Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

venerdì 20 aprile 2018

In memoria di Don Tonino Bello di Alex Langer


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Il 20 aprile 2018 Papa Francesco rende omaggio a don Tonino Bello. Un gesto umile, dal grande significato. Ho conosciuto don Tonino grazie ad un'altra bella persona, Alex Langer. 

In quest'occasione mi piace riproporre qui uno degli scritti più belli di Alex, "A proposito di Giona". E' una relazione dell'aprile 1991, che poi Alex completa e dedica alla memoria di don Tonino nel maggio del 1995.

Francesco, Tonino, Alex, sono profeti, come Giona, che hanno avuto una missione difficile: il loro messaggio è impopolare, ma decisivo per tutti noi. Chiediamo loro perdono per i pesi che hanno dovuto portare. Ringraziamo chi ce li ha mandati." - (Mao Valpiana) 

A PROPOSITO DI GIONA
E' un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull'impegno pubblico, specie politico. Troppa è la corruzione, la falsità, il trionfo dell'apparenza e della volgarità. Troppo accreditati i finti rinnovamenti, moralismi abusivi, demagogia e semplicismo. Troppo evidente la carica di eversione e deviazione che caratterizza mansioni che dovevano essere di estrema responsabilità. Troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia.
Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare - semmai - altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?
O dobbiamo forse riandare alla storia di Giona, precettato per recarsi a Ninive, a raccontare agli abitanti di quella città una novella pesante e sgradevole, tanto da indurlo alla diserzione, imbarcandosi sulla prima nave che andava in direzione lontana e contraria, pur di non portare il messaggio?
Sappiamo com'è andata a finire: la tempesta, il rischio di naufragio, Giona scoperto, identificato come causa dell'ira degli elementi e gettato dalla nave, inghiottito dal pesce enorme e riportato esattamente là dove aveva abbandonato e doveva quindi proseguire il suo compito. (I dettagli e la fine della storia conviene leggerli nell'originale.)
1. Giona è un "profeta contro-voglia", che deve essere assai faticosamente convinto a portare a destinazione il messaggio che gli è stato affidato.
Fatica ad accettare il suo mandato chi ha capito cose importanti e necessarie anche agli altri e sa che sarà assai impopolare diffondere un messaggio che non promette vantaggi e prebende, ma chiede cambiamenti profondi e va contro corrente.
Quanta distanza dai tanti profeti auto-investiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna "nomination", ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore: la persona del "profeta", gli interessi del "profeta", l'acquiescenza a gusti facili ed alla demagogia, rendono spesso difficile percepire i messaggi importanti e veri.
Si ha una acuta sensazione di non-verità di fronte ai messaggi gridati dai mass-media, dalla competizione politica, dalla pubblicità, dalla convegnistica, dallo stesso sdegno di chi proclama ad alta voce la propria opposizione ed alternatività. E non si riesce a dar credito a ricostruzioni, teoremi, ideologie che tutto spiegano, tutto inquadrano, tutto giustificano, in tutto fanno tornare i conti. C'è sete di messaggi semplici e veri: verificati, cioè, dall'esperienza vissuta, non gonfiati o aggiustati per colpire meglio l'attenzione o la curiosità.
2. Quando il profeta finalmente la raggiunge e l'avvisa, la città di Ninive prende le sue misure per obbedire all'avvertimento profetico. Eccelle, tra i provvedimenti adottati per risanare e purificare la città, il digiuno. "Ognuno si converta dalla sua malvagia condotta e dall'iniquità che è nelle sue mani". Gli animali, fratelli degli uomini, prendono parte al digiuno. Viene emanato il "decreto del re": mostra che non basta la conversione individuale, occorre anche cambiare qualcosa nelle regole della città, per cambiare strada.
Quante Chernobyl, quanti incendi nel Golfo, quante guerre, quanti attentati, quanta deforestazione, quanti studi e previsioni catastrofiche ci occorreranno per prendere le nostre misure e digiunare?
