischia di stravolgere la vocazione di un’area prevalentemente residenziale, le popolazioni locali sono state finora tenute all’oscuro della questione...

Restano poi gravi aspetti sostanziali che, se saranno confermate le notizie di stampa, pongono fondati dubbi sulla procedura seguita. Sulla proposta della Salento Riciclo srl gravano diversi motivi ostativi:
  • la presenza di case sparse nel raggio di 300 metri dall’insediamento, in contrasto con le norme sul Piano regionale dei rifiuti urbani;
  • l’incompatibilità urbanistica dell’area, classificata dal PUG di Galatina vigente come zona D5 “Cave e relativa industria di trasformazione”, che prevede la realizzazione di edifici “strettamente connessi alla lavorazione e trasformazione del prodotto lavorato”, e quindi incompatibili con le attività di compostaggio.
La Ditta interessata ha modificato il progetto da “impianto di compostaggio con produzione di compost di qualità” a “impianto per il trattamento di rifiuti speciali”; si eluderebbe così il vincolo della distanza dell’insediamento da case sparse.. Il titolo e la finalità del progetto restano, quindi, fuorvianti ed ingannevoli: escludendo la parte organica dei rifiuti urbani ed ammettendo solo rifiuti speciali, sarà arduo produrre “compost di qualità”, considerando sia la natura delle materie in ingresso, provenienti dagli scarti dei più disparati settori industriali, sia le percentuali di impurità consentite in ingresso, incompatibili tra l’altro con quelle fissate per l’ “ammendante compostato verde” o l’ “ammendante compostato misto” (D.Lgs 75/2010); mentre emerge la natura sostanzialmente speculativa dell’iniziativa, inizialmente spacciata come meritevole contributo alla carenza di impianti per lo smaltimento dei rifiuti organici di provenienza urbana.

D’altronde lo stesso proponente, prevede di poter smaltire il prodotto in uscita in discariche per rifiuti speciali, per cui la stessa Ditta ha già richiesto un’autorizzazione (sic!!).
Come abbia fatto la Provincia ad assecondare queste ardite evoluzioni progettuali è un mistero che andrà chiarito in ogni sede.

Pertanto si chiede ai Comuni interessati (Galatina, Galatone, Aradeo, Seclì) di fornire un’informazione adeguata alle comunità locali e di mettere in campo iniziative concrete ed efficaci di contrasto.

La Puglia ha bisogno urgentemente di veri impianti di compostaggio aerobico, in cui convogliare la parte organica dei rifiuti urbani, e non di ospitare ulteriori discariche di rifiuti speciali dalla incerta provenienza, con vantaggi per pochi e certi danni per il territorio ed i suoi abitanti.

Forum Ambiente e Salute - forumambientesalute@gmail.com

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sabato 25 febbraio 2017

Libertà e collaborazione - Quanto sarebbe bello se...



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Quanto sarebbe bello se esistesse nei comportamenti di tutti gli italiani quella elasticità che aiuterebbe a superare i blocchi mentali/sociali/politici, costruiti senza accorgercene.

Quanto sarebbe bello per tutti, se all'improvviso decidessimo di trascorrere un week end con gli anziani, con i poveri, con i disabili...


Quanto sarebbe bello se all'improvviso decidessimo di trascorrere un giorno alla settimana in compagnia del fantomatico nemico divenuto tale nel tempo per esserci schierati contro a priori.


Quanto sarebbe bello se i difensori della globalizzazione trascorressero un giorno in fattoria, collaborando con l'imprenditore costretto a sbarcare il lunario, schiavo dei mille intralci burocratici.

Quanto sarebbe bello, vedere chi detesta l'ambientalismo mentre assiste un giorno al mese gli ammalati di cancro o di altra patologia riconducibile alle sostanze dannose.

Quanto sarebbe bello se uscissimo fuori dai nostri schemi religiosi e di ateismo per approfondire altre conoscenze,


Quanto sarebbe bello per l'uomo/donna liberarsi  dalle catene del consumismo, dall'apparire, rimanendo se stessi fino in fondo...


Quanto sarebbe bellissimo se i Renziani / Grillini / fascisti / comunisti / berlusconiani / leghisti abbandonerebbero i loro scranni, per scendere in mezzo alla gente ed andare, nelle case, nei condomini, per le piazze, nei circoli per abbracciare i loro pseudo nemici, chiedendo scusa e promettendo lealtà e sacrificio.


Antonino Andaloro

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venerdì 24 febbraio 2017

Grottammare - "Afrodita" - Recensione


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OFFICINA TEATRALE 2016/17
Di MARTE-Dì

Isabel Allende
AFRODITA

di e con Vincenzo Di Bonaventura

Associazione Culturale Blow Up
Teatro dell’Arancio  -  Grottammare Paese Alto  -  21 febbraio 2017  h21.15

“Serata conversazionale”

