Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

lunedì 18 settembre 2017

La carne innecessaria


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Parlando di alimentazione un amico mi ha detto che “al giorno d'oggi essere vegetariani è un lusso!..” - Ovviamente non la penso come lui e gli ho risposto così: “Non sono una anti-specista, che dicono che gli esseri viventi sono tutti uguali, ma oggi per sfamarsi c'è proprio bisogno di mangiare animali? Forse dove c'è il deserto dove mangiano solo capre e pecore (ed infatti si vede nei macelli islamici ed ebraici dove occasionalmente vado, si sono portati dietro delle tradizioni che potrebbero essere abbandonate tranquillamente) o al polo, dove puoi solo fare un buco nel ghiaccio e buttare giù un amo, ma qui da noi mangiare vegetariano non è affatto un lusso! Io non mangio né seitan né tofu, ma fagioli, lenticchie, cicorie e cavoli e qualche uovo di gallina ruspante e qualche pezzetto di formaggio di pecore di un allevatore che conosco, molto raramente qualche pescetto, ecc.  La nostra grassa alimentazione fa parte del sistema consumista e forse ha impoverito, indirettamente, quei disgraziati che fuggono dai paesi del terzo mondo. Il senso di pietà può venire fuori in tante situazioni diverse. Meglio troppo che troppo poco.

Caterina Regazzi

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domenica 17 settembre 2017

Terra e terre e cronaca del silenzio



Caro Paolo, dico sempre che voglio abbandonare la terra cruda e passare ad un altro livello ma la terra cruda mi insegue mi cattura e mi riporta indietro e avanti allo stesso tempo anche se non mi ancora portato dove vorrei mi portasse cioè in un posto tranquillo dove fare ricerca in modo stabile e continuo. comunque si sono aperti altri campi di ricerca e nuovi sviluppi di conoscenza che riguardano la spiritualità nella terra cruda, la bioenergetica del corpo umano e del suolo terrestre, l'architettura in pietra, l'archeo astronomia e anche se sembrano tutti ambiti separati fanno riferimento ad unica matrice che è la sapienza delle antiche civiltà bioregionali che hanno abitato la terra migliaia di anni fa... 



Cronaca dal silenzio

Vorrei donarti una penna,
una penna virtuale
se riesci a ritagliarti un po di tempo,
scrivi, scrivi senza pensare
in automatismo psichico
tutto quello che ti viene in mente
scrivi della tua terra,
della nostra terra e di tutte le altre terre
scrivi e ascolta studia medita
viaggia coltiva costruisci
senza umiltà senza superbia
senza falsa modestia
questo ti fara vivere
un senso di libertà magari illusorio
ma pur sempre libertà
e mentre ti illudi con i motivi
di questo nuovo mondo neo rurale,
i saponi, la lana, la terra cruda
le pietre il pane la birra le erbe
i boschi bruciano
inesorabilmente
e per sempre

ormai concepisco il viaggio
solo come studio incontro e conoscenza
viaggio solitario metafisico
spesso faticoso senza divertimento
e anche se lo percepisco,
il senso del magico mi sfugge continuamente
senza riuscire a farmi catturare all interno della sua sfera
se non attraverso lo studio l analisi dei fenomeni
dei contesti e delle forme

un po' e’ la magia del cellulare,
filo diretto e segreto anche con la propria psiche,
a voce molto spesso difficile aprirsi a confidenze intime
ci vuole più tempo forse, ormai dura da anni
e mi hai tirato fuori senza volerlo storie incredibili
grazie per la tua sensibilità e il tuo silenzio
un po' amante un po' sposa un po' amica un po' sorella


Ferdinando Renzetti

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sabato 16 settembre 2017

Ecologia e spiritualità - "Terra Anima Società" - Recensione


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L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo. 

Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro?

La religione del futuro non sarà una religione in senso stretto del termine, dovrà imparare a lasciare andare la religione. Il Maestro Eckhart, nel quattordicesimo secolo disse, “Prego Dio di liberarmi da Dio”. Per riscoprire la spiritualità, che è il cuore autentico di ogni religione vera e fiorente, dobbiamo liberarci dalla religione. Sembra un paradosso. La spiritualità significa usare il cuore, vivere nel mondo, dialogare con il nostro sé interiore e non semplicemente vivere a un livello organizzativo esterno.

E. F. Schumacher, nel suo profetico modo di scrivere, disse, nell’epilogo di Piccolo è bello, “Dappertutto la gente chiede, ‘Cosa posso fare praticamente?’ La risposta è tanto semplice quanto sconcertante, possiamo, ciascuno di noi, mettere in ordine la nostra casa intima, interiore. Per far questo non troviamo una guida nella scienza o nella tecnologia, poiché i valori sui quali esse si poggiano dipendono sommamente dal fine per il quale sono destinate. Tale guida la si può invece ancora trovare nella tradizionale saggezza dell’umanità”.

Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo disse, “Le rivelazioni si trovano in due volumi – la Bibbia e la natura”. Ma la teologia, a partire dal sedicesimo secolo, ha messo troppa enfasi nelle parole della Bibbia, o del Vaticano o dei professori, ha messo tutte le uova nel paniere delle parole, parole umane, e ha dimenticato la seconda fonte della rivelazione, la natura!

Il Maestro Eckhart disse, “Ogni creatura è la parola di Dio e un libro su Dio”. In altre parole, ogni creatura è una Bibbia. Ma come ci avviciniamo alla saggezza biblica, alla saggezza sacra delle creature? Col silenzio. C’è bisogno di un cuore silente per ascoltare la saggezza del vento, degli alberi, dell’acqua e della terra. Nella nostra ossessiva cultura verbale, abbiamo perso il senso del silenzio. Schumacher disse, “Siamo ormai troppo intelligenti per sopravvivere senza saggezza”.

Lester Brown ha posto in una sola frase quello che un sacco di attivisti ecologisti e scienziati si stanno oggi rendendo conto: ci sono rimasti soltanto vent’anni per cambiare il nostro stile di vita su questo pianeta. Dobbiamo quindi esplorare la nostra casa interiore prima possibile. Quando usiamo il termine “casa interiore” ricordiamoci che l’anima non sta dentro al corpo. La casa interiore non è quella piccola cosa dentro la ghiandola pineale che Cartesio chiamò anima. Tutti i nostri grandi mistici – Ildegarda di Bingen, Tommaso d’Aquino e il Maestro Eckhart hanno detto che l’anima non è dentro al corpo, ma è il corpo che è dentro l’anima. Il corpo è uno strumento delle passioni, dell’angoscia, dello stupore, di quello di cui ci prendiamo realmente cura. Esplorare la casa interiore della nostra anima significa ascoltare il proprio sé profondo, e non solo il nostro, ma anche quello della comunità della quale facciamo parte, delle nostre nazioni, della nostra specie. La casa interiore non fa parte dell’individuo, anche il nostro stile di vita contiene la sua casa interiore, ed è a causa della nostra violenza interiore che l’ambiente intorno a noi sta morendo, stiamo sporcando il nido nel quale viviamo.

Dunque, l’esplorazione della nostra casa interiore ha a che fare con l’era ecologica. La parola “ecologia” significa lo studio della nostra casa. L’ecologia non è qualcosa “là fuori”, noi siamo nella natura e la natura è in noi, viviamo in un luogo sacro e il luogo sacro è in noi. La natura sacra, incontaminata, non si trova solo nei parchi nazionali, ma dentro a ognuno di noi e ci richiede attenzione, noi non siamo più in contatto con le nostre vere e genuine passioni, per questo intorno a noi c’è solo devastazione.

