Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

martedì 11 gennaio 2022

Dove siamo arrivati...?

 


La linea è non destinare legittimità e dignità a chi non è allineato.


Ci provo, ma non ci riesco. Provo a costruire un sistema che produca l’idea contraria alla mia. È un po’ uno dei miei motivi frequenti al cospetto di ciò che è diverso o contrario al mio pensiero. Di solito ci riesco. Magari impiego un po’, ma poi arrivo a percorrere una linea che a mia volta mi permette di affermare quanto avevo sentito sostenere da altri.


Non è un appello ad essere empatici o di superficiale valore da sbandierare alla prima occasione, ma a riconoscere quanto siamo fautori proprio della storia che vorremmo migliorare. È un esercizio utile. Dare dignità al diverso, dare pari legittimità, riconoscere la reciprocità delle nostre biografie è un gioco sostanziale, relativo al tentativo di comprendere le scelte degli uomini, di qualunque specie esse siano. Adatto a comprendere la verità dell’eterno ritorno. Un circolo vizioso che fa perno su un punto di facile individuazione: la lettura del mondo secondo interessi personali.


Per dare pari dignità al diverso, è necessario astenersi dal farsi prevaricare dalla propria moralità. È necessario prendere le distanze dal proprio sentimento separatore. Emettere un giudizio, attribuire perciò delle proprietà a quanto crediamo di vedere fuori da noi, ritenere perciò ci sia una realtà oggettivabile e oggettivata è esattamente quanto impedisce la realizzazione del mio intento, la cui sintesi potrebbe essere che il problema non è se una posizione è giusta o sbagliata, se un fatto è vero o no, ma in che termini lo è vero e in quali non lo è.


Tutte le nostre posizioni sono arbitrarie e fanno capo alla nostra biografia. Questa è un deus ex machina che per sua natura sceglie dal volume infinito dell’ipotetica realtà, dell’iperuranio direbbe Platone, i dati necessari alla sua sopravvivenza. Li prende, li allinea e ne conclude una certa verità. E un procedimento del quale non si ha consapevolezza. Ne deriva un campo con le sue regole, i suoi limiti e la sua verità. Che guarda a caso ben si addice a sostenere noi stessi. È una modalità ineludibile, la cui consapevolezza o meno genera però mondi diversi.


Non si tratta però di ardire all’astensione del giudizio, quanto piuttosto di non identificarsi in esso. Tutte le posizioni ci sono già: come sarebbe possibile che la nostra abbia più ragione d’essere di quella affermata da altri? Evitare di identificarci con il nostro giudizio significa non concedere ad esso il diritto di sopraffazione.


Acquisire le consapevolezze necessarie a riconoscere la centralità egoistica del cosmo, la sua ermeneutica, la sua episteme, comporta un processo possibile a chiunque sia motivato a questa ricerca, nonostante il nostro humus culturale non la agevoli. In ogni caso, per certi aspetti, già lo pratichiamo. In esso risiede il motivo per cui non ci puniamo, per le nostre mancanze di un tempo. Ne comprendiamo invece le ragioni e semplicemente ne prendiamo – consciamente o inconsciamente – le distanze. Come se il nostro io di allora non fosse più quello di ora. Giustificare ciò che facevamo e credevamo ci è possibile in quanto ricostruiamo la struttura di circostanze che ci ha condotto a certe scelte. Nel medesimo modo tendiamo ad accettare i misfatti compiuti da altri. Con queste modalità possiamo perciò riconoscere come allora e come ora, giocando su campi differenti ai nostri differenti comportamenti, diamo, nel loro presente, tutta la dignità e legittimità possibile. E quanto, al momento delle affermazioni, sempre siamo in grado di difenderle, se necessario fino alla sopraffazione di chi non la pensa come noi.


Dunque, è sufficiente cercare nella nostra biografia, e nella relativa autoindulgenza, per fare esperienza di cosa significhi riconoscere che l’autoreferenziale campo in cui ci muoviamo non può avere maggior diritto su quelli dei movimenti altrui; come sia possibile realizzare la pari dignità tra noi e il prossimo. Se poi si ha l’interesse a coltivare il tema, si arriva anche a vedere che l’altro da noi non è che un noi in altro tempo, spazio e forma. Esattamente come eravamo noi quando facevamo cose che ora aborriamo.


Il processo di presa di coscienza in questione è di tipo evolutivo. In esso è implicato un gradiente di benessere – tanto individuale, quanto sociale – altrimenti precluso. Gradiente che viene meno quando ci sentiamo obbligatoriamente impegnati a difendere le nostre verità, e, se necessario, anche ad attaccare. La difesa di un’idea, di una scelta, di una posizione impedisce il riconoscimento delle ragioni altrui, è il contrario dell’ascolto, e mantiene il conflitto come standard di vita. E, con il conflitto, la sofferenza che questo implica. Attivare il processo della reciprocità, smorza o annulla le difese a priori che applichiamo alle nostre scelte, tendendo così a ridurre le ragioni dei conflitti. Alza quindi lo standard del benessere, della serenità, della forza.


Nonostante la mia propensione a riconoscere in che termini è vera un’affermazione contraria alla mia, questa volta mi trovo in difficoltà. La sola struttura che riesca a ricreare, che comporti quanto mi sono sentito recentemente dire, è ancora un giudizio: miseria. Mia e sua.


Ho chiesto a un amico – corpo d’élite italiano, e forse più – che so pensarla diversamente da me in merito a tutto, un commento su alcuni articoli che ben rappresentavano la mia posizione su alcuni aspetti dell’attuale situazione socio-politico-pandemico-sanitaria. Mi ha risposto che erano un elenco di luoghi comuni, ha stigmatizzato il blog che li aveva pubblicati, ha fatto del sarcasmo su una delle affermazioni presenti in uno degli articoli. Anch’essa idonea a rappresentare la mia preoccupazione.


Quando gli ho sottoposto gli articoli, pensavo avrebbe preso qualche affermazione in essi contenuta per argomentare perché non la condividesse, perché fosse errata. Speravo mi dicesse come in effetti stessero realmente le cose. Non l’ha fatto. Non era la prima volta che risolveva in quel modo fuggitivo le mie richieste di sue critiche. Dopo la sua risposta – chiamiamola così – vuota di argomenti, si può concludere che quegli articoli, che per me erano tutto, per lui erano niente. Non meritavano attenzione. Non contenevano una posizione da considerare se non liquidandoli come va di moda ora, senza una ragione.


Erano tutto perché esprimevano una posizione lontana ed estranea alla narrazione governativa. Esprimevano un pensiero che, invece di essere negato, quando non deriso o totalmente travisato (1), avrebbe dovuto essere preso in considerazione in quella narrazione, da quell’élite. Che se i narratori non si erano mai occupati di quelle critiche, avrebbero dovuto esserne invece interessati.


Era una considerazione che poggiava le sue basi sulla democrazia, sull’imparzialità delle istituzioni, sul serio tentativo di ogni governo di tener contro di tutto il popolo che comanda, sul semplice fatto che riferiva argomenti. Ma, a ben guardare, era una base evanescente, quantomeno anacronistica e – ammesso sia mai esistita – ormai antistorica.