      Conversazionale” lo è sempre, una serata con Di Bonaventura: che disegni le stagioni tragiche di un secolo ferito attraversandone poesia e teatro e romanzo, o che trascorra con leggerezza fra pagine di erotismo e appetito frizzanti come un “rondò capriccioso”, sempre la conversazione dell’attore-solista è raccordo e dialogo col suo pubblico, sollecitazione, aneddoto, illuminazione.
       Il Teatro dell’Arancio, piccolo gioiello del paese antico, di lontano buon restauro e di negletta manutenzione e dimenticato utilizzo, vive stasera come per miracolo, avvolgente affettuoso malinconico: potrebbe risplendere tutto l’anno, affidato che fosse alla dedizione e sapienza di questo “testimone”. Accadrebbe, se ci fosse intorno altra realtà: altro paese, altro territorio, altra amministrazione, altra politica, altra visuale.
    Oggi l’attore veste idealmente panni femminili, per questa “Afrodita” nata dalla penna di Isabel Allende e dal suo viaggio dei sensi “là dove i confini tra l’amore e l’appetito sono talmente labili da confondersi completamente”.
       Con la femminilità dell’autrice - e, peculiari della donna, la sensibilità l’ironia il cinismo - si amalgama senza sforzo, ci dice Vincenzo, quella “parte femminile” che è complemento inscindibile della sua personalità di uomo. “A 12 anni sembravo una bambina”, ricorda, tanto da doversi difendere a suon di botte dal bullismo dei compagni; picchiò forte, alla fine, non senza aver prima raccolto intorno a sé la claque dei bulli (“ero già un circense, volevo il pubblico”): salvo piangerne a dirotto dopo, a scazzottata vinta. “Poi a 18 anni mi innamorai di Silvia, la figlia del preside, dalle fattezze amabili”, con decisiva conferma - fra un tripudio di versi leopardiani - della propria identità sessuale.
       Il suo occhio è dunque stasera di attore-testimone ma anche “di madre”, guidato da quella “tenerezza aspra” che attinge alla tradizione dei saggi, ai valori alti della vita e dell’essere.
        
        Dalla scoperta che “ogni mio ricordo è legato ai sensi” - scrive la Allende - nasce quest’esigenza di esplorazione della “memoria sensuale”, contenitore che accoglie ricordi infantili, come l’aroma di violetta magicamente legato alle pastiglie della zia Teresa, “quella che si trasformò in angelo e quando morì aveva germogli di ali sulle spalle”; o l’afrore dei ricci di mare legato al suo primo acerbo affacciarsi alla sensualità. E dove albergano memorie adulte: una disordinata stanza parigina e un uomo, proustianamente emergenti dall’odore di baguette, prosciutto, formaggio francese e vino del Reno; e altri aromi e altri cibi evocanti ciascuno un fantasma desiderato “a infondere una certa luce malandrina alla mia età matura”.
     Non posso separare l’erotismo dal cibo e non vedo nessun buon motivo per farlo, scrive Isabel (e “il vincolo tra cibo e piacere sessuale è la prima cosa che impariamo quando nasciamo”).
       Muove da qui l’avventuroso ironico immaginifico viaggio tra cibo ed eros, fascinosa indagine intorno a sostanze, trucchi, magie esplorati dall’umanità in un’infinità di percorsi dalla notte dei tempi per dare alimento al desiderio amoroso.
     Ricerca degli afrodisiaci nella storia, nelle culture, nell’immaginario che fa di questo libro, con le sue ricette “erotizzanti”, solo in piccola parte un ricettario di piatti e ingredienti erotizzanti (ma nel sambenedettese supermarket - sedicente libreria - l’hanno piazzato alla voce… Cucina!).
      Gli “afrodisiaci”, dunque: tenuti in gran conto nelle società patriarcali e in tutte le fallocrazie, funzionanti per analogia o per immaginazione  –  “l’immaginazione è un demone tenace”  –  talvolta sostenuti da basi scientifiche, sono “il ponte gettato tra gola e lussuria”, così come la relazione tra cibo e sesso è associazione inevitabile in tutte le culture.
       E se a nessuno oggi viene in mente di impastare pinne di pescecane e testicoli di babbuino, zampe di koala e polvere di scarafaggio in un teschio d’impiccato - d’incerta reperibilità e poi “se perdiamo tempo ed energie nell’elaborare afrodisiaci e sostanze orgiastiche difficilmente potremo goderne i frutti” - è pur vero che “viviamo ossessionati da un instancabile appetito di sensazioni […] e nella fretta di divorare tutto abbiamo interrotto il collegamento tra anima e corpo”.
       Questa sera non c’è dunque, come in altri Marte-dì, un romanzo che si fa teatro - un azzardo per chiunque, non per il nostro attore solista - ma un libro di “Racconti, ricette e altri afrodisiaci” che diviene narrazione, curiosità, riflessione e ironia, storia e tradizione, in una mimesi totale dell’attore con l’io narrante: non ci stupirebbe sentirlo parlare con voce femminile.
         E potremmo cominciare a mordicchiarci le orecchie l’un l’altro, se è vero - e lo è - che il più potente afrodisiaco è ilracconto. Lo sapeva Shahrazàd, che con la sua abilità affabulatrice salvò se stessa dal feroce sultano e raggiunse l’immortalità. Lo sapeva Cyrano, “il famoso uomo brutto attaccato a un naso” capace di innamorare una donna con la magia della parola (perché ne godesse un altro) ma, maschilmente ahilui poco accorto, non capì che se avesse mormorato i suoi versi all’orecchio della fanciulla, quel naso sarebbe apparso a lei come un simbolo erotico…
       Se appetito e sesso “sono i grandi motori della storia”, e provocano guerre e informano le religioni, la legge e l’arte, laconclusione del viaggio “dopo aver fatto un paio di giri completi nel mondo degli afrodisiaci” è la conferma che l’afrodisiaco vero, unico, indistruttibile, è l’Amore. E, con esso, tutto ciò che è bello sublime sano.
       Ed è forse perché le donne posseggono più dei maschi il senso del ridicolo, che l’autrice - prima di tuffarsi di testa in eccitanti ricette di Calamari luculliani e Crèpes del sibaritaCharlotte degli amanti e Gallinella romantica, Tentazioni di salmone e via erotizzando - conclude il suo viaggio - e l’attore solista il suo racconto - narrando di Colomba, nome fittizio di una reale, prosperosa fanciulla sua amica, dalle “natiche turbolente e dalle rubiconde braccia da valchiria” (quasi una burrosa Eve di Botero) e della passione suscitata da quella prorompente fisicità nel maturo professore di Storia dell’Arte all’Università.
       Di come questi, tra descrizioni del Bacio di Rodin e delle Bagnanti di Renoir e letture ad alta voce de L’amante di lady Chatterly, riuscisse a condurre l’amata in un picnic nel bosco a base di saporite prelibatezze e ghiottonerie e bevandeafrodisiache, a bordo della Due Cavalli, una macchina di latta “che sembrava un incrocio fra una scatola di biscotti e una sedia a rotelle”  
      Di come nel giro di poco, Colomba si trovasse priva dei suoi veli, immantinente seguita dal professore… ma, incapace di trattenere il riso di fronte ad un “omino magro e peloso con un cetriolo tanto gagliardo”, liberatasi dal goffo abbraccio si mettesse a correre, provocandolo e ridendo come quelle mitologiche creature dei boschi che appaiono sempre accompagnate dai fauni.
     Di come infine, tornati ansanti e nudi al luogo del picnic, scoprissero che vestiti e Deux Chevaux erano stati rubati, e tutto ciò che restava era il cappello di paglia italiana di Colomba vicino al salice piangente…