Ai nostri giorni la religione deve ritornare alla sua tradizione mistica. Il monaco inglese Bede Griffiths ha detto recentemente, “Se la Cristianità non recupera la sua tradizione mistica, può chiudere bottega e ritirarsi, non ha niente da offrire”. E io aggiungo, Amen. Le chiese sono vuote e l’anima dei nostri giovani disperata. Non deve comunque finire così perché possiamo ancora riprendere le nostre tradizioni mistiche, in ognuno di noi c’è il misticismo che anela a ritornare nell’universo. Quando lo si sviluppa allora tornano i profeti. Come disse il filosofo americano William Hocking, “Il profeta è il misticismo in azione” e Carl Jung affermò “La fede non sostituisce l’esperienza”.

Il mistico è ognuno di noi fiducioso di sperimentare il divino nella natura, il quale apre i nostri cuori e, quando questi sono aperti, il divino ci penetra. La fiducia nella nostra esperienza è la base di tutto il misticismo. Il salmista dice, “Prova a vedere se Dio è buono”. Il misticismo si riferisce appunto a questo assaggio, non può esserci un misticismo di seconda mano, indiretto. Il Papa non lo può sperimentare per conto nostro e nemmeno il parroco, il misticismo non lo si può noleggiare, nemmeno in California! Ci stiamo dirigendo verso un’era in cui tutti noi dovremo prenderci la responsabilità della nostra vita mistica, richiamare la saggezza dei nostri antenati e della comunità, inclusa, naturalmente la saggezza della comunità non umana che, costantemente ci sta nutrendo con la rivelazione della sua verità e insegnando che possiamo gustare e vedere che la divinità è buona.

Tommaso d’Aquino la mise sotto questo aspetto, “L’esperienza del Divino non deve riguardare gli anziani o una minoranza”. Non abbiamo bisogno di mistici professionisti, tutti noi dobbiamo risvegliare il misticismo che è in noi. Gregory Bateson, nel suo libro Steps to the Ecology of Mind (Verso l’ecologia della mente), dice, “La cosa più dura nel Vangelo è quando San Paolo, indirizzandosi ai Galilei, dice, “Non si può ingannare Dio”. Queste parole possono andar bene anche alla relazione tra l’umanità e l’ecologia, non si possono ingannare i processi ecologici. In altri termini, la Terra scrive sul suo libro mastro il livello di ozono, l’inquinamento atmosferico, la deforestazione, perché non vuole essere presa in giro e ingannata. Anche Santa Ildegarda disse, “C’è una tessuto di equità che collega l’umanità a tutte le altre creature”. Dice dunque che se gli esseri umani rompono questa trama di giustizia, Dio permette la creazione di una punizione per l’umanità. Questa punizione è già presente, con il cancro e la leucemia. Non si può ingannare la Terra. Bateson inizia allora ad analizzare le tre principali minacce alla sopravvivenza umana. La prima è il progresso tecnologico, la seconda è l’aumento demografico e la terza sono gli errori e le attitudini della cultura occidentale.

Se ci rimangono soltanto vent’anni, dobbiamo iniziare a risvegliare la massa, e la strada per tale risveglio è la tradizione mistica religiosa che si rifletterebbe nel cambiamento totale delle nostre attitudini convenzionali verso il corpo, la salute, la globalità, verso la sacralità di tutte le creature. Ci insegnerebbe la spiritualità, una maniera nonviolenta di vivere con noi stessi e quindi anche con gli altri.

Per recuperare questo tipo di sapienza religiosa, quello che dobbiamo fare è cercare nelle nostre tradizioni spirituali che sono state spesso condannate. I più grandi Santi della tradizione, Ildegarda da Bingen, fu ignorata per 700 anni, Francesco d’Assisi è stato reso patetico e messo accanto alla vaschetta dei pesci in giardino. Tommaso d’Aquino, prima di diventare santo, fu condannato per tre volte. Il Maestro Eckhart fu condannato ed è rimasto ancora adesso, da 600 anni, nella lista dei condannati. Giuliana da Norwich completamente ignorata. Il suo libro venne pubblicato dopo 300 anni dalla sua morte. Nel diciassettesimo secolo, al concilio di Whitby, ai Celti, con la loro cultura centrata sulla creazione, fu soffocato il loro naturale misticismo.

Questo popolo era impregnato di spiritualità centrata sulla creazione, una spiritualità che cominciava con una benedizione originale invece che con un peccato originale. L’idea di un peccato originale è radicalmente antropocentrica. Il peccato è vecchio quanto la razza umana. Io nego la predominanza che la Chiesa occidentale dà al peccato originale, essa ha alimentato questo antropocentrismo. È così egocentrico pensare che l’esperienza religiosa inizi con i nostri peccati.

Credo invece cha l’esperienza religiosa inizi con la solennità e la meraviglia, che sono i primi passi del viaggio spirituale. La solennità è l’inizio della saggezza, non esistono compromessi su questa verità. Oggi, il primo passo verso la rivoluzione spirituale è il recupero del senso di meraviglia e solennità, ed è un compito agevole perché la scienza stessa ci ha dato una nuova teoria sulla creazione, una nuova cosmologia sul come è giunta qui la nostra specie umana, sul come è nato questo pianeta. Nessuno può ascoltare questa storia senza sentirsi riempire di stupore e maestosità.

È spettacolare sapere che tutti gli elementi che compongono il nostro corpo provengono da una esplosione di una super-nova cinque miliardi e mezzo di anni fa, che ci unisce con tutti gli altri elementi dell’universo. È stupefacente sentire che nei primi secondi di questa sfera infuocata, diciotto miliardi di anni fa, furono prese decisioni che ci riguardavano, che la temperatura della palla di fuoco doveva essere entro certi gradi per permettere l’evoluzione di questo pianeta. Ed è ciò che accadde. Quando sentite tutte queste cose sgorgar fuori dalle bocche degli scienziati, non ci si deve stupire se sono proprio loro, oggi, a condurci verso la via del misticismo. Sento l’eco di quello che diceva Giuliana da Norwich nel quindicesimo secolo, “Siamo stati amati ancor prima dell’inizio”.

L’amore incondizionato è la prima lezione della nuova storia della creazione ed è pure la lezione di tutti i mistici. Quando poniamo insieme scienza e misticismo abbiamo fatto ribollire una nuova cosmologia. Quando gli artisti ci raccontano queste storie, sotto forma di canzoni e danze, musica e rituali, avviene una rinascita, una rigenerazione spirituale basata su una nuova visione. Tutta questa solennità è il punto di partenza per una vita spirituale. Tommaso d’Aquino affermò, “Tutte le cose sono state create per imitare la bellezza divina in qualsiasi modo possibile. La beltà divina è la causa di tutti gli stati di movimento e quiete, sia della mente che del corpo e dello spirito”.

Sono 300 anni che questa parola “bellezza” non viene più considerata come una categoria teologica. Cartesio, il padre del mondo accademico e della scienza occidentale, costruì un’intera filosofia senza mai menzionare la bellezza o l’estetica. L’ultima volta che abbiamo avuto una spiritualità cosmologica in Occidente fu nel Medioevo quando ci fu una celebrazione della bellezza del Signore. Francesco d’Assisi disse “Il Signore è Bellezza”, e d’Aquino insegnava che tutti noi condividiamo e partecipiamo alla bellezza divina. L’ecologia ci parla a un livello di base perché ci stiamo tutti innamorando della Terra. Il primo passo nel viaggio ecologico è innamorarsi della bellezza di questo pianeta, in modo da difenderlo e liberarlo quando viene offeso e abusato.