Nel digiuno si può ottimamente sintetizzare il cuore del messaggio anche della "conversione ecologica": la corsa sfrenata al profitto, all'espansione, alla crescita economica, alla dissipazione energetica ed alimentare, alla super-motorizzazione, alla montagna ormai ingestibile dei rifiuti... un digiuno, una scelta di autolimitazione, del "vivere meglio con meno", è oggi necessario ed urgente. Anche a costo di apparire impopolari.
3. Giona, il profeta "catastrofista", sembra quasi deluso che poi la catastrofe non si avvera, e se la prende con Dio. Quasi sembra dire che "era inutile obbligarmi alla missione profetica, tanto lo sapevo che non sarebbe venuta così grossa..."
Oggi, soprattutto in campo ambientale, è tutta una profezia di sventura (dal "Worldwatch Institute" al WWF..; dall'ozono all'"effetto serra"..); c'è a volte il rischio di essere catastrofisti e di terrorizzare la gente, la qual cosa non sempre aiuta a cambiare strada, ma può indurre a rassegnarcisi. Piuttosto bisogna indicare strade di conversione, se si vogliono evitare ragionamenti come "dopo di noi il diluvio", "tanto è tutto inutile e la corsa è disperatamente persa..", "se io non inquino, ce ne sono mille altri che invece lo fanno.."
La "conversione ecologica" è cosa molto concreta . Esempi possibili si trovano in tutti i campi, dall'uso di detersivi meno inquinanti alla rinuncia frequente all'automobile, dalla sistematica separazione dei rifiuti per ricuperarne il massimo e non appesantire la terra con residui "indigesti" alla riduzione dei nostri consumi energetici. Occorrono comportamenti personali, ma anche "decreti del re".
Nelle nostre città anche un'altra conversione sembrerebbe importante: la "conversione alla convivenza". Ai vecchi abitanti di Ninive se ne sono aggiunti tanti nuovi, la città è ancora troppo divisa e contrapposta, mancano spazi comuni, occasioni comuni di incontro e di azione tra persone di diversa provenienza.
4. Il profeta finalmente si ritira nei pressi della città per contemplare gli effetti della sua missione. Una pianta di ricino gli spunta sopra la testa per dargli ombra - e così com'è spuntata, si secca e scompare. Qualcosa di completamente gratuito ed immeritato, come al profeta (che se ne lamenta) sembra immeritata la sua scomparsa.
Abbiamo bisogno di occasioni ed opportunità gratuite nella nostra vita, nella vita delle città e delle campagne. Può bastare anche poco: spazi per sedersi senza dover consumare, accesso alla natura, al mare, al verde, senza dover pagare un biglietto, una fontana pubblica con l'acqua buona alla portata di tutti, biciclette del Comune che si possono prendere in prestito e restituire, un mercatino di scambio dell'usato.... In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi puo comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del "gratuito", di ciò che si puó usare ma non comperare: perché non mettere a disposizione occasioni gratuite - modeste, magari - per dormire, mangiare, rifornirsi di vestiti usati...?
Non so come don Tonino abbia deciso di fare il prete e il vescovo. Non so se abbia mai sentito forti esitazioni, l'impulso di dimettersi, una sensazione di inutilità del suo mandato. Probabilmente non aveva mai bisogno della tempesta e della balena per essere richiamato alla sua missione. Forse sentiva intorno a sé una verità e una semplicità con radici profonde, antiche e popolari. Beati i profeti che non devono passare per la pancia della balena.
Alex Langer
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Articolo di   cronaca collegatoMigliaia di persone ad Alessano accolgono Papa Francesco che rende omaggio a don Tonino Bello Il Pontefice è in Puglia per rendere omaggio a don Tonino Bello, il "vescovo scomodo" morto 25 anni. Dopo aver pregato e deposto un mazzo di fiori sulla tomba, Bergoglio ha parlato davanti a 20 mila persone - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Migliaia-di-persone-ad-Alessano-accolgono-Papa-Francesco-che-rende-omaggio-a-don-Tonino-Bello-d80e4802-e496-422c-8e33-337868156091.html

mercoledì 18 aprile 2018

Lorenzo Muratore, poeta


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Lorenzo Muratore nasce a Ventimiglia (Imperia ) nel 1941 e scrisse il suo primo volumetto "L'Altare della Parola" nel 1956, cioè a soli 15 anni, insieme al suo compagno di liceo Lucio Martelli (1940/ 2006) . Tra i due vi erano allora estreme divergenze politiche e ideologiche ma ciò non impedì una solida amicizia durata mezzo secolo -