“… sognai che posizionavo Antonio Banderas
  nudo su una tortilla messicana,
  lo condivo con guacamole e salsa piccante,
  lo arrotolavo e me lo mangiavo con avidità.
  Mi svegliai terrorizzata”
        I.Allende,  Afrodita, 1997


 Sara Di Giuseppe     faxivostri.wordpress.com       letteraturamagazine.org

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giovedì 23 febbraio 2017

Da dove sorgono i pensieri che passano nella nostra mente?


"Non sei il pensatore, i pensieri appaiono e basta” (Jeff Foster)


La nostra vita è legata ad una serie di circostanze di cui non abbiamo il controllo ma, come diceva Nisargadatta, noi siamo parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati. Di conseguenza, essendo coscienza nella coscienza, siamo in grado di riconoscere il flusso energetico nel quale siamo immersi e far sì che il nostro pensiero e la nostra azione siano in sintonia con la qualità dello spazio-tempo vissuto. In questo perenne rimescolamento energetico, noi siamo come navigatori senza meta, o guerrieri – se preferite – liberi di affrontare il contingente senza paure. “Se temi la sofferenza – diceva un samurai – come fai a combattere?”
Dal tutto il tutto si dipana dinnanzi ai nostri occhi.
Nella storia dello zodiaco cinese si racconta che dodici animali si presentano al Buddha morente ed ognuno ottenne di incarnare le caratteristiche psichiche che contraddistinguono i tre aspetti di anno, mese e ora, in base alle propensioni naturali di ogni essere vivente. Essi sono maschili e femminili e manifestano le loro caratteristiche tramite le 5 fasi di mutazione fondamentali: Terra (devozione), Metallo (giustizia), Acqua (saggezza), Legno (etica), Fuoco (costumi).
Il funzionamento è più o meno quello del caleidoscopio. Alcuni elementi colorati e tre specchietti interni. Girando il tubo si ottengono diverse composizioni. Malgrado l’esiguità delle componenti i risultati possono essere infiniti. Questo stesso concetto (traslato ai 5 elementi ed ai tre aspetti psichici incarnati) mostra la variegazione di tonalità di colore e movimento attraverso la quale la coscienza individuale si manifesta (la forma ed il nome). La coscienza di sé, che noi chiamiamo persona, è un coordinatore interno, adattato all’individuazione, il quale si appropria delle funzioni messe in atto.
Lo chiamiamo: io. Questo ‘soggetto’ (o assuntore interno) è l’apparenza identificativa individuale nella quale solitamente ci riconosciamo. Propriamente parlando questo “io” è esso stesso la “conseguenza” delle energie messe in moto dai vari elementi e dai tre archetipi incarnati, quindi è inerte (come un programma), ed è un oggetto nella coscienza.
I tre archetipi psico-emozionali, inscindibili nel loro miscuglio, rappresentano:
Il senso dell’io, ego = anno di nascita;
L’intelletto o intuizione = ora di nascita;
La memoria o esperienza = mese di nascita
Ognuno di noi manifesta una forma esemplare a tre facce (designanti le nostre caratteristiche). Le tendenze innate che si riflettono nello specchio, perennemente cangianti, sono le correnti in cui l’io si muove.
Se vogliamo osservare una cosa piccola bisogna ingrandirla attraverso il microscopio, ma se vogliamo ampliare il campo di azione dobbiamo distaccarci il più possibile dalle cose attorno a noi, in modo da percepire il senso d’insieme. Questa corsa in tondo verso l’auto-conoscenza è un vagare trasognato, un’attenzione senza risposta, solitudine e silenzio, osservazione e contemplazione, fluire limpido nei mutamenti, sorridere nel rincorrere il vuoto.
Ed ora una storiella:
“Alcuni suoi seguaci domandarono al bandito Che:”Anche per i ladri esiste una strada (Tao)?” – “Eh, certo che sì.. – rispose Che- Santità è intuire dove giace un tesoro nascosto, Eroismo è entrare per primo nella casa, Giustizia è uscirne per ultimo, Saggezza è distinguere il colpo che si può tentare, Umanità significa essere equanimi nel dividere il bottino. Al mondo non è mai esistito un gran ladro che non abbia manifestato queste qualità”. (Chuang Tze)
Attraverso le capacità riflettenti dell’organo interno (antakharana) siamo in grado di manifestare energie psicofisiche in rispondenza a quelle percepite fuori di noi. Questa rispondenza è automatica ed inevitabile, è una legge naturale. Pensare di sfuggirne il corso è assurdo come pensare di cambiare il film mentre la pellicola viene proiettata. Ma l’atteggiamento interno è importante! Infatti l’accettazione del proprio destino scioglie l ‘attaccamento all’utile ed all’inutile che ci spinge nel ciclo delle rinascite.
Nell’ignoranza ci identifichiamo con i personaggi e ci consideriamo autori e responsabili del gioco vissuto, con guadagno e perdita, la verità è che il nostro io, la coscienza individuale, la persona da noi incarnata, è solo un’immagine. Il risultato di un automatismo distratto e di una identificazione illusoria. Questo dobbiamo comprendere bene se non vogliamo che la mente ci imbrogli. Non cadiamo nel delirio dell’io separato, anche se la coscienza che lo anima è vera sin d’ora e siamo già dotati del capitale iniziale per quella “conoscenza di sé” è assurdo e ridicolo pensare di “ottenerla” – strettamente parlando non è possibile. Essa è già integralmente manifesta qui ed ora e quindi non perseguibile come ottenimento altro. Se ci sentiamo attratti da questa “conoscenza” occorre dire che non c’è corso o spiegazione o esperimento che possa trasmetterla, può essere solo riconosciuta (risvegliata) per “simpatia” nel momento della maturazione. Siccome non è un “conseguimento” continuiamo ad “andare avanti a fiuto”.
“Semplici attori, finché separati, poi, superata la dualità, non ha più nessuna importanza… Il fiore non ha più nome né forma è solo un fiore unico ed irripetibile nel giardino della Coscienza”.
Paolo D’Arpini