Gli articoli sottoposti al mio amico (3, 4, 5, 6) mi parevano idonei per rappresentare dove eravamo arrivati con le politiche da lui condivise, dal governo da lui sostenuto. A mezzo di quei pezzi avrei – credevo – avuto modo di sentire come la Costituzione non sia stata scavalcata, perché non era stato utile e necessario dire e sostenere menzogne sul vaccino e sulla tessera verde, sulla loro efficacia, sulla loro durata, perché era stato giusto ridurre e privatizzare il sistema sanitario, perché era stato giusto mentire sulla mascherina all’aperto, sostenere la segregazione anche entro la propria città, perché dopo le contraddizioni tra scienziati ed esperti non è stato considerato necessario attuare ripensamenti sulle scelte compiute e sulla squadra del Comitato Tecnico Scientifico, in che termini la stampa aveva fatto bene a divenire passacarte, quanto era stato giusto e doveroso colpevolizzare chi voleva legittimamente rinunciare ai rischi vaccinali, perché avevano fatto bene a tacere su questi, perché era stata scelta oculata non ascoltare chi aveva trovato cure efficaci, come mai, viste le esperienze delle guarigioni domestiche, non hanno voluto agevolarle. Allungare questo elenco è tediare e chiunque può considerevolmente implementarlo.


Per comprendere il disinteresse del mio amico ad un dialogo sui punti critici presenti negli articoli o ad esso riconducibili, era sufficiente cancellare la legittimità della base su cui poggiavo la mia idea. Democrazia, Repubblica parlamentare, Sovranità nazionale, Diritti inalienabili, Costituzione, sono concetti obsoleti anche se si guardano bene dal sopprimerne i nomi. A queste condizioni potevo comprendere la posizione del mio amico. Per poter realmente liquidare un confronto, doveva affermare il campo in cui Democrazia, Repubblica parlamentare, Sovranità nazionale, Diritti inalienabili, Costituzione non hanno valore.


La politica sta navigando in una direzione contraria alla rotta che ci avrebbe condotti verso lidi più umanistici che questo malcontento profondo induce a sperare. Ha scelto di solcare linee in mano ai potentati economico-finaziari. Stiamo perciò andando dove l’individuo e la sua dignità non saranno che un dato utile o inutile al sistema economico. Gli scartati saranno elemosinati con un sussidio ricattatorio. Gli abili – a scadenza temporale – saranno spremuti, e sostituiti a piacere. Alcuni saranno nobilitati con premi, destinati soprattutto ad alimentare la loro superbia e il loro buonismo. Superbia nei confronti del fu sottoproletariato, un tempo fascia minore, ora fascia sociale maggioritaria. Buonismo, nei confronti della medesima fascia. La contraddizione tra il loro sentimento e la loro facciata non li scompone: siamo sempre noi stessi e il filo rosso della nostra biografia ce lo conferma.


Tanto è vero che il processo evolutivo è affare individuale, così, per l’aspetto politico, si può concludere che andremo a finire dove il potere della politica vorrà. E non vuole intendere altro che non sia superbia e buonismo. La prima, perché sapranno dare dei disadattati a chi non sta alle regole del loro campo, la seconda, si riterranno i fautori di pensieri globalisti, i soli, a loro dire, necessari al bene comune.


Vorrei chiedere al mio amico ancora una cosa. Cosa pensa dell’editore, quello che ha ritenuto opportuno pubblicare gli articoli che ha liquidato senza alcuna dialettica e in poche parole: “Ho letto ma non vedo novità e non mi affaticherò a fare l’esegesi di questi testi, prodotti da quel faro delle libertà che è Arianna editore; insieme a truismi e a qualche fatto ci sono risciacqui di luoghi comuni fra gli apoti”, se nel novero della sua rassegna stampa è inclusa La Repubblica (1), il suo giornale.

 

Dopo aver consultato il mio amico per un parere su quanto letto negli articoli che gli segnalavo, ho visto Come un gatto in tangenziale. Se quanto scritto qui non è chiaro, buona visione.

  • Ma è populismo. Leggi non conta nulla.

  • Eh, sì. Temo risponda il mio amico.


Lorenzo Merlo


  1. https://www.repubblica.it/cronaca/2022/01/08/news/l_identikit_del_no_vax_basso_livello_socio_economico_e_di_istruzione-333086915/?ref=RHTP-BH-I322793271-P2-S1-T1.

  2. https://www.ariannaeditrice.it/articoli/covid-sorpresa-in-africa-la-strage-non-e-mai-avvenuta

  3. https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-boom-economico-italiano-e-l-inflazione

  4. https://www.ariannaeditrice.it/articoli/per-sessant-anni-non-mi-sono-mai-interrogato-sulla-mia-identita-sessuale

  5. https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-situazione-e-la-seguente

  6. https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-governo-alza-il-livello-dello-scontro

lunedì 10 gennaio 2022

Pensieri parole aforismi e... circostanze!



Circostanza: stanza circolare dove sentire l’essenza della circonferenza in trascendenza

la stanza migliore è quella vuota. manteniamo le nostre stanze leggere, arrediamole il meno possibile, ci renderanno liberi. è limitando il numero delle cose intorno a noi che ci si prepara ad accogliere l'idea di un  mondo infinitamente più grande. 

il mio laboratorio è pieno di tutto quello che ho raccolto in questi anni, vecchie moto vespe biciclette vecchi mobili oggetti sterei amplificatori casse anni 70 dischi manifesti fumetti oggetti di modernariato opere sculture quadri semi terre attrezzi strumenti musicali e altro, tutta roba di cui cerco di disfarmi perche sono sempre piu affascinato dal vuoto zen. 

la liberazione è percepire che siamo stati fortunati e felici, toccavamo il cielo con un dito e non ce ne rendevamo conto, eravamo su un altro pianeta. 



il turbo-capitalismo ci spinge all’appagamento dei sensi solo attraverso il continuo consumo di merci di ogni tipo senza badare all’economia circolare e all’ecologia profonda degli sguardi e delle parole, scambiati liberamente. immaginare raccontare la nostra terra e le nostre vite è una chiave concreta per salvarci da questo mondo in questa particolare curva dell’antropocene. sguardi e parole in questo fluire incessante di cambiamenti, immagini di futuri plausibili in un sistema di relazioni interattive. un modo di raccontate in un dialogo che moltiplichi i punti di vista e che dia il senso della complessità e la pluralità dello spazio e del tempo e che guardi alla totalità degli esseri e delle cose.  



disabitudine sarà perderci nella mancanza di abitudine, disarmonia la mancanza di felicita, appuntamento disdetto al metro cubo d’aria seduto al nostro posto, ennesimi e sorprendenti. meglio le metamorfosi di tutto ciò che esiste in tutto ciò che esiste, meglio brancolare nel buio dell’apparenza e dell’inconsistenza con la speranza di essere catturati da un vortice di danza nella nebbia. 