Lorenzo si iscrisse giovanissimo alla F.G.C.I. prima e al P.C.I. poi - Oltre alla poesia suoi vivi interessi sono l' etnologia, la filologia, l' arte ( è fratello dell' artista RITA ELVIRA MURATORE ), la linguistica. Ha viaggiato a lungo per l'Europa facendo della Spagna uno dei suoi paese preferiti (e non solo per ragioni politiche).


Mediterraneista (nel senso migliore del termine) per vocazione, Lorenzo (ma anche Rita Elvira) ha subito l'influenza culturale e artistica di Guido Hess "SEBORGA" (1909/ 1990) -

Conterraneo di FRANCESCO BIAMONTI, ELIO LANTERI, MARINO MAGLIANI e altri ha scritto nell' antologia " La Mela di Newton", 1998, in OVER AGE, " Apocalittici e Disapprovati (Transeuropa, 2009), dove è uscito il racconto "Madagascar", con la    p l a q u e t t e   "Pitture Nere e altre immagini" , "Studio sui romanzi di Marino Magliani" (Eumeswil Arti Grafiche, 2010) illustrata dalla già ricordata sorella RITA ELVIRA MURATORE - Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo "Fanciulli di sabbia" ( Ediz. Le Golette), il cui   i n c i p i t  è stato in parte anticipato sul terzo numero della rivista "Atti Impuri" .

Gianni Donaudi


I versi che ora pubblichiamo sono tratti, appunto, dall' "Altare della Parola" ( 1956 ) :

NOI

Magia,
Frenesia
Sotto gli alberi
tra i ruderi
Noi! E tra le foglie noi


ELLENICA

Dolce è la fin di 
Primavera
e l' inno
che la campagna in fior
sussurra al vento


STORIA

Il fiume della Storia/ è come il fiume Roja :
un' immondizia grande, / ma quando è notte
e la luna persiana splende/ scintilla come un'
immobile perfezione.

lunedì 16 aprile 2018

Contro la guerra, una proposta di Enrico Peyretti


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Premesse per una proposta 

- La guerra tortura i popoli e distrugge le case, cioè la vita, chiude i 
bambini nell'inferno fin dalla nascita, condanna 70 milioni di profughi a non 
avere dove posare il capo per riposare, e dove lavorare per vivere da 
cittadini. 

- Siria, Yemen, Sudan, Congo, eccetera, continuate voi la litania dolorosa 
della morte inflitta con le armi, con l'economia di rapina e con la 
diseguaglianza violenta. 

- Tutti quanti hanno sentimenti di umanità sono offesi e disperati. Siamo 
offesi e disperati. Non vediamo soluzioni, ma accanitamente vogliamo soluzioni 
dei conflitti senza morte, con la parola disarmata del dialogo, con la ragione 
umana intelligente della vita - che ci distingue dalle bombe "intelligenti" -, 
col coraggio che la dignità esige. 

- Offesi e disperati, ma non rassegnati, e dunque inventivi. Dobbiamo 
inventare soluzioni pacifiche, altrimenti non siamo degni di vivere. Invece di 
suicidarci, proponiamo e ci offriamo. 

- Il potere  e il dovere di vivere tutti, senza uccidere e distruggere, 
appartiene ai popoli, prima che ai capi politici. Un capo è legittimo se serve 
la vita dei popoli, tutti i popoli, e non solo del suo. Se fa politica di 
potenza, è delinquente internazionale, nemico di tutti. Non vogliamo la sua 
morte, ma il suo ritorno alla saggezza, oppure alla vita privata, destituito 
di potere sugli altri. 

Proposta 

- Vorremmo essere capaci di correre dove famiglie e bambini sono bombardati, 
le loro case distrutte. Vorremmo essere capaci di fare scudo umano alla loro 
vita, esercitare il primo e ultimo dei diritti umani a favore di chi è offeso 
nel diritto di vivere senza minaccia. 