Il rabbino Heschel diceva “Il solo essere è già una benedizione. Il solo vivere è sacro”. Heschel spiega che ci sono tre modi con i quali l’essere umano risponde alla creazione. La prima maniera è di gioirsene, la seconda è di sfruttarla e la terza di accettarla con timore reverenziale. La nostra civiltà occidentale non ha mai praticata la terza via, almeno non negli ultimi secoli. La riverenza è stata tenuta fuori dall’aula perché Cartesio definì le verità come idee, dunque il nostro intero sistema educativo è modellato sulle idee. Una volta uno scienziato mi disse, “Negli ultimi ventuno anni non ho fatto altro che rinchiudermi in un laboratorio all’Università di Stamford, esaminando l’emisfero destro del cervello. Ora sono pronto a pubblicare le mie scoperte che riguardano l’emisfero destro del cervello tutto impregnato dalla paura.

Ecco perché ho smesso di seguire la teologia, in quanto totalmente inadeguata per l’era ecologica e per una rinascita ambientale. Questo modello dice che Dio è “là fuori”. Dio è un proprietario terriero assenteista, che abita lontano dalle sue terre, e che noi siamo qui a fare il lavoro del Signore. Abbiamo quindi una mentalità orientata al dovere, ma non si può stimolare le persone con il concetto del dovere, la fai sentire soltanto colpevoli, la qual cosa le stanca. Quest’idea si rifà a Kant ed è parte dell’Illuminismo. Lasciamola andare.

Tommaso d’Aquino diceva che le persone vanno cambiate con la gioia. Il modello appropriato per la teologia nell’era ecologica non è quello che rinforza il dualismo, quello giusto è il misticismo, il Cristo Cosmico e il Giardino del Cantico dei Cantici, dove ci rendiamo conto che il Divino è il Giardino, che Dio si esprime in ogni pianta, in ogni albero, in ogni animale e quando sono messi in pericolo è il Signore stesso che viene messo in croce. Quando sono forti e in buona salute, è la stessa divinità che irradia la sua doxa, la sua gloria. Il Cristo Cosmico irradia la sua gloria nella gloria della natura.

Un cambiamento nel modello etico, orientato ora al dovere, verso il misticismo e il Cristo Cosmico, è la base per una spiritualità ecologica. Questa è la casa, la “eco” nella quale viviamo, è la casa divina. “Il Signore è qui, siamo noi che siamo andati fuori per una camminata”. (Eckhart). La divinità è in ogni luogo ma i nostri occhi devo imparare a vederla nuovamente.

Un’altra dimensione della spiritualità ecologica è proprio la parola “ambiente”. Proviene dalla parola francese environ che significa “intorno”. La teologia corretta per i giorni nostri non è quella intorno a un Dio che se ne sta là fuori, da qualche parte, riguarda un Dio attorno a noi, come diceva Giuliana da Norwich, “che ci abbraccia totalmente”. Si tratta di un’immagine molto materna di Dio e, come diceva Ildegarda di Bingen, “Sei tenuto stretto dalle braccia del mistero di Dio”.

Questo è panteismo, ci insegna che ogni cosa è in Dio e che Dio è in ogni cosa. È il modo corretto di nominare la nostra relazione con il divino. Mechtild di Magdeburgo, un’attivista femminista del tredicesimo secolo, diceva che “Il giorno del mio risveglio spirituale fu il giorno in cui vidi, e seppi, vidi tutte le cose in Dio e Dio in ogni cosa”. Quello sarà il giorno in cui cresceremo spiritualmente e, se nella nostra cultura non troveremo le risorse che ci assistano in questa crescita, se non sentiremo gli insegnamenti dei mistici, allora dobbiamo andare fuori a chiedere. Lo stesso dobbiamo fare per portar via i nostri corpi dall’industria medica e le nostre anime dai preti professionisti che non stanno facendo il loro dovere, per il fatto che essi stessi sono stati feriti nei seminari e da un’educazione restrittiva.

Lester Brown usa una parola importante quando parla di “inerzia”. Nel Medioevo usavano una parola ancor più profonda, la chiamavano “accidia” che significa rifiutare di iniziare cose nuove. L’accidia comprende la depressione e la tristezza. La nostra tradizione spirituale dovrebbe chiamarla accidia, perché questo è il termine. Come svegliare la massa? Come ci risvegliamo? Paolo, rivolgendosi ai Corinti, diceva, “La tristezza nella vita è imparentata con la morte”.

Ero così consapevole di questo, quando il governo americano stimolando la gente, inviò 400.000 esseri umani in giro per il mondo insieme a una indescrivibile quantità di armi. Essi eccitarono le persone, ma per che cosa? Andare alla guerra. Non siamo riusciti a entusiasmare le persone nei riguardi della disperazione delle nostre città, riguardo al trattamento del suolo. È proprio come diceva Paolo, “La tristezza nella vita è vicina alla morte”. Ci risvegliamo per assistere alla morte come se fosse un intrattenimento. La morte fa notizia. La morte è ora la sola cosa che ci desta. Aquino diceva, “La disperazione arriva quando perdiamo la nostra fiducia nella nostra divinità e perdiamo la consapevolezza di come ci si relaziona con la divinità”.

In altre parole è la teologia delle benedizioni che è la risposta giusta all’accidia e all’inerzia. È quando diveniamo eccitati dalla divinità delle cose che siamo pronti ad agire a favore della vita e della Terra. È come divenire “innamorati”. Noi abbiamo un amore antropocentrico, pensate che sia qualcosa che fate per trovare un compagno per il resto della vostra vita, invece è molto di più di questo. Potremmo innamorarci delle galassie, potremmo innamorarci dei fiori selvatici, dei pesci, delle piante, degli alberi, degli animali, degli uccelli e delle persone. Questa capacità di essere innamorati non ha limiti e tutto ciò deriva dal fatto di sperimentare le benedizioni.

Tommaso d’Aquino disse, “Benedire significa nient’altro che parlare del bene. Benediciamo Dio e Lui ci benedice in un altro modo. Benediciamo il Signore riconoscendo la divinità”. Dunque, dobbiamo prenderci un po’ di tempo per meditare sull’intrinseca divinità delle cose, la divinità delle foreste, dell’aria pulita e salubre e dell’acqua. “Dio ci benedice e ci riempie di divinità” (Aquino). Dobbiamo prenderci tempo per meditare sulle nostre benedizioni, sul come siamo straordinariamente unici. Non c’è mai stata un’altra forma di DNA come la nostra nella storia dell’universo e ogni singola persona è l’espressione unica del Cristo Cosmico. Come dicono i mistici, ciascuno è l’unico specchio di Dio. Questo è il motivo per il quale c’è una tale diversità nella creazione, per deliziare la divinità. Questo è il motivo per cui tutte le creature sono qui per amore della gioia.