martedì 21 febbraio 2017

Psicostoria della transumanza in musica


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La psico storia è un tema che mi affascina molto, solo che ci vorrebbe un piccolo gruppo di lavoro per fare luce, ne parliamo più in là, intanto ora ti mando questo racconto di psico-transumanza, tratto dai miei quaderni, una tra le stagioni  più belle della mia vita e riassume in modo esemplare i luoghi che ho frequentato e tutto quel che ho fatto in questi anni e in un certo senso anche il mio pensiero...

Viaggio musicale in italia meridionale

ho trascorso la primavera impastando terra e paglia nelle suole materne
elementari e medie per realizzare mattoncini colorati e piccole sculture
assieme ai bambini e ragazzi, con disegni e racconti dei laboratori di
educazione ambientale. a maggio a francavilla al mare ho condotto i laboratori
di orto-arte e costruzione di un capanno d artista con terra paglia e canne e
salici. a giugno ho partecipato al festival sbarco gas, sulla economia
solidale, a l aquila, con un laboratorio di costruzione di un forno in terra
cruda, contemporaneamente si svolgevano un corso di panificazione naturale e
uno di caseificazione. all accensione del forno e’ stata cotta la prima
pagnotta, assaggiata poi con il formaggio fresco appena fatto. per tre giorni
teatro incontri e seminari. ogni sera tanti gruppi di musica tradizionale
abruzzese sul palco del parco del sole. a fine giugno un workshop, a
casalincontrada, costruzione di una struttura con la tecnica peruviana della
chingia , a base di legno canne e terra, con giovani partecipanti al master
housing, organizzato dalla facoltà di architettura di roma 3. a luglio un
viaggio in calabria, a diamante, presso l ecovillaggio arcipelago sagarote, per
alcuni laboratori, nel progetto jabes. i bambini divisi a piccoli gruppi hanno
seguito pratiche di onododattica, approccio con gli asini, costruzione di
burattini con materiali riciclati e animazione degli stessi presso la casetta
di terra adibita a teatrino, costruita l anno prima. a fine luglio, come
avviene da anni ho iniziato a sentire euforia per l imminente carpino folk
festival che si svolge sul gargano ai primi di agosto. carpino e’ un luogo
magico! il paese e’ situato su una altura da dove si vede il lago di varano e
poi il mare. il lago salmastro assorbe aria fresca dal mare che spinge, la
sera, per le vie del bianco paese garganico. al tramonto il lastricato del
corso e della piazza principale si illuminano della luce rossastra sparata dal
sole al tramonto. l agricoltura del luogo offre grandi prodotti come le
buonissime orecchiette con sugo di pomodori freschi, ruchetta selvatica,
cacioricotta, il formaggio podolico, le fave tipiche con cipolla fresca e
origano. olio buonissimo e i vini rossi della vicina san severo e il nero di
troia. poi la risorsa fondamentale, le splendide sonorità delle tarantelle del
gargano eseguite con le chitarre battenti, la carpinese modello cozzola e la
borracino di cerignola. e ancora le voci dei cantori di carpino che eseguono i
modi dei sunetti , tipiche suonate, alla mundanara, alla ruriana e alla
viestesana , altre tarantelle dei paesi limitrofi sono la sangiuannara la
cagnanese la sammarchese . occorrono anni di studio e ascolto per riconoscere
bene stili e modi dei suonatori del gargano. la trasmissione dei saperi,
durante il festival, avviene sia per via orizzontale che verticale. dagli
anziani ai giovani (verticale) per trasmissione e da giovane a giovane
(orizzontale) per emulazione. nella piazza si forma una colorata comunità che
di giorno apprende, giocando a carte nei bar bevendo birra con i paesani, e la
notte nei vicoli tra suoni canti e balli. amo carpino per la luce, i cibi
buoni, la musica ipnotica e catartica della chitarra battente e il paesaggio
fantastico: architetture di pietre bianche di calce inserite tra uliveti e
macchia mediterranea. in questa edizione si svolgono concerti sui treni della
ferrovia del gargano. una insolita comitiva allegra e colorata sale sul treno,
da carpino fino a rodi, andata e ritorno al suono delle tarantelle e i dialetti
del gruppo dei cala la la sera. il treno scorre in una dimensione
fantasmagorica, con i suoni catartici, chitarre borracino e suonate alla
sangiuannara. le ferrovie offrono tarallucci e vino. alla fine del festival
parto da carpino e approdo assieme a un gruppo di ragazzi a torre mileto, all
ecovillaggio giardino della gioia, tra yurte ulivi secolari mucche podoliche.
il promontorio di torre mileto divide il lago di varano dal lago di lesina. a
portata sguardo, si toccano quasi con mano, la davanti, le isole tremiti,
staccatesi milioni di anni fa dalla terra ferma. sulla spiaggia di varano, la
striscia dunale divide il lago dal mare, zaffate del profumo fortissimo dei
pini dei mirti e dei gigli di mare fioriti. il tramonto luminescente sul mare
argentato, tra i più belli in assoluto. l arco del sole e’ parallelo alla costa
quindi il sole albeggia sul mare e tramonta sul mare. i corpi e le cose si
accendono in modo iperrealistico come se avessero una luce interiore. l arrivo
a serra capriola e’ spiazzante, una lunga e strada larga, tra due scenografiche
quinte architettoniche; la percorro tra gruppi di persone che parlano una lingua
a me sconosciuta. in paese raccontano che un signorotto, all inizio del secolo
scorso si e’ divertito a costruire questa insolita architettura di strade e
palazzetti ispirandosi ai boulevard parigini, la lingua sconosciuta e’ quella
delle comunità bulgare ospitate per i lavori agricoli della mietitura. il
castello federiciano poi aragonese, verso sud il borgo antico, con abitazioni