un lungo viaggio col vento forte in un luogo con fiori senza nome dove le feste hanno perso la loro funzione primaria originaria. il vento forte della contemporaneità, il consumismo ossessivo e i ritmi di vita spesso esasperati che siamo costretti a sopportare. il lungo viaggio delle feste e delle tradizioni che hanno viaggiato per millenni. sembriamo scemi in realtà lo siamo veramente. troppo avanti e troppo indietro allo stesso tempo. all’ homo oeconomicus e consumans possiamo aggiungere serialibus e achepalus con tanto di certificazioni di qualità e idoneità, come le merci e i servizi. come del resto già avviene con la formazione industriale delle nostre scuole con la conseguente uniformizzazione del pensiero. noi siamo unici e irripetibili. si tratta di un lavoro di archeologia delle relazioni sociali, di artigianato della cultura che ricostruisce pazientemente reti emotive attraverso il potere del linguaggio universale esistenziale. 

la birra fresca libera la zucca e altri mille girasoli stelle filanti e forme di fiori. l’ebrezza e la condivisione corale nella gioia estatica e vitale nella musica e nella danza, l’alternanza ciclica duale buio e luce. leggiamo la terra il cielo, la vita, i libri che ci portiamo dietro, le voci che ci parlano dell’universo, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, di noi. delle piante e delle stelle, avanti e indietro nel tempo e nello spazio, una peregrinazione nomade, scientifico poetica con la bussola della curiosità, dell’empatia e della consapevolezza.

ieri sera ho rovesciato tutto quel che ho raccolto durante il giorno qua e la nel mio cesto lettere parole paradossi e metafore in un groviglio chiassoso e informale ho riletto tutto prima di addormentarmi come sono _come suono_come risuono_ vedo_guardo_ sento _suono_ sono oggi-senza-cellu-lare-mare-neo-hippy-dodici-ore-appena-tornato-altra-dimensione




guardo sempre con occhi nuovi ogni mattina quando mi sveglio, sono io che scrivo, le parole le cerco e le trovo, questo è amore questo il mio mantra (nou au) 

ogni oggetto sembra in attesa di una vita che forse non tornerà mai, per scoprire sia intorno a noi sia dentro di noi variazioni e invenzioni che si susseguono che vale la pena leggere in contemporanea. 

si sente il calore emanato dalla terra delle mura quando all’imbrunire cala la frescura. 

quarto capitolo, il balcone si affacciava insieme ai fiori, lei si fermava i capelli guardando il sole nei paraggi, l’amore premeva dal profondo verso una nuova fioritura, un posticino nel cuore da qualche parte poteva pur esserci. 

di già, qua e là, sotto sopra, avanti indietro, in alto e in basso, a destra e a sinistra: il mare immenso, immenso strumento d amore, immenso strumento musicale, la parola vi giace insonne nel luogo ove più facilmente si raccolgono le emozioni: il tempo. 

cercatori di cuori rari naturali spinti da istinti ad amare gli istanti 

seduzione e gentilezza nella danza delle stagioni la vocazione del tempo il canto dei passi nel silenzio della strada. 

performance costruita su una sequenza di azioni fisiche e quotidiane dal tratto simbolico giocate sulla temporalità di ritmo cadenza e pausa. nello spazio architettonico linee pieni vuoti, luci e ombre, il corpo si offre al movimento come un rilevatore di rapporti, una mappa attraverso la quale leggere e decifrare l’ambiente e l’immensa regressione, quel che cerchi è dentro di te il resto è nel frigo… 

antro-pop-logia le due frasi piu famose del mondo sono I love you e made in china, entrambe non offrono nessuna garanzia! 

popsophia ermetica il principio del vuoto all’orizzonte degli eventi nel fuso delle necessità, l’avventura dell’astrazione completamente vuota senza memoria, niente più di una storia può trasformare una vita. 


il tempo è una prigione dalla quale ci illudiamo di evadere finché il sole della giovinezza rischiara l’orizzonte, c’è un filo logico e la gente c’inciampa, dall’invisibile realtà del continuo infinito presente, da millenni… 

la danza è una disciplina con la quale attraversare l’esistenza per comprendere e partecipare delle ragioni che sottostanno ad essa. è una rappresentazione simbolica della manifestazione universale e nello stesso tempo una via per la trascendenza; entrambi gli aspetti fanno di essa un arte sacra. 

il principio del vuoto all’orizzonte delle necessità, chiudiamo gli occhi e vediamo ciò che vediamo, possiamo vedere noi stessi come in un libro pop up saltano fuori figure mitiche personaggi assurdi, gobbi storpi donne bellissime bambini pestiferi vecchi contorti e vecchie matrone acide e consumate e poi odori suoni rumori sfumature del cielo lo sfrusciare dei vestiti il sapore del cibo la durezza della terra. tutto cesellato e scolpito fin nei minimi particolari che rimane ancestrale arretrato composito nei suoi innumerevoli riti nei suoi polimorfici simboli e nelle millenarie tradizioni dei paesi spaesati. 

poly(u)tropon nell’invisibile realtà del continuo infinito presente c’è un filo logico e la gente c’inciampa da millenni. il tempo è una prigione dalla quale ci illudiamo di evadere finche il sole della giovinezza rischiara l’orizzonte per questo se chiudiamo gli occhi per vedere ciò che vediamo potremmo vedere noi stessi. nelle linee che ci liberano dall’infinita regressione dell’io quel che cerchiamo è dentro noi stessi, il resto è nel frigo. 

scopriamo la città dal mare e il mare dalla città, in due è più bello! 

anche oggi il suono del mare è meraviglioso d’altra parte l’autunno e la primavera nella danza delle stagioni sono i mesi dell’armonia cosmica e nell’alternarsi di giorno e notte la luce e il buio sono equivalenti e si equivalgono. 

ascolto il mare immenso strumento musicale, immenso strumento d’amore. 

tutte ste storie per un pò di vino quando viviamo del nulla per il nulla nell’attesa… del nulla. 

poi hai scelto il rosa! il vento il mare il sole la sabbia canto armonioso forte d’amore. il cielo per cuscino malarazza dj licosa tarantula e malmignatta in casca la terra tutti giù per terra. 

terra che scorre cerco di cogliere un raggio di luce con una bottiglia tutto si muove intorno a noi cosi si va verso le stelle sic itur ad astra paziente sapienza l’opera che mette ordine al caos attraverso gli anni sessanta il filo invisibile dell’invenzione delle nuvole nell’orto delle quattro stagioni con dea madre e spiritus mundi.


messico e nuvole. attraverso gli anni sessanta da inquilino fuori posto, poco incline alla retorica e alle ideologie, agli entusiasmi del consumo e all’efficienza appagata del boom quale che sia l’idea, c’è una sola parola per esprimerla: transizione, verso un tempo curvo che sembra non avere né inizio né fine corrente di un fiume che conduce alla foce e alla sorgente. 

tutto è sospeso tra il punto d’origine e l’infinito blu egizio sintetico e cangiante riproduce il mare e da l’effetto dell’acqua in movimento, come rito di purificazione dell’anima e del peso della materia, scivolando tra le realtà navigando verso un flusso della vita irreale atmosfera fiabesca nella magica isola dei suoni, i sensi ci fanno percepire ciò che gli occhi non vedono. 

sonosfera. i sensi del mondo, i tamburi tribali elettroacustici determinano il paesaggio sonoro del villaggio globale, nella somiglianza del mondo al significato del significante. 