Dobbiamo lasciare andare l’ideologia del Peccato Originale, che ci ha fatto crescere con la vergogna e il senso di colpa di essere qui e che, a turno, crea la coercizione del perfezionismo e del sentirsi ancora più in colpa. Il fatto è, miei cari amici, che tutte le creature sono imperfette e, allora, celebriamolo. La divinità, di proposito, si accoppia con le nostre imperfezioni e quindi abbiamo bisogno di entrambe e in questo modo costruiamo la nostra reciproca relazione. Nelle imperfezioni c’è gloria e bellezza. Ogni albero è bello, ma se gli andiamo vicino, ha i suoi nodi, le radici morte e i rami spezzati.

Anche noi siamo allo stesso modo e non c’è da vergognarsi per questo. La vergogna sta nello sguazzare nelle imperfezioni e nel non fare attenzione alla nostra divinità. Aquino diceva che il peccato dell’accidia, il peccato dell’inerzia sono peccati contro il Comandamento di onorare il giorno di riposo. La parola Sabbath significa che il Creatore trascorse il suo giorno di riposo per gioire delle sue creature. Dovremmo recuperare il senso di delizia nei riguardi della creazione. Quando godiamo della creazione, questa è ecologia spirituale, è la Via Positiva (in italiano nel testo originale, n.d.T.).

Il secondo sentiero dell’ecologia spirituale è la Via Negativa (in italiano nel testo originale), la via dell’oscurità, della disperazione e sofferenza. Giornalmente i nostri cuori si spezzano dal sentire quello che l’umanità affligge alla Terra, la sofferenza e il dolore ci colpiscono, ma la prima cosa da fare è porre attenzione alla sofferenza, convivere con la sofferenza, convivere con l’oscurità. I mistici la chiamano la notte buia dell’anima. Al giorno d’oggi la nostra intera specie è coinvolta in questa notte buia dell’anima, ma ciò non è necessariamente una cosa cattiva, può essere l’inizio di una conversione radicale, l’inizio di una nuova vita.

Bede Griffiths dice nel suo libro, The River of Compassion (Il fiume della pietà), “È significativo il fatto che l’esperienza della disperazione sia una pratica logica. La disperazione è spesso il primo passo sul sentiero della vita spirituale e molte persone non si risvegliano alla realtà divina e all’esperienza della trasformazione delle loro vite fino a che non passano attraverso l’esperienza della disillusione e della disperazione”.

Oggi, come civiltà, stiamo attraversando questa disillusione e disperazione e abbiamo bisogno come supporto la tradizione mistica perché Dio lo si può trovare non soltanto nella luce e nella gloria della creazione ma anche nell’oscurità assoluta.

Ho parlato del sentiero della creazione e della gioia e anche di quello dell’oscurità. Ora arriviamo al terzo sentiero, che è quello della creatività. Una rinascita della creatività ci può giungere attraverso la gioia o dopo il buio. Dopo la crocifissione arriva la resurrezione, la nuova nascita, la sorpresa. Abbiamo bisogno, oggi, di far nascere nuove virtù in molte zone della nostra civiltà.

In Occidente, per tradizione, abbiamo meriti politici, interiori e civici. Adesso abbiamo bisogno anche di virtù ecologiche. Per esempio, il vegetarianesimo o il semivegetarianesimo è una virtù. Per gli esseri umani del cosiddetto Primo Mondo, non ci sono più scuse sull’eccessivo quantitativo di carne consumata. Infatti, se soltanto i nordamericani riducessero del dieci percento il loro consumo di carne, sessanta milioni di esseri umani potrebbero oggi mangiare, e non morire di fame. L’ammontare della superficie di terra, dell’acqua e dei cereali impiegati per mantenere la dannosa abitudine dell’alimentazione carnea, è, al giorno d’oggi, semplicemente insostenibile. Non sto dicendo che ognuno di noi si deve convertire al vegetarianesimo assoluto, ma certamente possiamo ridurre del dieci percento il consumo e, quindi, cominciare da lì.

Un’altra virtù ecologica è quella di andare in bicicletta, quella della condivisione dell’automobile o di camminare per andare a lavorare. Lo stesso riciclaggio è un’altra virtù. Riconoscere la sacralità dell’acqua e onorarla ne è un’altra. Ci sono dei modi semplice per imparare a onorare. Eccone uno che ho imparato anni fa dai Nativi americani: se volete imparare a onorare l’acqua, rimanetene senza per tre giorni di fila, dopodichè, al primo sorso, riscoprirete la sua sacralità.

Dobbiamo ricreare i nostri intrattenimenti, a casa e nel vicinato. L’arte della conversazione, del giardinaggio, del teatro, della musica e del piantare alberi sono, esse stesse, una gioia. Per divertirci ci rivolgiamo alla televisione. Ho sostenuto a lungo che se avete un televisore in casa dove ci sono bambini, per ciascuna ora di televisione guardata, essi devono rappresentare un loro proprio spettacolo. Dobbiamo riscoprire l’arte di far festa insieme e godere della reciproca compagnia. Lo studio è una prassi spirituale.

È pure una spiritualità ecologica quella di studiare la nuova creazione e mettere in scena un lavoro teatrale, studiare la crisi forestale, la violenza sugli animali, la propria storia. Sono pure virtù ecologiche le organizzazioni politiche in difesa della creazione, includendo, se necessaria, la disobbedienza civile. Un altro modo è quello di fare rituali, celebrare i tempi e i luoghi sacri e gli esseri sacri con i quali condividiamo il pianeta. I rituali sono i modi con i quali il sistema dei valori viene passato ai giovani. Abbiamo necessità, attualmente, di una rivoluzione nei rituali. I riti religiosi annoiano come quelli del governo o della scuola, dobbiamo riportare i nostri corpi ai cerimoniali. La preghiera rafforza il cuore, abbiamo bisogno di persone che ci guidino attraverso le preghiere in forme nuove e tradizionali.

L’arte è la via fondamentale per scoprire la saggezza dei nostri cuori. Oggi potremmo mettere al lavoro tutte le specie se avessimo onorato l’artista come guida spirituale, che è in effetti il ruolo primario dell’arte, e come lo è sempre stato dappertutto nelle tradizioni indigene naturali. Un paio d’anni fa incontrai una aborigena. Mi disse, “Nella nostra cultura, ognuno lavora per quattro ore al giorno, per il tempo restante fa delle cose”. Cosa significa fare delle cose? Riti, convivialità, bellissimi costumi, musica e cibo per le feste che seguono i rituali. È durante i rituali che la comunità guarisce se stessa, si illumina, presenta i doni di ciascuno per la celebrazioni e poi li offre.

L’abitudine all’avarizia e all’avidità è profondamente radicata nella nostra civiltà, è inserita proprio nella struttura del capitalismo, che è costantemente alla ricerca di avere sempre di più. Tommaso d’Aquino dice, “L’avarizia non è un problema del materialismo, è un argomento dell’anima, è la nostra ricerca d’infinito, ma è messa fuori posto. Il consumismo non ci può soddisfare ed è il motivo per il quale siamo sempre alla ricerca del nuovo modello l’anno dopo, in una progressione infinita nella dipendenza consumeristica.