sghembe che si restringono leggermente verso l’alto, danno una sensazione di un
che di fiabesco; ancora voci bulgare! la sera i concerti nella piazza con i
cantori di carpino e il canzoniere grecanico salentino. il vento fresco della
burrasca pomeridiana estiva sferza i visi assolati dalla calura dei giorni
precedenti. l affascinante paesaggio ondulato delle larghe e morbide colline
desolate mi segue tra le luccicanti stoppie del grano raccolto da poco. arrivo
sull appennino dauno ad accadia. i nomi dei paesi seducono piacevolmente il mio
pensiero, deliceto, sant agata, orsara, bovino, panni. accadia e’ nome che
probabilmente deriva da un antica divinità italica dauna: acca. il paese e’
stato colpito da un terremoto il 23 luglio del 1935. il borgo vecchio tutto
diroccato e il paese nuovo ricostruito sull asse principale della strada di
arrivo, tutto in stile novecentesco. la cosa più buona e’ il pane, fatto in
tanti modi diverso nell antico forno, le pizze alte e spesse condite con
melanzane pomodori cipolle patate peperoni, rimango nel forno a lungo per
meglio gustare l’odore e i colori dei fantastici cibi appena sfornati. ad
accadia si svolge in questi giorni, un festival di danze popolari. nella scuola
locale durante il giorno si svolgono stages con diverse danze dal mondo e si
svolgono contemporaneamente quindi si possono seguire diversi percorsi, mazurca
clandestina, capoeira, tammurriata, tarantella montemaranese, calabrese, del
gargano e pizzica della bassa murgia. ci sono concerti che durano fino a tarda
notte, per poi proseguire nei vicoli, fino all alba. quindi si può ballare e
suonare per chi ce la fa, giorno e notte. percorro la desolata pianura dauna,
enorme granaio durante il regime fascista, oggi cosparsa di capannoni
industriali tralicci svincoli stradali e autostrade. l arrivo nella periferia
urbana foggiana e’ sconvolgente, come se un umanità in fuga avesse avuto fretta
di disfarsi urgentemente di tutto cio che aveva a bordo di una ipotetica
navicella, per alleggerire il suo peso, sottoposta ad un imprevisto pericolo,
buttando tutto alla rinfusa dai finestrini. scendo per la val d agri tra
concrezioni di arenaria e laghi azzurrissimi tra le argille grigie e
giallastre. sono ad alessandria del carretto sul pollino al festival di
radicazioni. festival delle culture resistenti dove e’ ancora viva la
tradizione dei suonatori di organetto e soprattutto zampogna, surdulina e
totarella. mi fermo nel bosco giardino botanico. il giorno dopo l arrivo
conosco già quasi tutti nell insolita pachancka visiva e musicale. alcuni
ragazzi suonano strumenti etnici provenienti da diversi luoghi del
mediterraneo, altri suonano strumenti tradizionali, ce’ chi disegna, chi fa
braccialetti, altri ancora piercing e tatuaggi, molti raccontano, artisti di
strada preparano i loro numeri serali con giocoleria ed esercizi vari, allo
stesso tempo si cucina su fuochi improvvisati. la sera i concerti nella piazza,
nella notte ultimo concerto del gruppo locale dei totarella iniziato alle
quattro del mattino. il giorno dopo alle dieci ce’ ancora gente che suona per
le vie del paese. percorro il sentiero del giardino botanico che sale a spirale
attorno alla montagna fino alla cima dove si trova un capanno. sembra di
percorrere una ideale spirale visiva e sonora con tutti i suoni che salgono dal
basso sempre diversi tra il gioco delle luci nel fitto del bosco. mi butto nella
folle vertiginosa discesa fino al mare, in 30 km si passa dagli oltre mille
metri fino al livello del mare. dopo un bagno caldo sulle rive dello ionio
arrivo nella citta di taranto, bella e perduta. l odore acre di petrolio nell
aria e la polvere delle fonderie colora di rosso l atmosfera. percorro i due
mari della citta e sono già nella penisola salentina, centinaia di incroci
rotatorie piccoli borghi contrade e paesi; strade dritte lunghe e strette.
eccomi a cutrofiano per la notte della taranta, il paese di uccio aloisi ,
recentemente scomparso, quest anno il festival e’ dedicato proprio a lui. nella
piazza dopo i fuochi d artificio iniziano i concerti. ero stato nel 2004 alla
notte della taranta e ne avevo un ricordo poetico, idea quasi artigianale,
piccoli concerti pochi banchetti e qualche migliaio di persone. oggi mi sembra
tutto più industriale, l’arrivo e’ sconvolgente, chilometri di bancarelle ai
lati delle strade, da dove amplificatori di tutti i generi suonano tutti la
stessa pizzica a tutto volume. odore di salsicce e marrocche arrostite. libri
dischi tamburelli braccialetti borse vestiti. arrivo sotto al palco e sono già
stanco! almeno 20.000 persone. dopo il concerto caos sonoro e visivo unico tra
danze del fuoco tamburi africani giocoleria e ronde di pizzica. la mattina dopo
sono a otranto. cero stato agli inizi degli anni 80, da desolato paese di
pescatori si e’ trasformato in paese turistico pieno di locali negozi
caratteristici e turisti dappertutto, sembra di stare in costa azzurra.
finalmente la cattedrale. voglio rivedere il mosaico l albero della vita dell
anno mille. la cattedrale ora e’ chiusa, riapre alle tre, allora mi immergo e
nuoto nella luminosa solare sghemba e triangolare piazza. percorro scalzo il
pavimento per provare al tatto la sensazione delle piccole taessere che
compongono il grande mosaico. la sera concerto a martignano con mercant dede,
musicista turco e officina zoe, salentini: pizzica mistica. la piazza larga non
offre particolari spunti estetici. la solita bolgia. il giorno dopo vado a
melpignano, i tecnici stanno montando l enorme palco per il concertone finale
della notte della taranta, provano lamplificazione, sembra di essere a un
concerto di musica contemporanea fischi e ronzii assordanti. visito la stupenda