- Qualche tentativo di interposizione umana, con la forza della vita 
disarmata, è stato fatto in passato (esempio: Sarajevo 1992). Ogni tentativo 
giusto non rimane senza frutto, anche se non subito, ma nel tempo successivo. 

- Proposta: ci sono dappertutto persone, uomini e donne, che rappresentano i 
popoli, o perché scelti liberamente, ma anche informalmente, per qualità 
morali, per saggezza, per bontà personale, per ricerca e amore della bellezza 
nelle arti, per dedizione ai più poveri, per libertà di parola, per capacità 
di interpretare e dar voce ai sentimenti comuni, per intensità di vita 
spirituale, per cultura aperta alle varie culture umane, per passione della 
giustizia, per semplice onestà popolare. Queste persone rappresentano la 
migliore umanità dei popoli nella sostanza reale , ancor più che attraverso i 
meccanismi democratici, preziosi e irrinunciabili, ma inquinati, come vediamo 
dappertutto, da interessi privati e volontà di dominio. Senza assolutamente 
sostituire né delegittimare le forme democratiche, che sono irrinunciabili, 
oggi le voci dell'umanità dei popoli, ignorate, tacitate, impedite, deformate, 
devono farsi sentire: non per decidere le controversie, ma per obbligare 
moralmente, con la forza della verità umana, i responsabili politici a 
decidere in modo umano, per la vita giusta e libera, per la mediazione tra i 
diversi bisogni e i diversi interessi, senza uso della morte e della 
prepotenza. 

- Senza falsa umiltà (non sono tempi di finezze formali), queste persone si 
riconoscano tra loro, anche di culture e idee diverse, si convochino a 
vicenda, uomini e donne, più famosi o meno famosi presso i popoli. Usino bene, 
per una volta, la fama meritata, deposto ogni orgoglio e vanto personale, 
parlino alla gente non per farsi ammirare, ma per servire la vita di tutti. Se 
sono ricchi, impegnino il loro denaro. Si radunino a Ginevra, sede europea 
delle Nazioni Unite. Vadano insieme a Damasco, luogo oggi emblematico, dove si 
spara e si bombarda, vadano senza vanto, con coraggio fisico, disponibili ad 
usare la vita in difesa della vita. Rappresentino noi tutti come ambasciatori 
di fatto della volontà di vita giusta e libera di tutti, dal bambino nato ieri 
nell'orrore, che ci invoca in modo irresistibile, fino al vecchio che vuol 
morire in pace tra i suoi, nel suo paese. Si mettano a fianco dei popoli 
torturati. Sappiano di essere più forti dei bombardatori stragisti. 

- Paghi le spese del viaggio l'Onu - nulla più di questo è nelle sue 
competenze e doveri - e paghiamole noi stessi, contribuendo generosamente, noi 
tutti che comprendiamo un'azione come questa. 

- Sia questa una assemblea umana spontanea, in uno dei luoghi della guerra 
oscena. Ogni persona famosa chiami e porti con sé un'altra persona sconosciuta 
- rendiamoci disponibili con coraggio - che rappresenti i milioni e miliardi 
di umili sconosciuti, che sono la carne violentata dell'umanità. 

- Sarà come la crociata disarmata dei bambini? Perché no? I bambini ingenui 
hanno la pura sapienza della vita. C'è una forza della vita, superiore alle 
forze della morte, del dominio, delle armi, dell'economia feroce che divora le 
persone, della politica che tradisce i popoli. Ma sarà soprattutto un'azione 
che svergogna e obbliga i decisori politici, i lanciatori di missili contro 
terra e case, gli spargitori di veleni che uccidono il respiro, i 
trasmettitori di falsità che uccidono la conoscenza. Sarà un'azione che denuda 
i potenti violenti - "Il re è nudo" gridò il bambino mentre tutti fingevano di 
vederlo vestito - e li mostra per ciò che sono e fanno: nemici della vita, 
delle vittime, e di noi spettatori offesi. Noi non li odiamo, vogliamo solo 
che ritornino nell'umanità. Siamo umani, ridiventiamo umani, restiamo umani. 