Qual è la risposta all’avarizia? È quella di mettere come priorità assoluta nel sistema educativo, religioso, politico ed economico, la ricerca umana di infinito che può essere soddisfatta in questa vita. Non vogliamo far tacere la ricerca di Dio. Tommaso d’Aquino menzionò tre modi per un autentico infinito. Il primo è la mente umana, “Una mente umana può conoscere tutte le cose, è capace di contenere l’universo,” e come prova è quella che non si impara mai abbastanza. Quindi, nutrire la mente equivale a combattere l’avarizia. Il secondo modo in cui diventiamo infinito, dice Aquino, è nel nostro cuore. “Non c’è limite alla capacità d’amore di un cuore umano”. Il terzo modo è attraverso l’uso delle mani. “Insieme all’immaginazione, le mani possono creare una varietà infinita di manufatti”. Considerate come, nell’intera storia della razza umana, due musicisti non hanno scritto mai la stessa canzone, due pittori non hanno mai dipinto lo stesso quadro: una capacità inesauribile di creatività. Se volessimo ricreare la nostra civiltà, dovremmo rifarla intorno allo spirito che c’è in noi - mente, cuore e mani.

Quando una spiritualità autentica chiama, la religione segue. Se la religione non è in grado di mutare paradigma, se non lascia andare sia se stessa sia i suoi aspetti sociologici superati, il suo valore, allora, in Occidente, sarà alla pari come quello del partito comunista in Unione Sovietica. Se non reimpara le sue proprie tradizioni spirituali e mistiche, se non toccherà di nuovo i nostri cuori e i nostri corpi, se non insegnerà una coscienza benedicente riguardante l’attuale nuova versione dei fatti della creazione derivata dalla scienza, se non insegnerà il modo di convivere fra sofferenza e oscurità, se non insegnerà le virtù ecologiche indispensabili per sopravvivere, se non offrirà una forma rinnovata di culto, se non insegnerà anche i peccati dello spirito, come l’accidia, l’inerzia e l’avarizia, con lo stesso entusiasmo col quale ha insegnato i peccati della carne, se non si scuserà per i suoi propri peccati contro i popoli nativi, verso la Terra e verso le donne, se non condurrà sulla via che porta alla saggezza di tutte le religioni del mondo, allora, amici miei, i giovani diverranno vecchi molto presto e quando ciò accadrà, la specie morirà.

Considerata l’attuale responsabilità della nostra specie, se questo accadrà, scompariranno con noi molte altre specie. Tuttavia, se saremo in grado di riscoprire una spiritualità come interessa alla creazione, avremo un rinascimento, una rinascita di civiltà, una reinvenzione della nostra specie basata su una visione spirituale. 

Matthew Fox 


Estratto dal libro Terra, Anima Società  vol. 2 edizioni FioriGialli


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venerdì 15 settembre 2017

Il corpo delle donne (e quello degli uomini) - Ecologia sociale e di genere


Restare  quel che siamo.....

Lorella Zanardo,   nel suo documentario  dal titolo "Il corpo delle donne",  ci  fa riflettere sull’attuale rappresentazione delle donne nei media.  Il suo lavoro parte dalla riflessione di come “le donne vere stiano scomparendo dalla tv e di come siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante.  “La perdita - continua la Zanardo - ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime”.

E la riprova l'ho avuta non molto tempo fa, sfogliando le pagine del pretenzioso "Corriere della Sera" in cui si mostravano alcune immagini di donne intente a radersi il viso, come maschi, per sancire una nuova cultura del "maschile/femminile". Lo vediamo anche nelle icone burlesque alla Lady Gaga, Madonna, Pussy Riot, o di quell'ibrido israeliano con la barba di cui non ricordo il nome, etc.

Se la scomparsa delle “donne vere” è dovuta alla presenza massiccia delle donne completamente rifatte o ridotte a soprammobile, o "ri-settate" (come si dice nel web),  ci  si potrebbe chiedere se con l’invasione dei trans, etc.  non stia scomparendo anche l’uomo! L’uomo inteso in generale, come individuo pensante, che ha delle cose da dire e delle riflessioni da fare, a prescindere dal suo corpo, che sia nudo o vestito, che sia naturale o rifatto, che sia in vendita o no, che sia trans o no.

Forse -saltando su un tema di attualità-   osservando il degrado verso cui la società si sta indirizzando  per via delle spinte comportamentali indotte da una  impetuosa ed incontrollata suggestione mediatica  nella vita della gente (vedi anche i  flash mob unisex cretini), andrebbe studiata  una  "patente" di capacità operativa per chi lavora nel sociale e nella comunicazione.  Proprio come i medici hanno un organo di controllo che tutela loro ed i pazienti, così anche l'informazione pubblica dovrebbe averne uno che, se ci si comporta 
diversamente ai dettati di certi principi ed una certa etica, si riservi di ritirarla.

Vieppiù un tale "patentino" di capacità operativa andrebbe studiato per coloro che gestiscono la cosa pubblica  che è la  matrice del comportamento sociale,   invece di prevedere il carcere per i giornalisti che "offendono" i politici, andrebbe prevista la rimozione dei politici che non sono in grado di gestire l'ecologia sociale, l'educazione sessuale ed i costumi nella nostra società.

Smettiamola di essere dei passivi mutanti. Qualcuno ci sta iniettando un virus: crediamo che stiano  "liberando" i nostri corpi e i nostri costumi"  e invece stanno mutando le nostre menti e le nostre coscienze, rendendoci simili a burattini.


Paolo D'Arpini

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Foto di Gustavo Piccinini
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Integrazione:

"Ma questi modelli falsati di uomo e di donna e la "pubblicità" che si fa sui gusti sessuali dell'uno o dell'altro personaggio (uomo politico, artista, ecc.) come fosse un merito o un demerito a cosa servono? A fare sentire le persone normali (e con questo intendo le persone comuni, qualsiasi siano le loro propensioni sessuali o la loro taglia di pantaloni e la lunghezza dei capelli) delle persone miserevoli, che devono adeguarsi ad uno standard completamente al di fuori dell'umano, pena il senso di inferiorità. Ma la gente è stanca, è vero che sembra quasi che le donne come dice la Zanardo non abbiano il fegato di ribellarsi, ma è proprio necessario guardare la televisione? 

Le donne vere esistono ancora e tutti i giorni si alzano per fare il loro dovere cercando magari anche di avere un aspetto piacevole, per se e per gli altri, ma non siamo mutanti e non lo saremo mai! Basta guardarle queste donne, negli occhi, e vedere che sono ancora capaci di essere se stesse e sorridere, nonostante i chili di troppo, la stanchezza che sento sempre più diffusa, il tempo che non basta mai, anche per godersi i propri affetti, ma si riesce sempre a strappare a tutte loro un sorriso!"