un lago abbracciato al cielo da terra e colline che si perdono all’infinito legato alla leggenda di un uomo che si innamora di una donna anche se terribilmente complicato, i sogni e la fiaba come i film servono a dire la verità. 

oggi casa invasa da troppe carte, fogli, giornali, giornali, giornali, parlano di pillola magica, da accumulatore seriale sto scaricando una cassetta dal portabagagli costretto a svuotare per una foratura. 

vorrei leggere tutta la mistica selvaggia, splendore trascurato del mondo. 

la mia missione è quella di intromettermi spero con discrezionetra quei polpastrelli della mano che tengono la penna e il foglio. 

il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo. la forza del mito è nella sua inesauribile proliferazione di significati. la sua assolutezza fino all’astrazione e di per se simbolica in realtà nasconde una molteplicità di piani di lettura. 

le visioni del mondo, del tempo in cui nacquero quelle narrazioni e anche le informazioni che ci trasmettono oggi della società, dei modi di pensare dei modelli di comportamento. il mito continua a interrogarci e noi non cessiamo di interrogarlo come romanzo globale. 

ascoltate tutti quanti: tutto scorre sotto il disordine della realtà, attorno a un tavolo, son partito di sera con la luna in mano e il mio amico asino. 


la natura si racconta ogni giorno a chi sa leggerne i segnali che richiama alla mente: tempo tempo, cos’è il tempo? gli svizzeri lo fabbricano i francesi lo accumulano gli italiani lo perdono, per gli americani è denaro, per gli indiani non esiste, sapete che vi dico? il tempo è una truffa! 

ieri leggevo che chi guarda col cannocchiale e vede cose diverse di quel che vediamo noi può insegnarci molte cose. se poi vogliamo condividere e discutere le conclusioni, lo faremo con rispetto a quelli che hanno aperto la strada, sulla quale ci prepariamo ad andare, valutando il procedimento a posteriori, sulle basi degli argomenti, confrontando le conclusioni. anche se spesso capita che lo spirito del dialogo tra chi guarda dal cannocchiale e chi si rifiuta di guardarci sia poco proficuo e quindi a volte possiamo dire a chi guarda col cannocchiale che potrebbe pure non usarlo. 

cosa resta del mare, una volta abbastanza, la scelta giusta dove sono le lucciole girasole delle meraviglie. ci ritroviamo a fronteggiare un tempo curvo che sembra non avere né inizio né fine, corrente di un fiume che conduce alla foce e alla sorgente. 

l’esistenza sembra attutirsi d’intensitàsfumando la distinzione tra finzione e realtà, con la consapevolezza che anche le pagine invecchiano come le cose vive: si sgualciscono e avvizziscono. 

facciamo spazio, tempo curvo intenso forma del silenzio converso convesso di già di qua e di là di sotto e di sopra in alto e in basso a destra e a sinistra avanti e indietro convesso converso. vi arrivano poeti e tornano alla luce con i loro canti e li disperdono per il mondo. 

di queste poesie mi ci resta quel nulla dell’infinito istante inesauribile segreto che ricorda la grandezza della natura ed i limiti di chi vi si addentra. 

cercatori di cuori rari naturali spinti da istanti ad amare gli istanti: siamo. 

quando ci piace un fiore lo innaffiamo tutti i giorni una frase alla quale possiamo dare mille significati. quando amiamo la vita, la viviamo giorno per giorno. quando amiamo il nostro essere, lo nutriamo ogni giorno. quando amiamo la natura siamo delicati con lei sempre. 

una nota blu in chiave minore abbiamo un raggio di luce da percorrere. ognuno do noi ha un raggio di luce da unire in un grande sole centrale



il suono del mare apre i chakra equilibra il karma purifica l’aura


Raccontò anche la storia della scimmia che vide un riflesso di se stessa nello specchio e che sorpresa per un immagine così orribile, dipinse lo specchio con del rossetto per rendere l’immagine più bella. Dato che l’immagine continuava a essere la stessa, la scimmia finì per diventare pazza e, più pazza era, più brutta diventava l’immagine. Si mise a correre attorno allo specchio e alla fine si accorse che quello che stava vedendo era un riflesso, un’illusione, ed allora si mise a ridere. Guardò lo specchio e più rideva più diventava bella l’immagine.

come in un film inondato di luce e di grazia, che tratta di quattro elementi che inondano letteralmente lo schermo: la terra presente, coltivata e non, che si accavalla ad onde fino a perdersi all'orizzonte e all'infinito, fino a trasformare gli esseri umani in puntini colorati, insetti sgargianti pressati sul terreno

solo l’inchiostro cavalca il mio spirito mi muovo lento e a fatica nel bosco di linguaggio con il falcetto raccolgo lettere e parole che ammucchio sui fogli bianchi di quaderno in lontananza intravedo un gran cespuglio: traiettorie indissolubili deviano il flusso di alberi di canto immaginari immersi nel paesaggio sonoro sfondo dipinto del mondo circostante dove il vecchio fiume scorre ancora nel pesante baule di una lumaca almeno per questa sera viaggio nel suono della notte aprendo la via al suono interiore dei sogni e dei colori nella continua ascesa verso la libertà dalla materia. consapevole attenzione guida la riscoperta della memoria dove i pensieri restano immobili in istanti senza tempo: natura e spirito, spirito e natura danzano insieme, gloria allo spirito, gloria alla natura. la nave salpa e attracca in un altro porto e un nuovo nome soppianta il precedente: nella valle del pensare ho perso il bandolo della matassa e ora restiamo un po in silenzio per accedere all’incirca. l’ingresso è dopo il bar. lo stiamo ancora cercando passeggiando per erbe selvatiche nelle marche di brodolungo e ciocchecciò: ciambellone pesche sciroppate vino cotto. nella bella piazza le rondini garriscono allegre al suono dell’acqua dalla grande fontana centrale guardiamo oltre l’infinito la poesia della terra nella terra della poesia. 



i dolci amanti usciti dalla folla cittadina si avviano per la collina tramontate le stelle un FLUSH che squaglia l’istante come l’asfalto al solo agitarsi oltre la segreta linea. il pensiero debole del selvaggio colto o il pensiero colto del selvaggio debole a noi la risposta. quando parto ho uno zaino vuoto e torno a casa che lo zaino è pieno. difficile descrivere i doni ricevuti, con l’occhio del tempo guardo attraverso questo caleidoscopio di emozioni. sono partito verso una destinazione ignota non conoscevo nemmeno il nome del paese dove avremmo soggiornato. ero contento di conoscere nuovi amici senza nessuna aspettativa. dal primo istante ho sentito sintonia armonia. bello il paese,il panorama intorno è stupendo e il vento.., amo molto il vento. persone che arrivavano anche da lontano e tutte collegate da un filo invisibile. era come stare a teatro sul palcoscenico con altri personaggi o come in un giardino caotico e spontaneo, bello proprio per questo! 


