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mercoledì 11 luglio 2012

Estetica ed etica del Don Chisciotte.. secondo Noemi Longo



Premessa.
Spero di non invadere troppo i vostri spazi, di offrire buone riflessioni, e di non richiedere troppo tempo proponendo questa lettura... Una lettura un po'.... insomma,spero interessante. Nell'eventualità in cui stimoli interesse... è possibile relazionarsi, considerando però che Don Chisciotte l'ho letto ormai anni orsono... - Noemi Longo


III - Rappresentare - 1. Don Chisciotte

Con i loro giri e rigiri le avventure di Don Chisciotte tracciano il limite: in esse hanno termine i giochi antichi della somiglianza e dei segni; in esse già nuovi rapporti si stringono. Don Chisciotte non è l'uomo della stravaganza ma piuttosto il pellegrino meticoloso che fa tappa davanti a tutti i segni della similitudine. E' l'eroe del medesimo. Non riesce ad allontanarsi dalla familiare pianura che si stende attorno all'Analogo, proprio come non riesce ad allontanarsi dalla sua angusta provincia. Incessantemente la percorre, senza mai varcare le frontiere nette della differenza né raggiungere il cuore dell'identità.

Egli stesso è fatto a somiglianza dei segni. Lungo grafismo magro come una lettera, eccolo emerso direttamente dallo sbadiglio dei libri. L'intero suo essere non è che linguaggio, testo, fogli stampati, storia già trascritta. E' fatto di parole intersecate; è scrittura errante nel mondo in mezzo alla somiglianza delle cose. Non del tutto però: nella sua realtà di povero hidalgo può infatti divenire il cavalier soltanto ascoltando da lontano l'epopea secolare che formula la Legge. Il libro è più il suo dovere che la sua esistenza. Senza posa deve consultarlo per sapere che fare e che dire e quali segni dare a se stesso e agli altri per mostrare che la sua natura è la stessa del testo dal quale è uscito. I romanzi di cavalleria hanno scritto una volta per tutte la prescrizione della sua avventura. E ogni episodio, ogni decisione, ogni impresa saranno segni del fatto che Don Chisciotte è realmente somigliante a tutti i segni da lui ricalcati.

Ma se vuole essere loro somigliante è perché deve dimostrarli, è perché ormai i segni (leggibili) non somigliano più agli esseri (visibili). Tutti quei testi scritti, tutti quei romanzi stravaganti sono appunto senza uguali: nessuno al mondo è mai stato a essi somigliante; il loro linguaggio infinito resta in sospeso senza che alcuna similitudine arrivi mai a riempirlo; possono bruciare tutti e per intero, la figura del mondo non ne resterà cambiata. Somigliando ai testi di cui è il testimone, il rappresentante, l'analogo reale, Don Chisciotte deve fornire la dimostrazione e farsi portatore del segno indubitabile che dicono il vero, che sono il linguaggio del mondo.

Gli tocca adempiere la promessa dei libri. E' suo compito rifare l'epopea, ma in senso inverso: questa narrava (pretendeva narrare) gesta reali, promesse alla memoria; Don Chisciotte invece deve colmare con la realtà i segni, senza contenuto, della narrazione.

La sua avventura sarà una decifrazione del mondo: un percorso minuzioso per rivelare sull'intera superficie della terra le figure che mostrano che i libri dicono il vero. La prodezza deve diventare prova: consiste non già nel trionfare realmente - è per questo che la vittoria è in fondo irrilevante - ma nel trasformare la realtà in segno. In segno attestante l'esatta conformità dei segni del linguaggio alle cose stesse. Don Chisciotte legge il mondo per dimostrare i libri. E non fornisce a sé prove diverse dal luccichio delle somiglianze.

Tutto il suo cammino è una ricerca delle similitudini: le più tenui analogie vengono sollecitate come segni assopiti che occorre risvegliare perché riprendano a parlare. Le greggi, le fantesche, le locande ridiventano il linguaggio dei libri nella misura impercettibile in cui somigliano ai castelli, alle dame, agli eserciti. Somiglianza ogni volta delusa che trasforma la prova cercata in derisione e lascia per sempre vuota la parola dei libri.