Caterina Regazzi

mercoledì 13 settembre 2017

In viaggio sulla Transiberiana alla scoperta della Grande Madre Russia

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La Transiberiana è la ferrovia più lunga del mondo. Ha la lunghezza di ben 9288 Km e, attraversando tutta la Siberia, connette Mosca con Vladivostok, la capitale dell’estremo oriente russo.
Ho viaggiato con la Transiberiana per ritornare da Omsk a Mosca e ci ho messo più di 2 giorni. Per farla tutta ci vogliono 7 giorni! Lungo il suo tragitto il treno attraversa addirittura 7 fusi orari.
Se questi numeri sembrano grandiosi ancora oggi, immaginate che legenda diventò questa ferrovia nel 1900, quando fu presentata all'Esposizione Universale di Parigi! Una vera notizia bomba!
In realtà l’inaugurazione ufficiale dei lavori avviene già nel 1891 e ultima parte della ferrovia viene poi finita nel 1916.
Come ho già scritto in uno dei miei post precedenti (quahttps://www.facebook.com/talyana.tobert/posts/10214681965869257 ) noi russi non proviamo verso la Transiberiana lo stesso sentimento romantico che provano gli stranieri.
Fare un viaggio di una settimana in treno una volta nella vita può essere interessante. Ma immagina di essere uno studente di una università di Mosca, la cui famiglia abita a Vladivostok.
Anche se vai a casa solo per le vacanze invernali e quelle estive, oltre che magari per il tuo compleanno, in tre viaggi andata/ritorno hai passato in treno un mese e mezzo della tua vita! E in 5 anni di università hai passato in treno 7 mesi e mezzo! Un’enormità! Meno male che il biglietto non costa tantissimo (il minimo prezzo per la tratta più lunga è di 70 euro).
Paradossalmente se non avessero costruito questa ferrovia tantissimi passeggeri russi di oggi non sarebbero letteralmente esistiti. Infatti il 90% delle città e dei villaggi che si sono sviluppati intorno alle 157 fermate del treno sono nati proprio per la necessità di costruire e mantenere la Transiberiana, laddove prima non c’era nulla.
Oltre a questo, l’esistenza della Transiberiana ha permesso di effettuare negli anni 1906-1916 il programma di trasferimento forzato della popolazione rurale dalla Russia europea alla Siberia. Poi durante l'Unione Sovietica negli anni ‘30 viene messo in atto il programma di trasferimento delle etnie minori da tutta la Russia alla Siberia e all’Estremo Oriente Russo. Negli anni ‘50 esplode la “Campagna delle terre vergini” e di nuovo folle enormi, soprattutto di giovani della Russia centrale, vengono spostate per sradicare la taiga e coltivare le terre selvagge della Siberia.
Ogni passeggero della Transiberiana moderna ha la sua storia da raccontare su come mai viaggia avanti e indietro, accompagnando la sua vita con la “musica” delle rotaie. Ovviamente noi la grandezza del nostro paese non la viviamo in modo così tragico. La Russia è grande e non c’è niente da fare.
Dunque, per vostra curiosità, il treno parte una volta al giorno, e nel fine settimana anche 2-3 volte. I biglietti per la classe ordinaria costano da 70 a 110 euro. La prima classe costa dai 110 ai 200. La classe Lux ed Imperial Lux costano oltre 650 euro. Per classe ordinaria si intende un tipo di vagone con gli scompartimenti a 6 letti tutti riuniti in un unico corridoio (vedi tra le foto).
Per la mia tratta Omsk-Mosca io ho preso il biglietto di prima classe che presume l’esistenza di scompartimenti da 4 o da 2 persone con una porta che accede al corridoio. Speravo che in questa classe avrò la tranquillità di viaggiare con lo stesso vicino per tutto il tempo. Mi sbagliavo.
All’inizio sono stata fortunata di avere come compagno di viaggio il delizioso signore Yang Tieng Yui, un cinese molto educato che tra l’altro parlava un ottimo russo ed era un profondo conoscitore della storia del suo paese. Abbiamo passato un giorno servendo il tè l’uno all’altro ed esercitandoci nella calligrafia. Il tempo è volato! Ho anche potuto scoprire finalmente 2 misteri che mi incuriosivano da anni: a cosa servono tantissimi pneumatici vecchi e telefonini non utilizzabili che i cinesi accumulano in grandi quantità comprandoli dai russi.
I successivi viaggiatori erano molto meno interessanti. Lavoratori di fatica, magri, con le facce grigie, puzzolenti di birra, di petrolio, di roba fritta e di fumo, scoloriti, stanchi morti. I poveracci, o cadevano subito a dormire e si svegliavano giusto alla loro fermata o mi usavano come confessore raccontandomi le loro vite disastrose. Mi sono sentita carica di queste storie che non sapevo e non potevo rifiutare. Ascoltandoli mi sentivo di supportare questi fratelli sconosciuti nella drammatica e sofferente esistenza della mia Patria. È così che si viaggia in un treno transiberiano ordinario.
Esiste invece il treno di CLASSE che si chiama “GOLDEN EAGLE” ed è il protagonista dell’immaginazione comune della Transiberiana. Il prezzo minimo del viaggio in una direzione è 5270 euro per la prima classe. La classe VIP costa invece quasi 10 mila. Se il treno fa la tratta allungata fino a Pechino, il prezzo raggiunge i 28000 euro! Il costo del viaggio comprende il cibo tre volte al giorno (con il menù che non si ripete mai) comprese bevande ed alcolici e tutte le escursioni previste nelle diverse tappe quando il treno si ferma durante il giorno. Si viaggia principalmente di notte (I dettagli del viaggio si possono vedere sul sito ufficiale qua http://rzdtour.com/en/?p=2211 è in inglese).
Il treno consiste di 19 vagoni per 120 passeggeri in totale e viene servito da 56 persone di servizio.
Nel treno ci sono due vagoni-ristoranti, un vagone-bar con piano forte a mezza coda e un vagone magazzino per le provviste che devono durare almeno un mese, in caso di avaria. Di avarie in realtà non se ne contano molte, ma quella più famosa si verificò nel 1890, quasi al suo debutto, quando anche lo zar di Russia, assieme alla sua famiglia, si trovò per ben un mese e mezzo bloccato in un villaggio sperduto a seguito di un incidente provocato dall’eccessiva velocità di quasi 70 Km/h quando il limite per i treni era solo di 35! Da allora hanno pensato bene di non farsi mancare nulla anche in casi eccezionali. Inoltre il treno deve essere autosufficiente per produrre da sé tutta l’energia e il calore necessario durante il suo tragitto, considerando che in Inverno tocca paesi dove fa anche -60°C.
Durante il viaggio sul Golden Eagle ci si può tagliare i capelli, fare massaggi, andare in palestra, visitare una SPA. A bordo è sempre in funzione una guardia medica e il punto di pronto soccorso, che non è una stupidaggine se considerate che l’età media di questi passeggeri vip è quella di un pensionato.
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lunedì 11 settembre 2017