- Sarà possibile? Sarà efficace? Avete altre migliori idee che ci riscattino 
dalla vergogna di assistere all'uccisione dell'umanità, nei corpi e negli 
animi? 

Enrico Peyretti
Lista Pace 



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domenica 15 aprile 2018

Produzione del nostro cibo in chiave ecologica e sostenibile


Tra le varie componenti che entrano a far parte del vivere in sintonia
con l’ambiente naturale e sociale secondo il bioregionalismo il
rapporto uomo-animali è l’argomento a me più “congeniale”.

Sono veterinaria e mi occupo principalmente di allevamenti,
allevamenti di animali tenuti per la produzione di alimenti di origine
animale.

L’alimentazione, nell’ambito della RBI è sempre stato un argomento
molto dibattuto e con opinioni diverse, come è giusto che sia: su
questa Terra è impensabile che tutti abbiamo lo stesso sentire nei
riguardi delle diverse componenti.

L'Italia è una terra di tradizioni contadine e di ricchezza di
prodotti sia di origine vegetale che  animale: le eccellenze agricole
sono fonte di guadagni, ancora, e di ricerca di sempre nuovi mercati,
dato che, a causa della crisi economica e della concorrenza c’è la
necessità di nuovi sbocchi commerciali. Siamo infatti, in questo
settore in una situazione quasi di sovrapproduzione, almeno per quel
che riguarda i prodotti tipici, dovuta alla necessità di ammortizzare
i costi con un' incentivazione della spinta produttiva, tramite la
meccanizzazione, la selezione di razze sempre più produttive, a
scapito però di altri valori, come la robustezza, la resistenza alle
malattie e la longevità degli animali.

Nel bioregionalismo si ricerca invece un legame del cibo con il
territorio, si suppone che il cibo prodotto localmente e che non ha
subito conservazione e trasporto sia più in sintonia con l’organismo
che lo deve ricevere. Ovviamente c’è anche un aspetto “ecologico” in
questo: i trasporti e la conservazione degli alimenti sono attività di
per sé antiecologiche, comportano consumo o spreco di risorse
combustibili fossili sia per il funzionamento degli autoveicoli che
delle apparecchiature di refrigerazione.

Alla base del disequilibrio che secondo me si è creato nel settore
dell’allevamento, soprattutto nelle zone a diffusione dell’allevamento
intensivo come qui da noi, ci sono fattori economici: una volta, fino
a 60 anni fa circa, un’azienda agricola era costituita da un
appezzamento di terra su cui venivano coltivati diversi prodotti (e la
rotazione delle colture era sempre applicata) e che allevava animali
più che altro come integrazione dell’attività, come risorsa di concime
e come integrazione all’alimentazione della famiglia o delle famiglie
che vivevano nell’azienda.

Mangiare un po’ di carne solo una volta alla settimana o anche meno
era una cosa normale, qualche uovo o frittata entrava anche questo
nella dieta con parsimonia e solo nel periodo di deposizione naturale
delle uova da parte delle galline. Spesso era presente nella azienda
anche un porcile con uno o pochi maiali che venivano macellati in
pieno inverno per farne salumi da consumare nel resto dell’anno.

Poi la carne diventò uno status symbol: mangiare carne era segno di
ricchezza o perlomeno di essere benestanti, e quindi, con la ripresa
economica del dopo-guerra aumentò la richiesta di cibi di origine
animale, in primis della carne. I piccoli allevamenti annessi alle
aziende agricole non furono più sufficienti a soddisfare le richieste
e questo fece intravedere la possibilità di guadagni insperati e
allora dai con gli allevamenti costituiti da un numero sempre maggiore
di capi, sempre più meccanizzati, sempre più disumani, con animali
selezionati a produrre sempre di più fino ad arrivare ad esempio a
polli sempre più pesanti tanto che gli arti non riescono a sostenere
il corpo o vacche sempre più produttive in latte tanto che dopo due
parti sono già distrutte o per un verso o per l’altro (mastiti,
ipofecondità, lesioni podali), tanto che sono da scartare, quando non
muoiono o devono essere macellate in stalla.