piazza di san giorgio, una delle più belle di tutto il meridione, tra
architetture aragonesi quinte barocche. mentre mi reco a carpignano salentino
per il concerto serale mi fermo nel calmo paese di soleto, vicino nardo’ a
sentire un seminario di antropologia del turismo: l esperienza della notte
della taranta, cultura tradizione e sviluppo. tra i relatori maurizio
agamennone, etnomusicologo, tra gli ideatori alla fine degli anni 90, della
manifestazione. qualche anno fa ho seguito un suo seminario di etnomusicologia
a estadanza. avrei voluto vedere gli affreschi nella chiesa di santo stefano ma
e’ chiusa per restauro. paese centro di origine messapica conosciuto per la
pietra detta appunto di soleto. carpigano paese del vino, a settembre infatti
vi si svolge la festa de lu mieru (vino) il borgo antico e’ fantastico con la
pietra morbida scavata e scolpita nelle mille forme del barocco salentino.
nella grande e luminescente piazza miliaia di persone ondeggiano felici
inebriate dall ottimo vino locale. nel dopo concerto il solito caos sonoro.
questa notte il groove dei tamburi africani e’ ancora più dominante con
colorati ragazzi che ballano liberi all interno di ronde tra mangiatori di
fuoco e arene di sabbia nera. purtroppo non parteciperò al concertone finale
del festival a melpignano. sto già risalendo la penisola, mi fermo a cisternino
a salutare amici e a sentire alcuni incontri al festival dei sensi: paesaggi
asini cocomeri e sinapsi. sono gli ultimi giorni di agosto arrivo a
casalincontrada per il workshop sugli intonaci in terra cruda e sulle finiture
naturali organizzato con il gruppo di architetti di ak0. a settembre la festa
della terra organizzata dal cedterra, con il laboratorio sulle tecniche di
costruzione in terra cruda alla casa di teresa. trascorro il mese tra
convivialita seminari convegni, durante il giorno e piccoli concerti serali. a
fine settembre sono di nuovo a cisternino per partecipare alla costruzione con
canne, metodo cory-wright, di una cupola geodetica. (Lan) il gruppo formato e’
simpaticissimo, nella rotondità del trullo dove siamo sistemati, la luce e i
suoni sono soffusi. la cucina piccolissima nella penombra, il lastricato in
pietra e la freschezza della stanza comune. quattro cavalli ci fanno compagnia
nella masseria e una notte siamo andati a recuperarli per le campagne della
valle d itria. quando li abbiamo trovati i musi incuriositi dei cavalli ci
hanno attorniato e illuminati dalle piccole luci dei cellulari ci sono apparse
come creature magiche e fiabesche. abbiamo continuato la nostra passeggiata
notturna al buio tra i continui muri a secco e strade terrose, numerosi rospi
in attesa di baci per essere trasformati in principi ma nessuna delle ragazze
del gruppo voleva avere a che fare con un principe. il giorno dopo sono andato
a cavallo di zaira nel reticolo di muretti ho raccolto erbe spontanee
finocchietto mentuccia elicriso noci fichi mele fichi d india. immerso nel
mondo magico della valle ho perso la mente dietro la vita quotidiana dei
contadini di un tempo, presi a coltivare uve grani e legumi a dorso di asini e
muli, tra miliaia di trulli. anzi metto a posto un trulletto un tempo cantina,
ambiente unico con numerose nicchie, un piccolo camino quadrato e spazi che
amplificano la percezione della profondità dello spazio. l ultimo giorno ho
acceso tante piccole candele nel trulletto e all esterno della piccola aja
semicircolare lastricata di larghe pietre. dalla finestrella sul fondo si vede
la cupola geodetica di canne illuminata dalle lucette, vi si sta svolgendo la
festa di inaugurazione. un pomeriggio in cavalli sono entrati nel trulletto,
attirati dalle sciuscelle, carrube, il rumore fragoroso degli zoccoli sulla
pietra, il respiro caldo, l’ambiente si e’ subito surriscaldato ed e’ stata un
impresa riuscire a farli uscire. realizzo alcune sculture con la terra rossa
del luogo paglia e sabbia, in particolare un grande sole ad otto raggi. nella
vicina masseria ce’ un borghetto di trulli dove una associazione di sole donne
fa ospitalità e organizza incontri di yoga, yoga della risata, capanne
sudatorie con una sciamana equadoregna. nel vicino ashram si svolgono
quotidianamente devozioni e rituali dedicati a divinità indiane. profumi di
incenso petali di fiori e suoni mistici nell aria. sto di nuovo percorrendo la
statale ionica verso la calabria, a diamante per l incontro autunnale della
rete italiana villaggi ecologici. il primo giorno un bellissimo cerchio per
conoscerci, sulla spiaggia autunnale, concluso con un bagno nelle profumate
acque diamantine. i giorni successivi cerchi e altri incontri di
consapevolezza, intervallati da splendide feste a base di cibi vegetariani
tarantelle calabresi e melodie napoletane. una umanità varia colorata e
simpatica. alla fine dell incontro mi ritrovo nel vicino paese di tortora con
alcuni amici musicisti a suonare allo zaffarana festival, dedicato al peperone
dolce secco cucinato in mille modi, vino locale in abbondanza ed entusiasmanti
tarantelle dell alto tirreno cosentino. risalendo il meridione, nel molise, sul
tratturo magno ci fermiamo a sepino ad ammirare antiche vestigia sannitiche e l
anfiteatro circondato da abitazioni medievali. sul piano delle cinque mila, in
abruzzo, e’ già caduta la prima neve. il mio viaggio si conclude a sulmona
nella vecchia scuola restaurata di mastroiacovo, dove con il gruppo di
zeroteatro si svolge un incontro sulla arte transitiva, una forma di arte che
mette in relazione le persone tra di loro a prescindere dall opera d arte, fine
a se stessa. performance finale nella notte, aspettando la luna piena spuntare
dietro la maiella.