abbiamo poco tempo per la fretta abbiamo altro a cui pensare la nostra zappa ha un tempo lungo e il suo ritmo è lento e ci avvolge in una nuvola di fiori coltiviamo empatia linea precisa e netta basta spostarsi di poco dal fiume e dalla sua corrente miracolo di una nuova vita, siamo quel che siamo in ogni momento polvere al vento. la polvere delle strade ha lasciato nella mente più di un granello di sabbia d’oro: amo le cipolle, nessuna stella nel cuore, amo la terra calda e rovente spesso lontana. mai stato zitto il campagnolo si specchia nella terra e la farfalla si libra sulla luna incespicando nelle stelle che giocano con la luna dei gemelli. il suono della terra nell’attesa del respiro algoritmo di un bacio senza spazio per lanostalgia, nuova utopia d’amore e nuovo orizzonte di vita per interiorizzare esperienze ancestrali arcaiche seminiamo ancora seminiamo sempre segni onirici realizzabili e non realizzabili complessità di ragionamenti che si fanno percorsi di vita individuali e collettivi: zenzero cannella e chiodi di garofano al profumo di bergamotto, nero è meglio! come la liquirizia e la pecora nera…



entrando in contatto con culture a noi sconosciute che aspettano ancora di essere decifrate e comprese, senza più muraglie vie impervie e rotte minacciose, senza limiti, ne abbiamo bisogno per vedere il mondo e farci vedere dal mondo. con osservazioni persuasive e sintetiche efficaci ed espressive esortazioni corti assemblaggi di informazioni precisi desideri formazioni di opinioni. bansuri sitar tamburo piattini armonium nel sacro rito della visione collettiva iconici minuti e consapevole attenzione guidano la riscoperta della memoria dove i pensieri restano immobili in istanti senza tempo: natura e spirito, spirito e natura danzano insieme, gloria allo spirito gloria alla natura. nella terra del cuore e del sogno giu alla piazza non cè piu nessuno una voce fuori dal coro misterioso quanto il desiderio umano, l’essenza della solitudine. i tempi stanno cambiando e la risposta soffia nel vento dei cesti di paglia del pane di una volta. la stiamo ancora cercando nelle campagne passeggiando per erbe selvatiche un due tre tutti giu per terra oltre la segreta linea della plastica. 



difficile descrivere i regali ricevuti ho sempre la sensazione che qualcosa possa decantare. con l’occhio del tempo guarderò attraverso questo caleidoscopio di emozioni, esperienze input e so che qualcosa prendere forma e sara modellato dalla mia passione e dal mio talento. sono partito verso una destinazione ignota non conoscevo nemmeno il nome del paese dove avremmo soggiornato. ero contento di conoscere nuovi amici senza nessuna aspettativa. la gente è il vero patrimonio artistico della citta, le relazioni umane che ho intessuto mi hanno arricchito e nutrito. 

scrivo su uno scassato intercity che si è perso nel cuore della notte mentre basella e perilla cercavano il senso d’urgenza con l’acqua che balla e l’albero che suona alla luce della luna con i pianeti allineati nel cielo pieno di stelle. il treno si è bloccato in mezzo al niente si è fermato a riposare ogni giorno tutti i giorni: a me piace, a te piace insieme/assieme a noi piace. ogni volta cantiamo viaggiando i paesaggi sonori: mandorle fichi secchi uva passa pan di spagna allo zenzero con succose more rosse raccolte nel bosco sul far della sera la pienezza dell’essere come vuoto all’infinito in ogni direzione mai sempre qualche volta raramente di solito spesso adesso/ora un po più tardi nei paraggi cinque metri più in la della dissonanza cognitiva e finalmente possiamo sentire il suono della terra in attesa del suo prossimo respiro di lavoro in lavoro di stagione in stagione raccogliamo il frutto dell’uomo. abbiamo attraversato campi su campi coltivati a pannelli solari che non fioriscono mai, siamo arrivati sulla via delle ginestre d’asfalto grigio e scuro e sulla via delle orchidee vicino alla fabbrica del cemento ci siamo fermati a comprare i sacchi rossi per le patate.. 

scrivo su uno scassato intercity che si è perso nel cuore della notte, catturato da un vortice spazio temporale. giorni fa in una bella masseria del 700 di monteroni ai giardini di sant’oronzo con giovanni motozappa e mimino glifosato a spremere il primitivo ed assaggiarne la succosa essenza d’umore d’amore. nel frattempo basella e perilla cercavano, in giro con l’ape per le vie di lecce, il senso d’urgenza senza trovarlo, premiate con l’acqua che balla e l’albero che suona, pasticcio di maccheroni e torta mandorlata. ho dormito in un vecchio camper del 90, un tempo di due artisti circensi, un mangiatore di fuoco e una donna barbuta sempre piaciuta, man mano, di mano in mano fino ad arrivare a cosmo centrale nella periferia del gruppo locale. Il camper si chiama madame così ho iniziato a immaginare questa donna anziana colorata e agghindata che mi raccontava storie d’amore e di vita seduti su una sdraio sotto l’albero d’ulia nel silenzio ovattato del caldo pomeriggio o al canto dei grilli la notte alla luce della luna sole nottambulo, con i pianeti allineati nel cielo pieno di stelle: mara l’acqua de la funtana è mara mara… ca se nunnera mara jeu me la bivia… il treno si è bloccato in mezzo al niente nel buio della notte vicino foggia e non si sa cosa sia successo, forse si era stancato e si è fermato un po a riposare, ora è ripartito, va piano! sembra ancora stanco, chissà se ce la fa tutti i giorni ogni giorno, ogni giorno tutti i giorni: a me piace, a te piace insieme/assieme a noi piace. ogni volta che mi trovo in una piazza canto viaggiando i paesaggi sonori che incontro: questa ninna a chi la do… mandorle fichi secchi uva passa pan di spagna allo zenzero con succose more rosse raccolte nel bosco sul far della sera la pienezza dell’essere come vuoto che si continua all’infinito in ogni direzione mai sempre qualche volta raramente di solito spesso adesso/ora un po più tardi mangiamo la mela nei paraggi cinque metri più in la della dissonanza cognitiva gocce che cadono dopo la pioggia. si diletta chi cerca sensazioni nel giardino delle emozioni. in-ten.si-ta: passeggiamo al ritmo delle foglie che cadono, nuotiamo nel vuoto e gustiamo il dolce sapore del nulla, essenza dell’infinito stupore dinamismo dell’amore di anime solitarie che si incontrano in una unica viandante tra le pagine bianche del tavolo, finestre verso la libertà. afferriamo l’aria e mettiamola in tasca e finalmente possiamo sentire il suono della terra in attesa del prossimo respiro, di terra in terra di madre in madre, di figlio in figlio, di arte in arte, di parte in parte, senza lei non posso vivere. di lavoro in lavoro, di stagione in stagione, raccogliamo il frutto dell’uomo per dare un saggio alla nostra anima. il nostro mondo è faticoso si zappa si coltiva si costruisce si cucina si canta si racconta si balla, un mondo di piccole cose semplici fatte con passione e armonia. con il rumba box abbiamo attraversato campi su campi coltivati a pannelli solari che non fioriscono mai, siamo arrivati sulla via delle ginestre d’asfalto grigio e scuro e sulla via delle orchidee vicino alla fabbrica del cemento ci siamo fermati a comprare i sacchi rossi per costruire una casa di terra e il tipo del negozio mi ha detto che cercava il mare calmo e ha trovato me e se restavo per la notte mangiavamo le ricotte… 