Il sistema poi implode su se stesso in quanto la speranza di maggiori
guadagni, ha fatto moltiplicare queste realtà con un aumento della
produzione che per un po’ è stata in equilibrio con i consumi, e,
seguendo le leggi del mercato, queste attività hanno consentito lauti
guadagni, ma la concorrenza poi ha avuto il sopravvento e i ricavi
dalla produzione hanno continuato a mantenersi sugli stessi livelli,
mentre i costi tutti i fattori di produzione aumentavano (mangimi,
manodopera), lasciando ai produttori margini sempre più risicati.

Caso tipico in cui al peggioramento della qualità della vita degli
animali, sempre più sfruttati, ha corrisposto un peggioramento della
qualità della vita dell’allevatore, costretto a lavorare sempre di più
e sempre con minori soddisfazioni.

Nella RBI si è molto parlato di regime alimentare, alcuni esponenti
vegetariani o vegani per motivi etici si battono per un abbandono
totale e immediato del consumo di alimenti di origine animale, altri
ritengono che un consumo moderato di prodotti di animali allevati
rispettando il loro benessere sia possibile e auspicabile.

Personalmente non ritengo ci sia un modus che debba andare bene per
tutti, ma sicuramente ritengo che dobbiamo tutti prendere coscienza
che l’allevamento intensivo non è etico ed è antiecologico: in un
mondo dove miliardi di persone muoiono di fame, continuare ad allevare
animali consumando risorse che potrebbero nutrire direttamente il
genere umano, non è più possibile; inoltre la sofferenza ingenerata in
questi esseri viventi che hanno avuta la fortuna- sfortuna (destino)
di vivere la loro esistenza su questa Terra assieme a noi non può più
essere ignorata: non possiamo più ignorare di esserne responsabili,
anche indirettamente, così come non possiamo più ignorare di essere,
come specie, responsabili, della rovina in cui stiamo mandando il
nostro pianeta con tutte le nostre attività, non mi riferisco
ovviamente solo all’alimentazione, ma a tutti i settori del nostro
vivere.

Prendere coscienza delle conseguenze del nostro modo di vivere è il
primo passo per poter dare alla Terra una speranza di sopravvivenza a
lungo termine cercando di fare in modo per quelle che sono le
possibilità di ognuno di noi, di lasciare ai nostri figli e nipoti un
mondo meno inquinato e più in armonia di quello di oggi. Ritornare ad
un sistema di vita semplice, in cui i rapporti umani e la vita nella
natura, immersi nel mondo umano, animale e vegetale, ci può dare tutto
quello di cui abbiamo bisogno senza necessità di consumi superflui e
sprechi che comportino un ulteriore deterioramento di quel paradiso
che ci era stato donato e che noi, esseri umani, abbiamo rovinato per
il nostro sconfinato egoismo.

Caterina Regazzi - Rete Bioregionale Italiana






Di questo e simili temi se ne parlerà durante  la  Festa dei Precursori  che si tiene a Treia dal 27 al 29 aprile 2018

sabato 14 aprile 2018

Ascoli Piceno - Ludwig van Beethoven: Sinfonia n.9 in re min. op.125 per soli, coro e orchestra - Recensione

Ciclo sinfonico 2018
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n.9 in re min. op.125 per soli, coro e orchestra

Orchestra Sinfonica Abruzzese
Coro “V. Basso” di Ascoli Piceno – Coro Accademia di Pescara – Coro Conservatorio “A.Casella”, L’Aquila
Corale Novantanove, L’Aquila – Schola Cantorum “S.Sisto”, L’Aquila

Direttore e maestro concertatore Pasquale Veleno

          soprano Li Keng    tenore Riccardo della Sciucca mezzosoprano Daniela Nineva    baritono David Maria Gentile


Ascoli Piceno – Teatro Ventidio Basso     12 aprile 2018  h21                                                                Società Filarmonica Ascolana


Palco esaurito

       E’ il palco del Ventidio Basso, occupato in ogni centimetro quadrato dalla poderosa orchestra, dai cinque cori, dai quattro solisti. E dà i brividi il respiro divino di questa musica, mentre il pensiero va a quell’esecuzione del 1989 a Berlino, che festeggiò la caduta del muro (e Bernstein che la diresse sostituì Freude, Gioia, con Freiheit, Libertà): perché l’Europa che nell’’86 fece suo lo schilleriano Inno alla Gioia del Quarto Movimento, è oggi l’arcigna Europa dei muri, pavido fantasma in decomposizione, digrignante coi deboli belante coi forti, che nulla ha imparato dalla feroce lezione della Storia.