psicotransumanza verticale
una transumanza discontinua e frammentata che dura quasi tutto l anno solare,
transumanza spaziale verso luoghi che in qualche modo attirano la mia curiosità
e attenzione interesse e creativita e si svolge soprattutto nel meridione, in
treno in macchina in autobus a piedi. il viaggio e’ sempre lento, lungo il
cammino paesi borghi spiagge dune boschi e altro che ce’ da scoprire e
visitare. una transumanza lenta, anche psichica: vagabondaggio della mente tra
odori sapori colori luci profumi aromi sensazioni emozioni che sfocia e
sconfina nella coscienza e nella conoscenza. una transumanza verticale come
eclettismo e diversità di temi e argomenti di avvenimenti e situazioni vissute:
nomadismo culturale con neo rurali, scambio di semi, spiritualità, esoterismo,
bioenergetica, feste tradizionali, condivisione dei saperi, didattica e
laboratori, incontri di consapevolezza e mutuo aiuto, musica etnica, arte,
mostre, seminari convegni come riferimento il ciclo dell anno rurale, inizia il
16 gennaio con sant antonio e finisce il 10 novembre con san martino, capotempo
dei contadini, una specie di letargo invernale fino ai rituali del fuoco di
meta gennaio. il vagabondaggio della psiche e il nomadismo culturale lo
spostamento fisico e spaziale temporale e sensoriale giungono al termine alla
fine dell anno solare. nella maggior parte degli eventi raccolgo locandine foto
video disegni scritte manifesti cataloghi gadget magliette borse di stoffa
dischi santini strumenti musicali cesti libri bottiglie vestiti collanine
braccialetti ceramiche oggetti dartigianato manufatti in terra cruda e semi
tanti coloratissimi semi.