oggi il mare è verde e selvaggio come i suoi monti: mareanima fievolmente offuscata da granelli di sabbia che la luce illumina traccia analogica memoria dell’infinito istante mentre passeggio sulla spiaggia canto a loop: respiro nuvole pezzi di cielo persi nel vuoto noi abbiamo il tempo voi avete gli orologi facciamo quel che possiamo con quel che troviamo respiro nuvole pezzi di cielo persi nel vuoto per scoprire il bello cammino lentamente soffermandomi ad ascoltare, per avere tempo di pensare approfondire amare guardare, a volte la bellezza si cela nel non fare o almeno nel fare il meno possibile. lentezza solitudine silenzio azione minima efficienza massima sabbia soffice e fine profumi inebrianti, la spiaggia e il mare guidano lo sguardo il vento linea d'orizzonte incontro chiarimento dialogo confronto riconoscimento su quello che siamo pensiamo e vediamo alleniamo cuore e mente a cogliere i fili dell’invisibilità, legati da un grande senso di fraternità tra noi e la terra che ci ospita come tante piccole gocce che si incontrano per formare gocce più grandi mappa mentale di paesaggi interiori per sentire il luogo e vedere con la mente anche quando la realtà stringe la situazione.

il giallo è il colore della gioia, della follia tanto da sottolineare: io mi fermo qui, qui dove vivi tu, metafora della libertà: i sentieri secondari sono quelli che ci portano fuori dalla strada maestra, anche se impervi ci consentono di scoprire molte cose. bisogna rischiare per essere liberi come non mai.

Ferdinando Renzetti



sabato 8 gennaio 2022

Scioperi sindacali (dietro le quinte)

 


Tempo fa mi chiedevo se  i sindacati (quei tre regolamentari riconosciuti dai padroni), di fronte alla violenza padronale che si esibisce con i licenziamenti in massa attraverso la posta elettronica, avrebbero cercato di assolvere alla loro funzione.

La sciopero generale del 16 dicembre, mi apparve come mossa positiva di mobilitazione. Un primo passo importante.

Un primo passo. Rimasto ad oggi un solo passo. Nel frattempo i padroni hanno continuato come se nulla fosse. I tre sindacati hanno alzato la voce e hanno intimato al "governo" di farli sedere ad un "tavolo".

Il "governo" ha fatto capire che non ha tavoli e ha licenziato con una "e-mail" i suoi lavoratori dell'ex Alitalia.

Qui è successo un finimondo, uno dei capi sindacali si è arrabbiato davvero ed ha urlato "il vaccino deve diventare obligatorio". Gli esperti stanno decifrando il significato del messaggio. Alcuni, preoccupati, ipotizzano sia in codice come quelli di Radio Londra alla Resistenza Europea.

Il "governo" ignorante di Storia, ha preso alla lettera il messaggio e sta obbligando i vecchietti a vaccinarsi, pena € 100 di multa.

Io, che ascoltavo Radio Londra, non ci sono cascato. Aspetto il seguito del messaggio sindacale in codice, pronto a insorgere contro il fascismo e l'annesso "governo".

Giorgio Stern



martedì 4 gennaio 2022

Orfismo pitgorico e musica

 



In questo periodo ho iniziato ad ascoltare tarantelle lucane antichissime che si rifanno all'orfismo pitagorico di cui sto analizzando le formule matematiche per vedere se corrispondono al linguaggio e alla metrica dei brani. appunto si dice che il teorema di pitagorica vada rapportato all'armonia dei quattro suoni prodotti da una corda divisa prima a meta e poi in tre parti e infine in quattro parti. 

Sono quattro note. queste antiche tarantelle ci sono state tramandate da uno psicomago musicista pitagorico, antonio infantino vissuto a tricarico, assieme ai tarantolati di tricarico, gruppo di ricerca attivo dai primi anni settanta. ho elaborato anche un esperimento con i bicchieri e ho usato, per semplificare, misure diverse da quelle di gaffurio che sono 16 12 9 8 6 4 come si vede nell'immagine, ho usato una corda da zero a dieci. a differenza di zenone che divide lo spazio sempre per due fino all'infinito, pitagora lo misura, lo divide, lo organizza e lo fa suonare...

Pitagora: la musica, la matematica e l’armonia delle sfere

pitagora è stato un pensatore matematico filosofo vissuto nel VI secolo a.c. nato a samo venne in italia e fondò la sua scuola Crotone. ricordato soprattutto per il famoso teorema: in ogni triangolo rettangolo l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti. quello che viene poco raccontato è quanto le scoperte di Pitagora siano state fondamentali anche in campo musicale. la filosofia pitagorica concepì la musica come elemento che assieme alla matematica coinvolge tutto l’universo. il concetto di musica come scienza della ragione e come qualcosa di immutabile è una scoperta da cui prenderà vita, nei secoli successivi, quella che chiamiamo la civiltà musicale occidentale. narra la leggenda che tutto cominciò circa 2.500 anni fa nella bottega di un fabbro. si racconta che pitagora durante le sue passeggiate, vi passasse spesso accanto.

un giorno prestò particolare attenzione ai diversi suoni squillanti prodotti dai martelli sulle incudini e si domandò come mai alcuni fossero così piacevoli, armoniosi se accostati tra di loro. entrò e capì che responsabili dei diversi suoni prodotti erano diversi pesi dei martelli. pitagora ripetè l’esperimento su un monocordo, strumento composto da una sola corda tesa sopra una cassa di risonanza. pizzicando la corda si ottiene un determinato suono. pitagora scoprì che dimezzando la corda e pizzicandone la parte dimezzata si ottiene un altro suono che bel si lega con il primo: è lo stesso suono anche se di un altezza diversa. pitagora ha scoperto così che con un rapporto di numeri, in questo caso 2:1, si può descrivere un rapporto armonico musicale che oggi chiamiamo intervallo di ottava (è la distanza, ad esempio, tra un do e un do successivo). pitagora è andato oltre: ha diviso la corda in 3 parti e ha scoperto un altro suono armonico molto importante, l’intervallo di quinta, che è in rapporto di 3:2 (es. distanza tra do e sol). dividendo ancora la corda in 4 parti e pizzicandola in un rapporto di 4:3 otteniamo un intervallo di quarta (ad es. tra do e fa)  

Pitagora quindi scoprì che i primi quattro numeri interi (1, 2, 3, 4) creano tra di loro rapporti fondamentali e interessanti, trovò le forme universali della consonanza: 2:1 (ottava); 3:2 (quinta); 4:3 (quarta). oggi sappiamo che questi rapporti tra le note corrispondono alle frequenze, a quell’epoca non si poteva sapere. Pitagora scoprì i suoni della scala diatonica e molti degli intervalli che ancora oggi governano le regole dell’acustica musicale occidentale. inoltre se sommiamo proprio questi primi quattro numeri (1+2+3+4) otteniamo come risultato 10, il numero “magico” dei pitagorici che si può rendere graficamente con una oggetto matematico chiamato tetraktis. un oggetto incredibilmente semplice e altrettanto incredibile, venerato dai pitagorici. perfetta esemplare riduzione dal numerico allo spaziale e dall’aritmetico al geometrico. la tetraktis simboleggiava la perfezione del numero e degli elementi che lo comprendono, era il paradigma numerico della totalità dell’universo.