       Meglio dunque abbandonarsi al puro piacere dell’ascolto, che passa anche dagli occhi grazie a questo palco gremito di strumenti e voci, pur se piccolo nel piccolo gioiello del Ventidio Basso, ma la musica - questa musica - è onda di piena che non si cura di limiti e confini.

       La curiosità stasera sono i bambini: se da noi è ahimè insolita la presenza di giovani a concerti e manifestazioni di cultura, figurarsi quella di bambini. Invece eccoli. Una quarantina, a occhio, nelle prime due file, maschi a sinistra femmine a destra. Qualche adulto a guidarli. La piccola col cappello a coniglio che siede davanti dice, interrogata, di essere della “Music Academy”. Scuola di Musica, insomma. Poi si cala il “coniglio” sul viso e scherza con le compagne. Sono volenterosi ma questo concerto è un alimento troppo corposo per i loro anni verdissimi e di studi musicali troppo acerbi: come gettare piccoli velisti in piccioletta barca fra gigantesche onde d’Oceano.
Si agitano un po’ all’inizio, poi risucchiati dalla musica si fanno attenti; intorno al terzo movimento metà delle testoline è crollata; ma sveglissima resta in prima fila la ragazzina che armeggia tutto il tempo con lo smartphone extralarge, se tutta l’orchestra e i 5 cori e i 4 solisti - dato il peso complessivo - franassero giù col palco non se n’accorgerebbe.
  
       Brillante come sappiamo, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese asseconda l’energia del direttore Veleno, la sua candida corona di capelli e i piedi in decollo verticale sul podio nei momenti travolgenti. Spettacolare il colpo d’occhio dei cori, poderosi e bravissimi ma un po’ soffocati, in uno spazio più grande rifulgerebbero davvero. E le voci dei quattro solisti, soprano - mezzosoprano - tenore - baritono, illuminano di chiara luce i versi, pienamente fuse all’orchestra nel culmine della tensione espressiva.

      Tutto il resto è Beethoven, e nulla si può dire che già non sia stato detto. La poderosa armonia giovane di molti secoli piove ancora dalla sua chioma ribelle su noi mortali, come Giove stilla dai crini ambrosia sull’amata ninfa Elettra nel foscoliano Carme. Spazio e tempo si fondono e s’annullano nella musica che s’inabissa e riemerge, che interroga con voce eterna la vastità dell’animo umano, ne esplora il tormento e il dolore, la ribellione e la fatica, ne riconosce la fragilità, s’innalza infine a celebrarne il trionfo: oltre la finitezza dell’uomo c’è il suo spirito che “vince di mille secoli il silenzio”, c’è l’eternità ineludibile dei suoi ideali, c’è l’incancellabile sete di giustizia universale.

      “Egli sa tutto, ma noi non possiamo ancora capire tutto” disse Schubert agli amici dopo aver incontrato Ludovico van. Neppure oggi sappiamo se il mondo abbia compreso, tutto fa pensare di no, né ci sono inni gioiosi nel nostro presente, e se quel gigante vivesse proibirebbe alla UE di oltraggiare il suo.
       Nonostante noi, quella mente magnifica ci parla ancora, illumina la superiore armonia di quel tutto di cui siamo parte imperfetta, e trionfante sull’oscurità del nostro dolore addita la scintilla divina presente nell’umano.



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mercoledì 11 aprile 2018

Il principio della rana bollita....


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Il principio della rana bollita, utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky, fa riferimento alla società, ai popoli che accettando passivamente, il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori, dell'etica, ne accettano di fatto la deriva.

Questo principio può essere usato anche per il comportamento delle persone inerti, immobili, remissive, rinunciatarie, noncuranti, che si deresponsabilizzano di fronte alle scelte.