"La storia dei Siculi" di Claudio D'Angelo - Recensione


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In senso lato, questo libro si inserisce in un filone di ricerche alle quali io stesso mi sono abbondantemente dedicato, cioè la ricerca delle nostre origini al di fuori di quel che ci racconta una “scienza” antropologica e storica accademica e ufficiale di cui abbiamo tutti i motivi per sospettare la parzialità e l’inattendibilità, anche se in questo testo più che dell’origine degli europei o degli italiani, si parla dell’origine di un preciso segmento di essi, ossia i siciliani o almeno la loro componente antica più nota, i Siculi.
Come si evince anche dalla prefazione di Antonello Frattagli, Claudio D’Angelo è un ricercatore indipendente, un siciliano che per motivi professionali vive fuori dalla sua isola e ha conservato per essa una sviscerata passione.
L’autore presenta in questo libro un’interessante ipotesi sugli antichi Siculi, partendo dal presupposto che il loro effettivo ruolo storico sia stato minimizzato dagli storici greci e romani per motivi di campanilismo etnico.
I Siculi, ci dice Claudio D’Angelo, erano un popolo di stirpe indoeuropea, e fin qui non ci dice nulla che non sia tranquillamente ammesso anche dalla storiografia e dall’archeologia ortodosse. Quel che queste ultime però ignorano secondo l’autore, è l’ampiezza degli insediamenti, delle culture, delle popolazioni derivate cui i Siculi avrebbero dato origine prima di stabilirsi in Sicilia e restringersi a una dimensione regionale.
Il caso è in certo modo analogo a quello dei Veneti. Come si ricorderà noi troviamo tracce di antiche popolazioni “venete” in svariate parti d’Europa, in particolare, oltre che nel nord-est italiano, stando alle narrazioni degli autori classici e alle indicazioni fornite dalla toponomastica, nel nord di quella che è oggi la costa atlantica della Francia, e nell’Europa orientale. Recentemente il professor Vitord Hensel dell’Accademia delle Scienze polacca ha avanzato l’ipotesi che i Veneti debbano identificarsi con una delle più vaste culture materiali di epoca preistorica diffusa in gran parte dell’Europa centrale e nota agli archeologi come cultura dei campi di urne. Se ricordate, ve ne avevo parlato nella trentesima parte di Una Ahnenerbe casalinga. Ora, il caso dei Siculi sembra essere in qualche modo analogo.
Bisogna anche dire che una volta accertato o perlomeno accettato che gli antichi Siculi fossero un popolo di stirpe indoeuropea, ci troviamo con più domande che risposte, dal momento che l’origine degli stessi Indoeuropei è una questione ancora sub iudice.
Al riguardo, l’autore si pone in una posizione per così dire intermedia fra le ipotesi che sostengono l’origine degli indoeuropei nelle steppe eurasiatiche e quanti optano invece per una provenienza mediorientale, identificandone uno dei più antichi siti, quella che egli definisce una proto-città che sarebbe sorta attorno al 7000 avanti Cristo, a Mehgarh tra India e Pakistan. Un millennio più tardi una cultura estremamente simile, frutto di una migrazione, sarebbe sorta a Jeitun nell’attuale Turkmenistan. Questa migrazione non solo non avrebbe comportato l’abbandono del sito di Mehgarh, ma tra i due siti, nonostante la distanza, sarebbero rimasti contatti e scambi commerciali, infatti a partire da quell’epoca compaiono nella tombe di Mehgarh monili di turchesi provenienti dal territorio turkmeno.
La cultura di queste popolazioni sarebbe stata basata sull’agricoltura e la pastorizia e vi compare la produzione di oggetti di metallo, in particolare di rame; si sarebbe inoltre trattato di una cultura matriarcale, come fanno pensare i ritrovamenti di un gran numero di statuette femminili, e che praticava la sepoltura dei defunti in luogo dell’incinerazione maggiormente diffusa fra le popolazioni indiane.
Dalla zona di Jeitun (che si trova a nord del Caucaso, tra il Caspio e il Mar Nero), questa popolazione avrebbe facilmente raggiunto le sponde di quest’ultimo che allora sarebbe stato un lago di acqua dolce.
Questa, se ricordate, è una vicenda che non ci è sconosciuta. Varie volte mi è capitato di citare al riguardo il testo di Ian Wilson I pilastri di Atlantide. Quello che è oggi il Mar Nero sarebbe stato in origine un lago di acqua dolce di dimensioni nettamente più contenute. A quella che oggi è una profondità di ben 150 metri a dodici chilometri dall’attuale costa turca, sarebbe stata individuata l’antica linea di costa, nonché manufatti e resti di antichissime costruzioni.
Gli eventi di cui stiamo parlando si situano alla fine dell’età glaciale, e il ritiro dei ghiacciai avrebbe portato all’innalzamento progressivo delle acque dei mari. Attorno al 5600 avanti Cristo, il Mediterraneo avrebbe sormontato l’antica diga naturale che lo separava dalle acque dolci del lago, provocando una gigantesca inondazione. Il ricordo deformato di quest’evento è probabilmente all’origine sia della narrazione biblica del diluvio, sia del mito di Atlantide.
Le popolazioni che abitavano le rive del lago furono costrette a una precipitosa fuga, abbandonando quella che fin allora era stata una terra rigogliosa e fertile. D’Angelo ipotizza che dal nome che costoro davano alla regione, Adana, sarebbe derivato il nostro “eden”, l’idea stessa del paradiso perduto.
I superstiti della catastrofe pontica si irradiarono in tutte le direzioni; infatti gli archeologi ci dicono che attorno al 5500 avanti Cristo abbiamo il sorgere improvviso di tutta una serie di nuove culture, sia sulla sponda anatolica sia su quella europea del Mar Nero.
Quella che secondo l’autore è con ogni probabilità la cultura per noi più interessante fra di esse, quella da cui i superstiti dell’antico eden pontico si sarebbero irradiati per diventare gli antenati dei popoli indoeuropei, è quella nota agli archeologi come cultura di Cucuteni, estesa sul lato occidentale del Mar Nero in un’area che si estende dalla Bulgaria alla Romania, a parte dell’Ucraina attuali.
Per irradiamento da questa cultura proto-indoeuropea verso occidente, si sarebbero formate le culture dei Celti e dei Siculi. Questi ultimi erano molto lontani dall’essere insediati nella Sicilia attuale. D’Angelo riporta:
“In Transilvania orientale vive tutt’oggi un popolo denominato Siculi (Szekely in rumeno e Sicui in ungherese), esso è concentrato in un’area posta a confine tra l’Ungheria e la Romania chiamata “Terra dei Siculi” (…).
Anche un’antica mappa, redatta sul finire del XVII° secolo da Luigi Ferdinando Marsili (che tuttora si trova nella biblioteca Universitaria di Bologna) riporta, sulla riva sinistra del Danubio, vicino alla Valacchia, un’area indicata come “Siculia”.
Vi sono elementi archeologici che evidenzierebbero che non si tratterebbe di una semplice coincidenza di nomi; ad esempio un piatto appartenente alla cultura cucutena dove troviamo raffigurato il triscele o triskell, la triplice spirale che ancora oggi è il simbolo della Sicilia (nella forma a tre gambe come nella bandiera dell’isola di Man) e dei Celti. La bandiera degli Szekely raffigura un sole munito di volto affiancato a destra da un quarto di luna calante, cioè con le corna rivolte verso il sole stesso, a fare dei due astri quasi una figura unica. Lo stesso simbolo è ancora oggi diffusissimo ed estremamente popolare nella cultura siciliana.
Il percorso che doveva portare questi antichi Siculi fino alla Sicilia è lungo e intricato, ma occorre dire che, sempre seguendo l’ipotesi di Claudio D’Angelo, prima ancora che esso iniziasse, prima che i Celti, i Siculi e altri popoli indoeuropei si staccassero dalla cultura cucutena, essa subì un’importante trasformazione.