Un semplice esperimento si può effettuare con quattro bicchieri vuoti uguali. si riempiono di acqua, il primo pieno, il secondo fino alla metà, il terzo di un terzo, il quarto di un quarto. poi si suonano in sequenza i bicchieri con un martelletto, ne viene fuori un suono armonizzato in grado di trasformare con le vibrazoni la micro atmosfera del luogo e condizionare la bioenergetica umana. come nella geometria sacra la materia impostata secondo principi geometrici e matematici è in grado di trasformare l’energia di un luogo cosi i suoni espressi secondo misure accordate trasformano gli ambienti e la psiche umana.con i quattro bicchieri l’esperimento segue la via più breve, in verità nel disegno di gaffurio, nel riquadro in alto a destra si vedono 6 bicchieri. in pratica ha introdotto un bicchiere pieno a tre quarti e un altro pieno per due terzi. quindi segue questa scala: bicchiere pieno, bicchiere a tre quarti, bicchiere a due terzi, bicchiere pieno a metà, bicchiere a un terzo, bicchiere a un quarto. nella cetra del disegno in alto sono riportate sei corde, come sei sono le campane. per rendere più facile il discorso prendiamo una corda di 10 cm la dividiamo in due parti,successivamente in tre parti e infine in quattro parti, e quindi otteniamo questa scala di misure107,5 6,6 5 3,32,50 ; sono sette valori invece gaffurio ne riporta sei dimenticando lo 0 e il bicchiere vuoto. infatti come scritto sotto, pitagora unisce i due tetracordi e ne ottiene uno da sette corde, con la nota centrale, il mezzo bicchiere. nell’armonia delle sfere abbiamo una misura e un pianeta per ogni valore cosi sarà o il bicchiere vuoto la luna, a 2,5 mercurio, a 3,3 venere, a 5 il sole, a 6.6 marte, a 7,5 giove e a dieci bicchiere pieno saturno. questi numeri e pianeti corrispondono anche ai sette chakra. come scrive Dante alla musica è associato il cielo di marte che corrisponde al quinto chakra, Vishudda, l’Etere, l’udito, è posto nella gola, preposto all’apprendimento. Attraverso di esso comunichiamo, con la voce, la danza, la musica, le arti. 

Quando armonico il nostro parlare è chiaro, trasmettiamo senza temere incomprensione o giudizio e percepiamo il vero Dharma; malfunzionando siamo timidi, incapaci di espressività, logorroici oppure inetti nel parlare. bisogna inoltre aggiungere che nell’orfismo pitagorico come ci è stato trasmesso nelle tarantelle lucane, probabilmente le più antiche che ci siano arrivate, attraverso le quali si è conservata tutta la teoria dell’armonia dell’orfismo pitagorico, questi suoni venivano recitati cantati e danzati coralmente.

L’armonia delle sfere

profondamente colpito da questo legame tra musica e numeri, pitagora trasse la conclusione che “il numero è sostanza di tutte le cose” e che quindi fosse tutto misurabile e si potesse descrivere in maniera razionale con numeri interi. si poteva così spiegare il moto degli astri, il succedersi delle stagioni, i cicli delle vegetazioni e le armonie musicali. la grande importanza dei pitagorici è che per primi hanno ricondottola natura all’ordine misurabile e hanno riconosciuto in quest’ordine ciò che dà al mondo la sua unità, lassa armonia e quindi la sua bellezza. i pitagorici, scrive aristotele, vedendo che molte delle proprietà dei numeri appartengono ai corpi sensibili, stabilirono che gli esseri sono numeri, non numeri separati, quelli di cui consistono. e perchè? perchè le proprietà che appartengono ai numeri risiedono nell’armonia, nel cielo in molte cose altre. (met. XIV, 3, 1090 a 21 sgg.). pitagora e i suoi seguaci teorizzano l’idea di un universo governato da proporzioni numeriche armoniose che determinavano il movimento dei corpi celesti e le distanze tra pianeti corrispondono ai rapporti numerici degli intervalli musicali. la rotazione dei pianeti nello spazio venne associata ad una sinfonia musicale chiamata “ armonia delle sfere”; una musica celestiale bellissima che le nostre orecchie non riescono più a percepire perchè da sempre abituate a sentirle. un pò come quando si sta a lungo accanto ad un fiume e ci si abitua al fragore delle acque. tutto quanto si svolge nel cielo e sulla terra è sottomesso a leggi musicali. (cassiodoro, VI sec.). di origine pitagorica sono anche le tradizionali associazioni delle sfere planetarie alle sette corde della lira e dei sette pianeti ai sette suoni formati da due tetracordi (due scale composte da 4 suoni) che si uniscono tra loro e coincidono in una nota comune, in origine la corda centrale sulla quale si regolava l’accordatura. a questa nota centrale i pitagorici identificarono Apollo, il dio dell’armonia cosmica, e il sole al quale, data la sua posizione mediana nell’ordine che si dava all’epoca alle sfere celesti, si attribuiva un’azione di vincolo e di coesione trai restanti pianeti.

Le proporzioni dell’universo armonicamente riferite al monocordo

La rappresentazione pitagorica dell’universo come armonia ebbe molto successo nell’antichità, ne parlarono platone, aristotele, claudio tolomeo, cicerone. fino ad arrivare a Boezio (sec. V-VI d.c.) e alla sua famosa tripartizione della musica:

- musica mondana (armonia delle sfere, macrocosmo);

- musica humana (armonia interiore, musica dell’anima, microcosmo);

- musica instrumentalis (musica strumentale, nel senso che noi comprendiamo oggi).

a boezio si deve anche la codificazione delle arti liberali che nel medioevo costituivano i due gradi dell’insegnamento, l’uno letterario (trivium) e l’altro scientifico (quadrivium) e ovviamente la musica era tra le materie fondamentali della sfera scientifica:

- trivium: grammatica, retorica, dialettica;

- quadrivium; aritmetica, geometria, musica, astronomia.

Anche Dante ne parlò esplicitamente in diversi punti della “divina commedia” e nel “convivio” dove, ribalta l’intima corrispondenza tra i primi sette cieli e le dottrine del trivium e del quadrivium, alla musica è assegnato il cielo di marte. per il sommo poeta è la relazione più bella dei cieli: essendo complessivamente nove, alla musica è assegnato il quinto posto, quello più importante e centrale.

E queste due proprietà di sono nella musica: la quale è tutta relativa, si come si vede nelle parole armonizzate e nella canti, dè quali tanto più dolce armonia resulta quanto più la relazione è bella: la quale in essa scienza massimamente è bella, perchè massimamente in essa s’intende.

La musica trae a sè li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, si che quasi cessano da ogni operazione: si e l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve lo suono. (Dante, convivio, tratt. 2.13)
 
Ferdinando Renzetti





lunedì 3 gennaio 2022

Guerra: ultima ratio...