Per tutte le persone che credono ancora che questa crisi sia momentanea e non strutturale, per quelli che sperano ancora che le soluzioni arrivino dall'alto, per quelli che nonostante tutto delegano esternamente la loro felicità, speriamo in un vostro scossone e se non siete come la rana, già mezzi bolliti, date un colpo di zampa per saltare fuori dalla pentola, svegliatevi prima che sia troppo tardi!!!

Il principio della rana bollita

Immaginate in un pentolone pieno d'acqua fredda, nel quale nuota tranquillamente una rana.
Il fuoco è acceso sotto la pentola, l'acqua si riscalda pian piano.
Presto l'acqua diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole.
La temperatura sale.
Adesso l'acqua è calda, un pò più di quanto la rana non apprezzi.
La rana si scalda un po' tuttavia non si spaventa.
Adesso l'acqua è davvero troppo calda, e la rana la trova molto sgradevole.
Ma si è indebolita, e non ha la forza di reagire.
La rana non ha la forza di reagire, dunque sopporta. Sopporta e non fa nulla per salvarsi.
La temperatura sale ancora, e la rana, semplicemente, finisce morta bollita.
Ma se l'acqua fosse stata già bollente, la rana non ci si sarebbe mai immersa, avrebbe dato un forte colpo di zampa per salvarsi.
Ciò significa che quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla coscienza, e non suscita nessuna reazione, nessuna opposizione.


Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Siria. Allarme “guerra” globale – 11 aprile 2018: Appello della Lista No Nato


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Un twitter del presidente USA, Donald J. Trump,
“✔ @realDonaldTrump: Russia vows to shoot down any and all missiles fired at Syria. Get ready Russia, because they will be coming, nice and new and “smart!” You shouldn’t be partners with a Gas Killing Animal who kills his people and enjoys it! 12:57 – 11 apr 2018″, ha avvertito i russi “che i missili arrivano”.
Intervento-appello di Fulvio Grimaldi – Lista No Nato:
“Gli Usa, il Regno Unito, la Francia, Israele, con la Nato al seguito, stanno preparando e, a quanto pare, conducendo un attacco alla Siria, Stato arabo laico, democratico e socialista ancora in piedi dopo 7 anni di aggressione e massacri, attacco che inevitabilmente coinvolgerà i suoi alleati, russi, iraniani e Hezbollah e non potrà non provocare reazioni e culminare in una catastrofe planetaria, addirittura nucleare.
Coloro che promettono di attaccare sulla base di un’evidente macchinazione provocatoria, come quella dell’ennesimo presunto uso di armi chimiche a Ghouta da parte di Assad, proprio nel momento di una sua decisiva vittoria sul mercenariato jihadista, sono gli stessi che hanno trascinato il mondo in guerra dopo guerra sulla base di bugie, falsità, inganni, come le armi di distruzione di massa di Saddam, la responsabilità per l’11 settembre dell’Afghanistan, i bombardamenti sul proprio popolo di Gheddafi e Assad. Procedono alla distruzione e sottomissione di qualsiasi elemento statuale non allineato, causando milioni di morti innocenti e inenarrabili devastazioni. Ognuna di queste operazioni costituisce un crimine contro l’umanità.
Oltre al martirizzato popolo siriano, oggi è a rischio l’intera umanità per il fanatismo bellico e la frenesia di potere e ricchezza dei dirigenti di una minoranza che pretende di definirsi “comunità internazionale”, rappresentandone non più del 17%. Di fronte a questa corsa verso il suicidio planetario siamo finora rimasti attoniti e passivi. Se non è ora il momento per sollevarsi in massa, senza distinzione di ideologie e posizioni geopolitiche, riprendendo il filo di una lotta contro gli sterminatori, i profittatori di guerre e genocidi, gli schiavisti di un’economia che per affermarsi travolge popoli, nazioni, pezzi di mondo, domani non lo è più di certo.
Muoviamoci, organizziamoci, ribelliamoci, denunciamogli assassini e i loro complici. Assediamoli! Fermiamoli! Ne va della vita.” (F.G.)

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