Attorno al quarto millennio avanti Cristo, le popolazioni altaiche dell’Eurasia avrebbero inventato la monta del cavallo, trasformandosi da pastori in temibili cavalieri, e le ricorrenti siccità li avrebbero spinti a invadere le rigogliose terre occidentali. La necessità di difendersi dalle scorrerie di queste genti nomadi delle steppe avrebbe indotto una profonda trasformazione nella società cucutena proto-indoeuropea, che si sarebbe trasformata da matriarcale in patriarcale, perché l’uomo nel ruolo di guerriero, di difensore della comunità, vi crebbe notevolmente d’importanza.
In questo periodo cambia la tipologia delle abitazioni che sono fortificate e costruite in luoghi elevati, e sono denominate dagli archeologi “piccole fortezze”.
E’ inoltre a quest’epoca e a questa cultura che risalgono le tavolette di Tartaria che sarebbero il più antico esempio di scrittura conosciuto al mondo.
La pressione di nuove popolazioni fra cui i Cimmeri, costrinse i proto-Siculi a spostarsi più a ovest nel periodo temporale che va dal 3000 al 2200 avanti Cristo, nell’area illirica fin sulle sponde dell’Adriatico, dove avrebbero dato luogo alla cultura Vucedol. In questo periodo, per difendersi dai nemici, essi avrebbero posto mano alla costruzione delle prime mura megalitiche a protezione dei loro insediamenti.
Secondo D’Angelo, Siculi e Illiri erano in realtà lo stesso popolo. Un gruppo di Siculi-Illiri erano anche i Liburni, abilissimi marinai e pirati della costa dalmata, che preclusero l’alto Adriatico ai Greci e diedero parecchio filo da torcere ai Romani quando questi cercarono di sottometterli. Quando i Romani dovettero affrontare sul mare Cartagine, copiarono il modello di nave dei Liburni, e “liburna” assunse il significato generico di nave.
Dalle coste orientali dell’Adriatico, i Siculi si sarebbero spinti nella nostra Penisola attorno al millesettecento avanti Cristo, dando luogo a quella che gli archeologi chiamano cultura appenninica, caratterizzata tra l’altro dall’usanza funebre detta “inumazione a grotticelle”; i defunti erano sepolti in posizione fetale in una camera funeraria scavata in modo da ricordare l’utero materno. Tipo di sepoltura che probabilmente esprime l’idea della rinascita e della ciclicità dell’esistenza.
Costoro avrebbero trovato ben scarsa resistenza in un’Italia ancora popolata da radi cacciatori-raccoglitori di stirpe mediterranea, e avrebbero assoggettato gran parte dell’Italia centrale e meridionale, non ancora però l’isola cui erano destinati a dare il nome. Qui si sarebbero mescolati con gli autoctoni di stirpe mediterranea e frammentati in varie popolazioni fra cui Sabini, Aurunci, Ausoni, Sanniti e molte altre.
Secondo l’autore, sempre ai Siculi si deve la costruzione di imponenti mura megalitiche di alcune città dell’Italia centro-meridionale, note come mura ciclopiche: Alatri, Arpino, Ferentino, Anagni, Atina, Parco di Roccamonfina, Amelia (dove la cinta muraria romana è sopraedificata a più antiche mura megalitiche), Roca Vecchia nel Salento, Sessa Aurunca.
Questa tipologia di fortificazioni ideata dai Siculi-Illiri nei Balcani, certamente dispendiosa, dovette essere presto abbandonata perché in Italia non c’erano popoli che potessero allora minacciare seriamente gli insediamenti siculi, e in età romana le relative tecniche costruttive erano state del tutto dimenticate.
Una ricerca dell’Università di Tolosa sugli antichi pollini ha dimostrato che verso il 1250 a. C. l’area mediterranea fu colpita da una gravissima siccità che ebbe l’effetto di sconvolgere gli equilibri della regione, perché molte popolazioni pressate dalla carestia si riversarono su quelle meno colpite aggredendole. E’ a quest’epoca che scompaiono il regno miceneo e l’impero ittita e l’Egitto si deve difendere dalle aggressioni dei “Popoli del mare”. Tra questi troviamo anche i Shekelesh, che l’autore identifica coi Siculi.
Tuttavia, questo non deve aver arrestato la decadenza del regno siculo. Scacciati dal Lazio nel XI secolo avanti Cristo, i Siculi si sarebbero dovuti rifugiare in Sicilia.
Riguardo all’origine degli Etruschi, D’Angelo condivide almeno in parte la tesi di Erodoto che sosteneva fossero originari dall’Asia Minore, tesi smentita dalle odierne ricerche sul DNA che non hanno riscontrato nessuna parentela tra il patrimonio genetico etrusco e quelli anatolici. La loro cultura sarebbe invece un’evoluzione di quella villanoviana, a sua volta derivata da quella delle Terramare della Valle Padana. I Latini sono variamente indicati come “prischi Latini” o anche “Aborigeni”, il che suggerisce che secondo il pensiero dell’autore sarebbero stati discendenti delle popolazioni mediterranee che abitavano la Penisola prima dell’arrivo dei Siculi.
Il termine “Siculi” deriverebbe da “sica”, falce (ma anche pugnale, da cui “sicario”), ma sempre nel senso di falce abbiamo “sickle” in inglese, gallese, armeno, georgiano. Essi sarebbero dunque stati “il popolo della falce”, usata in agricoltura, e che avrebbe diffuso la pratica agricola in Italia e nel bacino mediterraneo, ma che, immanicata su di una lunga asta, poteva diventare un’arma da guerra temibile. I Greci si riferiscono a loro anche come “Pelasgi”. Questo era anche il nome che costoro davano alle genti che avevano abitato la Penisola ellenica prima del loro arrivo, e a varie  popolazioni tra le quali non sembrano esservi stati rapporti. Il mistero si chiarisce considerando la radice di questa parola, che verrebbe da “pellig”, alto mare (analoga a “pelago” in italiano), avrebbe dunque in realtà il significato di “popoli al di là del mare” o più genericamente “stranieri”, “non greci”.
Non ci sono molte testimonianze sulla lingua dei Siculi a eccezione delle tracce lasciate nel siciliano odierno. D’Angelo ritiene che la lingua dei Siculi fosse strettamente affine al proto-indoeuropeo. Il sanscrito non è in assoluto la lingua indoeuropea più antica, ma è la più antica di cui abbiamo una testimonianza scritta. D’Angelo ritiene di individuare circa duecento termini siciliani che presenterebbero una forte somiglianza con il sanscrito, e sarebbero un residuo dell’antica lingua dei Siculi, fra questi “Trinacria”, il nome che i Siculi diedero all’isola, che sarebbe riconducibile a un etimo che in sanscrito significherebbe “bosco”, “giardino”, “terra verde”.
Questo libro dovrebbe procurare una grande soddisfazione ai lettori siciliani che possono sentirsi gli eredi di un grande popolo, ma questo è vero fino a un certo punto: Quando i Siculi arrivarono nell’isola, essa era già abitata da popolazioni di ceppo mediterraneo, Elimi e Sicani: D’Angelo precisa che i Siculi erano una popolazione di ceppo indoeuropeo affine ai Celti, di taglia longilinea, di pelle chiara e capelli biondi, e non sembrano aver lasciato nei Siciliani di oggi, dove prevalgono nettamente le caratteristiche mediterranee, un’impronta genetica molto forte, ma è anche vero che spesso si trovano fra i siciliani alta statura e colorito chiaro in una misura che ad esempio la presenza dei Normanni in età medioevale non sarebbe sufficiente a giustificare.
Un altro aspetto del libro che lascia perplessi, è che in alcuni punti appare una ricostruzione storica fantasiosa, ad esempio le liste dei re siculi, le genealogie ricostruite sulla base di eponimi come Italo, Siculo, Dardano e via dicendo, o sulla base di riferimenti spesso ambigui e contraddittori degli autori classici che scrivevano a secoli di distanza dagli eventi narrati.
Sull’altro piatto della bilancia, va però messo il fatto che questo libro, oltre a presentare un’ipotesi interessante su capitoli poco noti della nostra storia, ma mette non solo la Sicilia, ma anche l’Italia e l’Europa al centro della civiltà antica, anch’essa, come molte tematiche che io stesso ho sviluppato su queste pagine, in contrasto con la tendenza prevalente nella storiografia “ortodossa” a privilegiare il Medio Oriente.

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Fonte: Fabio Calabrese - Ereticamente