Possiamo girarci intorno. Possiamo aver paura di parlarne. Possiamo credere che le cose stiano diversamente. Possiamo convincerci dell’assurdità che comporta. Possiamo perfino dire che la storia insegna per sottoscrivere che la guerra è male. Ma, liberi da ideologie e dal loro ontologico moralismo, la sola osservazione possibile che possiamo fare sulla storia è che essa, certamente, si ripeterà. Non è vero che la cosa sola certa è che moriremo. È di pari verità che, finché gli uomini si identificheranno nei sentimenti che provano, la storia si ripresenterà nell’eterno ritorno dell’identico. La storia è sentimento e i sentimenti sono solo due. Se non escogitiamo come fare per divenire amore, l’equilibrio, per quanto momentaneo, ce lo renderà solo l’odio.


Non c’è pace in territorio di pace. La pace richiede la consapevolezza e la pratica dell’evoluzione spirituale. Diversamente, quella ottenuta per consuetudini morali, è falsa. Vera perché non impiega le armi che condanna. Ma falsa perché ne impiega di ogni altro tipo. La progressiva coercizione dei pensieri, dei diritti, messa in campo da anni, ne è un campione esistente.

In ogni caso, volendo insistere a realizzare la pace a mezzo di modalità morali, si autogenerano i mezzi per mantenere fede all’intento buonista. Tutta la violenza si riversa nello spettacolo. Ma la violenza non è soppressa, semmai compressa. E lo spettacolo, come anticipatoci dal situazionismo e da Guy Debord, diviene la realtà. Tuttavia, nel gioco delle tre carte, la sostituzione dell’autentico con il fittizio imbambola i pensieri e il razionale, ma non riesce a stravolgere i cuori. In quest’ottica, anche il bromurico intento del pensiero unico non avrà che vita limitata, nonostante il suo riflesso pacificatorio.

Così, come sale la coercizione che passa come giusto canone della struttura identitaria del Sociale, sale anche l’esigenza di guerra, di applicazione della forza. La ratione, dominata dalla morale, lo nega, mentre il cuore, comunque vada, lo esprime. Il sempre florido mercato/consumo di violenza fittizia ne è espressione.

Oltre a quanto detto, tra le brevi considerazioni che si possono considerare sul tema pace/guerra ce n’è un’altra. Non è minore delle precedenti. Né è la base. Si tratta della stabilità dell’uomo. Tutti siamo stabili se all’inseguimento di uno scopo, anche risibile, nei giorni e nel tempo. In quel mentre, possiamo distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato. Privati della carota, come asini ci fermiamo in balia di forse superiori alla nostra inconsistenza.

Se ciò è vero, è vero che le grandi calamità hanno il potere di tenere viva la nostra attenzione allo scopo della sopravvivenza, del ritorno alla normalità. Si vive il senso dell’autostima, derivante dalla soddisfazione di essere in corsa per qualcosa che riteniamo sia importante. Anche la guerra rientra nel novero delle calamità. 

Se deprecabile, per tutti i motivi che chiunque può elencare, di fatto è anche salutare a causa di quanto detto. E se fin qui si tratta, in parte, di un discorso astratto, totalmente realistica è invece l’osservazione della crescente alienazione, quindi malessere e squilibrio, di tutti noi.

Razionalmente, andiamo a giocare a calcio, andiamo a scalare e andiamo al cine, portandoci la consapevolezza di realizzare una passione, ma meno quella di scaricare le tensioni sottili ma permanenti che una vita senza creatività tende a produrre. E non si tratta di dire “ma io sono creativo”. È più forte e fa più testo l’ambito in cui viviamo. Che è un ambito totalmente orientato alla mortificazione delle potenzialità umane.

Tutt’altro epilogo dal viva la guerra si otterrebbe con la consapevolezza incarnata, non solo intellettualmente colta, che tutte le forme della storia sono caduche. Ruoli, idee, ideologie, passioni, battaglie, tradimenti, ingiustizie sono occupazioni risibili e più, se assunte identificandocene. Una presa di distanza dalle forme che via via le circostanze ci invitano a prendere, diviene possibile attraverso la modalità evolutiva. 

È il disincanto da consuetudini e ideologie la nuce dell’alienazione e dei suoi malesseri nichilisti, vuoti pieni di proto-feticci, surrogati di vita vera, oggetti inermi che, per un po’, animiamo e che ci animano, ma a scadenza certa ed improvvisa. Non si tratta di non credere più in niente – degrado disponibile solo in ambito alienato – ma di divenire via via meno vulnerabili, ovvero di vivere un’esistenza più centrata, meno portatrice di malessere, più libera dai vincoli consuetudinari e creatrice, sola medicina antialienazione. 

Diversamente, solo la guerra ci salverà.


Lorenzo Merlo



sabato 1 gennaio 2022

Spilamberto. Parco della Rocca: Strage di siepi... per la "sicurezza"....



Sono andato  a passeggiare nel parco della Rocca di Spilamberto (Mo). Il portone d’entrata resta aperto giorno e notte e un grosso varco nella rete, a fianco del Cancello d’accesso al fiume, da mesi non viene riparato. Si nota una scarsa cura di manutenzione. Il sito si presenta modificato: è stato allargato ed inghiaiato il viale che precede verso est. Un rullo compressore, ancora presente, aveva ben pressato il terreno anche alla  base di abeti bianchi  e di altri alberi, pregiudicando il benessere delle radici.

 


La siepe di laurus cerasus, che fiancheggiava il vialetto, era stata tolta qualche  mese fa, ma non soddisfatti di ciò hanno completamente sradicato anche quella lunghissima presente da Nord a Sud, per tutta la lunghezza del parco stesso. Magnifica siepe convivente in equilibrio con gli altri alberi del parco.

Si continua a tagliare piante dove si dovrebbe piantumarne. Si resta senza parole al ricordo  dei magnifici alberi centenari del giardino pensile della Rocca stessa tolti alcuni anni fa per fare spazio a rari pranzi, ora quel giardino ha un aspetto di desolante abbandono.
F. (27 Dicembre 2021)




Nota

Abbiamo pubblicato  una mail tra le tante su quanto è accaduto a ridosso delle feste Natalizie. Lo spettacolo è sconfortante. Qui si continua non solo a segare alberi ma adesso pure le siepi!

Nota due

Vista la situazione occorre un dispositivo che imponga la giunta ad informare per tempo  Il consiglio comunale del taglio di ogni pianta e di permettere al Consiglio Municipale  di dire l’ultima parola su ogni  albericidio e siepicidio.

Nota tre …del Paradosso 

Per disinquinare l’aria  servirebbero 1000 miliardi di nuove piante, a Spilamberto , stante il numero degli abitanti, si dovrebbero piantare cica 48.000 mila piante. Però qui si continua a tagliare e tagliare commettendo dei veri e propri albericidi e siepicidi. Ricordiamoci che gli alberi sono dei viventi indispensabili alla sopravvivenza umana.

(Fonte: https://condividerespilamberto.wordpress.com/2021/12/31/efferato-siepicidio-nel-parco-della-rocca-di-spilamberto-deturpato-uno-spazio-pubblico/#more-26028)