vado oltre...!
più viaggio più so leggere la realtà
ascendo una nuova dimensione dell essere
la somma delle parti non da la mia unita

la musica che ascolto durante questa transumanza ideale e’ sicuramente quella
del poeta cantastorie matteo salvatore, la luna aggira il mondo e voi dormite.
dopo una vita poverissima analfabeta ad apirena si trasferisce in una
baraccopoli nella periferia di roma. si fa conoscere suonando la chitarra nelle
trattorie di campo dei fiori. banditore al suo paese, si esibiva sempre suonando
il corno che usava per richiamare l attenzione nelle piazze. riporto il testo di
uno dei suoi bandi più famosi musicato con arrangiamento ispirato a manu chao.
il testo lo trovo attinente alla psico transumanza verticale anche se riguarda
più il linguaggio e la comunicazione psicoverticale:

il bando del podesta
popolo de lu paiese, sentite, sentite, sen-ti-te!
per ordine di sua eccellenza lu podestà
e’ proibito a uomini e uagliuni
a ji’ piscia’ e ji mbuzzuni’ m’baccia li muri
che’ hanno fatto lu ricorso a lu delejeto
e lu delejeto l ha ditt’ a lu vice podesta
lu vice podesta l ha ditt’ all assessore delle uardie
l assessore delle guardie l ha ditt a lu chepo uardia
lu chepouardia l ha ditt all appunteto
l appunteto l ha ditt a lu chepo scupatore
lu chepo scupatore l ha ditt a lu scupatore
e lu scupator l ha ditt a me
e jio mo ve lu dice a vuje
se no passa la gentarmeria
ve taja la chepa e ve fa muri’

estetica del pastore
in questi anni di viaggio ho sempre portato con me solo il minimo indispensabile
come una moderna transumanza, adottando quella che chiamo estetica del pastore,
cioè raccogliendo e riadattando nel percorso di conoscenza cio che ritengo
possa essermi utile, per creare modelli originali vicini ai miei gusti estetici
modi di vita e forme culturali cioè assumere modelli di ampia circolazione
piegandoli a particolari usi pratici. spesso non porto neanche la macchina
fotografica usando a volte delle usa e getta trovate direttamente nei luoghi,
penso che le notizie e le culture possano viaggiare veloci a bassa tecnologia
cercando di evitare complessità tecnicismo e artificiosità. un lavoro da
considerare come un viaggio raccontato da voci di memorie ascoltate lungo il
cammino persone che hanno aperto il loro bagaglio esistenziale per curiosare in
un patrimonio orale e pratico fatto di canti balli e strumenti delle terre del
meridione, un tempo regno di napoli, laboratorio esistenziale con le persone
incontrate durante il viaggio inteso come moderna transumanza.

etnonomadi

come già detto i concerti sono appuntamenti, luoghi d incontro per la tribù
degli etnonomadi. spesso la vera festa inizia dopo i concerti con lunghe
session che durano tutta la notte ai quali spesso partecipano i musicisti
stessi scesi dal palco dopo che si sono spente le luci. la tribù degli
etnonomadi si sposta continuamente da una festa all altra da un paese all altro
ed e’ composta da tutti quelli che hanno banchetti di piccolo artigianato,
musicisti e appassionati dei lunghi spettacoli notturni. in questi anni si sono
diffusi tantissimi corsi in genere paralleli ai festival: balli canti e
strumenti. a volte la tribù e’ ospitata all interno di scuole, chiuse per le
vacanze estive. si dorme tra banchi e cartine geografiche su letti e materassi
messi a disposizione dalle amministrazioni comunali in una insolita e
interessante comunanza di sessi e di eta. si arriva in un luogo e si e’
immediatamente inseriti in un gruppo di appartenenza che diventa sorta di
laboratorio esistenziale in cui durante la convivenza ognuno ha urgenza di
raccontare la propria storia e la propria esperienza di vita. durante il giorno
in una colorata e diffusa atmosfera sonora si crea una specie di patchanka
musicale all interno delle scuole con artisti di strada performer teatrali
musicisti danzatori in un insieme di voci e movimenti che danno vita a un
grande spettacolo in continua evoluzione. lo spettacolo della tribù degli
etnonomadi

quando il cielo diventa arte

perimetro di un labirinto fantastico
verde bottiglia l orizzonte visivo
il cielo colore del cobalto
pietre bianche di calce


Ferdinando Renzetti, nella foto suona il tamburello


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