Ma la non-similitudine stessa ha il proprio modello da essa servilmente imitato: lo trova nella metamorfosi dei maghi. Per cui tutti gli indici della non-somiglianza, tutti i segni che mostrano che i testi scritti non dicono il vero, somigliano al gioco dell'incantesimo che introduce con l'astuzia la differenza nell'indubitabile della similitudine. E' poiché questa magia è stata prevista e descritta nei libri, la differenza illusoria da essa introdotta non sarà mai altro che una somiglianza stregata. Un segno supplementare quindi del fatto che i segni somigliano alla verità. Don Chisciotte traccia il negativo del mondo del Rinascimento; la scrittura ha cessato di essere la prosa del mondo; le somiglianze e i segni hanno sciolto la loro antica intesa; le similitudini deludono, inclinano alla visione e al delirio: sono soltanto quello che sono; le parole vagano all'avventura, prive di contenuto, prive di somiglianza che le riempia; non contrassegnano più le cose; dormono tra le pagine dei libri in mezzo alla polvere.

La magia, che consentiva la decifrazione del mondo scoprendo le somiglianze segrete sotto i segni, serve solo a spiegare in termini di delirio perché le analogie sono sempre deluse. L'erudizione che leggeva come un testo unico la natura e i libri è rimandata alle sue chimere: deposti sulle ingiallite pagine dei volumi, i segni del linguaggio non hanno più come valore che la tenue finzione di ciò che rappresentano. La scrittura e le cose non si somigliano, Tra esse, don Chisciotte vaga all'avventura.

Eppure il linguaggio non è divenuto del tutto impotente. Detiene ormai nuovi poteri, che gli sono propri. Nella seconda parte del romanzo Don Chisciotte incontra personaggi che hanno letto la prima parte del testo e che riconoscono in lui, uomo reale, l'eroe del libro. Il testo di Cervantes si ripiega su se stesso, sprofonda nel proprio spessore, diventa per sé oggetto della propria narrazione. La prima parte delle avventure svolge nella seconda la funzione assunta all'inizio dai romanzi di cavalleria.

Don Chisciotte deve essere fedele al libro che egli è veramente divenuto; ha il dovere di proteggerlo dagli errori, dalle contraffazioni, dalle contaminazioni apocrife; deve aggiungere i dettagli omessi; deve serbare la sua verità. Ma per quanto lo riguarda, questo libro non lo ha letto e non deve leggerlo, dal momento che lo è in carne e ossa. Egli che, a furia di leggere libri, era divenuto un segno errante in un mondo che non lo riconosceva, eccolo divenuto, suo malgrado e senza saperlo, un libro che detiene la sua verità, annota esattamente tutto quello che gli ha fatto e detto e veduto e pensato, e che consente infine di riconoscerlo, tanto somiglia a tutti i segni la cui scia incancellabile esso ha lasciato dietro di sé.

Tra la prima e la seconda parte del romanzo, nell'interstizio dei due volumi, e in virtù del loro solo potere, don Chisciotte ha acquistato la sua realtà. Realtà che deve solo al linguaggio e che resta tutta quanta interna alle parole. La realtà di Don Chisciotte non è nel rapporto tra parole e mondo, ma nella tenue e costante relazione che i segni verbali intrecciano da sé a sé. La finzione delusa dalle epopee è divenuta il potere rappresentativo del linguaggio. Le parole si sono chiuse nella loro natura di segni.

Don Chisciotte è la prima delle opere moderne poiché in essa si vede la crudele ragione delle identità e delle differenze deridere all'infinito segni e similitudini, poiché il linguaggio, in essa, spezza la sua vecchia parentela con le cose, per entrare in quella sovranità solitaria da cui riapparirà , nel suo essere scosceso, solo dopo che è diventato letteratura; poiché la somiglianza entra così in un'età che per essa è quella dell'insensatezza e dell'immaginazione.

Una volta attuata la separazione tra similitudine e segni, due esperienze possono costituirsi e personaggi emergere e fronteggiarsi. Il pazzo, inteso non come malato, ma come “devianza” costituita e alimentata, come funzione culturale indispensabile, è divenuto, nell’esperienza occidentale, l’uomo delle somiglianze selvagge.
Questo personaggio, nella forma in cui compare nei romanzi o nel teatro dell’età barocca, e in quella entro la quale si è istituzionalizzato a poco a poco fino alla psichiatria del XIX secolo, è colui che si è alienato prima nell’analogia.
E’ lo sregolato burattinaio del Medesimo e dell’Altro; prende le cose per quelle che non sono e le persone le une per le altre; ignora gli amici, riconosce gli estranei; crede di smascherare e impone una maschera. Inverte tutti i valori e tutte le proporzioni, perché crede continuamente di decifrare dei segni: per lui gli orpelli fanno un re. Nella percezione culturale che si è avuta del pazzo fino alla fine del XVIII secolo, esso è il Differente solo nella misura in cui non conosce la Differenza; vede ovunque somiglianze e segni della somiglianza; tutti i segni per lui si somigliano e tutte le somiglianze valgono come segni. All’altro estremo dello spazio culturale, ma vicinissimo per la sua simmetria, il poeta è colui che, al di sotto delle differenze nominate e quotidianamente previste, ritrova le parentele sepolte delle cose, e le loro similitudini disperse.

Sotto i segni stabiliti, e loro malgrado, afferra un altro discorso , più profondo, che richiama il tempo in cui le parole scintillavano nella somiglianza universale delle cose: la sovranità del medesimo, così difficile da enunciare, cancella nel suo linguaggio la distinzione dei segni.

Di qui indubbiamente, nella cultura occidentale moderna, il fronteggiarsi della poesia e della follia. Ma non è più il vecchio tema platonico del delirio ispirato. E’ il segno d’una nuova esperienza del linguaggio e delle cose. Nei margini d’un sapere che separa gli esseri, i segni e le similitudini, e al fine di limitarne il potere, il pazzo si rende garante della funzione dell’omosemantismo: raccoglie tutti i segni e li colma d’una somiglianza che non cessa di proliferare. Il poeta garantisce la funzione contraria: assolve alla funzione allegorica; sotto il linguaggio dei segni e dell’”altro linguaggio”, quello, senza parole né discorso della somiglianza.

Il poeta fa venire la similitudine fino ai segni che la dicono, il pazzo carica tutti i segni d’una somiglianza che finisce col cancellarli. Situati sull’orlo esterno della nostra cultura e vicinissimi alle sue divisioni essenziali, essi si trovano così, l’uno e l’altro, in quella “situazione al limite” – posizione marginale e profilo profondamente arcaico- in cui le loro parole incessantemente trovano il loro potere d’estraneità e la risorsa della loro contestazione. Fra loro si è schiuso lo spazio d’un sapere nel quale, in virtù di una di una rottura essenziale nel mondo dell’Occidente, non si avrà più da fare con similitudini, ma con identità e differenze.

mercoledì 17 agosto 2011

L'altra campana dell'inquinamento acustico e musicale...




Scrive Noemi Longo, al proposito del Comitato No all'inquinamento acustico e musicale nei luoghi pubblici (vedi: http://www.facebook.com/?ref=home#!/groups/266462213379875/)

"‎...La nostra società priva del demone musicale che la anima? sarebbe una noia mortale!! Condivido in parte il testo di fondazione del gruppo ma non posso aderire ne trovarmi pienamente in accordo...A mio avviso molto sarebbe da cambiare e d...a migliorare...ma non credo si debba iniziare dalla musica...
Sarà, che quando ci si ritrova in armonia con se stessi capita piacevolmente anche di sentir suonare nei luoghi più improbabili le corde del proprio essere...e non per una forma di egotismo se così può definirsi ma proprio per una piacevole coincidenza, o meglio una fantastica forma di teletrasporto, alla quale non vorrei necessariamente dover rinunciare.
Preferisco di gran lunga preservare le visioni delle mie orecchie agli ascolti degli occhi... Vivendo in città la mia esistenza, posso dire che il mio essere inizialmente ha sofferto davvero molto, non tanto per le note musicali piacevoli e non che interferivano nelle mie giornate e nelle mie assenze, ma per i cartelloni pubblicitari che ostacolavano la mia immaginazione che a volte ho creduto potessero impedirmi persino di respirare...
...Di contro potrei anche dirvi che adoro anche la buona pubblicità e in una società libera non trovo giusto rinunciare nemmeno a quella.
..So dell'esistenza di incontri denominati silent party, luoghi in cui gli invitati per un determinato tempo bevendo unicamente acqua esecitano la comunicazione paraverbale (non verbale) attraverso la gestualità e l'uso degli occhi... Un'esperienza possibile e magnifica a mio avviso, il massimo per la mia concezione estetica...limitatamente al tempo del party, ovvio, scandito inizio e fine dallo scampanellio di una campanella....
Vi saluto e buona giornata...porto i cani un pò a passeggio mentre la mia mamma passa l'aspirapolvere..."

Noemi Longo