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martedì 21 febbraio 2012

OGM - Monsanto che uccide, inquina ed affama.. condannata in Francia

Metafora Umana - Dipinto di Franco Farina


Lunedì 13 febbraio, la condanna del gigante agroalimentare americano Monsanto – chiamato in causa da un piccolo agricoltore della Charente intossicato da un erbicida – è, per la Francia, una prima volta. Nella storia della multinazionale – centenaria – invece, questa condanna non è che un singolo caso giudiziario in più su una fedina penale già lunga.

PCB, Agente Arancio, diossina, OGM, aspartame, ormone della crescita, erbicidi (Lasso e Roundup)... nomi di prodotti che hanno fatto la fortuna della Monsanto e che sono tutti collegati a scandali sanitari e a dei processi che hanno portato spesso alla loro proibizione. Ma fino ad oggi niente era riuscito a fermare l’irresistibile ascesa di questo antico gigante della chimica riconvertitosi alla biogenetica e diventato maestro nell’arte del lobbismo. Quello che segue è il quadro di una multinazionale plurirecidiva.

A partire dalla sua fondazione a Saint-Louis nel 1901, questo piccolo produttore di saccarina diventato uno dei principali produttori di sementi del pianeta non ha mai smesso negli ultimi sessant’anni di riempire le cronache. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’esplosione accidentale di una fabbrica di plastica della Monsanto causata da un cargo francese carico di nitrato – e che fece 500 morti in quel 1947 a Texas City – entrò negli annali come uno dei primi disastri dell’industria chimica.

Due anni dopo, fu la volta di un secondo stabilimento dello stesso marchio – a Nitro in Virginia – ad andare in fumo. Questa volta ne fu coinvolta la direzione della fabbrica: più di 200 dipendenti svilupparono la cloracne – una malattia della pelle tanto rara quanto grave – della quale tratta Marie-Monique Robin, destinataria del premio Albert-Londres, nel suo documentario Il mondo secondo la Monsanto.

L’incidente rivelò che il prodotto capofila del marchio – l’erbicida 2,4,5-T – contiene dei livelli molto alti di diossine, sostanze molto tossiche e cancerogene la cui composizione è paragonabile a quella dei policlorobifenili (PCB). La Monsanto era informata fin dal primo primo studio del 1938, che la diossina era potenzialmente pericolosa: ma la commercializzazione dell’erbicida proseguirà per 40 anni prima che venga proibito negli anni ‘70.
La Monsanto, che dal 1934 al 2000 aveva diretto la fabbrica in quel di Nitro, è stata d’altra parte oggetto di una azione penale nel 2007 depositata da 77 abitanti della Virginia ammalati di cancro, che hanno accusato l’azienda di averlo diffuso illegalmente nell’ambiente circostante alla fabbrica.

Nel 2001, 3.600 abitanti della città di Anniston – Alabama – hanno citato la Monsanto per una contaminazione di PCB. Stando ad un rapporto reso pubblico, e redatto dalla EPA (Agenzia della Protezione USA), la Monsanto aveva riversato, durante 40 anni, migliaia di tonnellate di rifiuti contaminati in un ruscello ed in una discarica a cielo aperto nel centro del quartiere negro della città.
Il modo con il quale il The Washington Post riferisce la storia, è indicativo:
«Migliaia di pagine di documenti della Monsanto – su molti dei quali è stampato confidenziale: leggere e distruggere – mostrano che nell’arco di decenni la multinazionale ha camuffato le sue attività e soprattutto ha mentito su quanto già non sapesse. Nel 1966, alcuni responsabili dell’azienda avevano scoperto che pesci immersi nelle acque di quel ruscello si ribaltavano sul dorso dopo meno di dieci secondi, pisciavano sangue e perdevano la pelle come se fossero stati bolliti vivi, ma – prosegue il quotidiano americano – non ne hanno fatto parola con nessuno».

Nel 1975, uno studio commissionato dalla Monsanto rivelava che il PCB provocava tumori nel ratto, La multinazionale allora decise di modificarne le conclusioni da leggermente cancerogeno a «non sembra assolutamente cancerogeno». «Non possiamo permetterci di perdere un solo dollaro», questa la conclusione di una delle note documentate dal The Washington Post.

Alla fine, nel 2002, la Monsanto è stata giudicata colpevole di aver inquinato «con il PCB sia il territorio di Anniston che il sangue dei suoi cittadini». L’azienda è stata condannata a pagare 700 milioni di dollari di danni ed interessi ed a garantire la bonifica della città, ma ai responsabili dell’azienda non è stata comminata una sola giornata di carcere.

Nel febbraio 2007, il The Guardian ha rivelato che il gigante agrochimico fra gli anni 1965 e 1972 si è comportato nello stesso modo in molti siti della Gran Bretagna. Il quotidiano ha avuto accesso ad un rapporto governativo secondo il quale 67 prodotti della Monsanto – fra i quali l’Agente Arancio, la diossina ed il PCB – erano stati riscontrati in una cava nel Galles. In Francia, la fabbricazione ed utilizzazione dei PCB è proibita dal 1987.

In quegli stessi anni, fra il 1961 ed il 1971, la Monsanto ha prodotto l’Agente Arancio realizzato partendo dall’erbicida 2,4,5-T la cui pericolosità è ampiamente nota a seguito dell’esplosione della fabbrica di Nitro. Durante la guerra del Vietnam, questo defoliante verrà sparso in modo massiccio dall’aviazione americana sopra le foreste vietnamite; le conseguenze si fanno sentire ancora oggi con numerosi tumori e malformazioni neonatali nella popolazione vietnamita e con diverse conseguenze fra i numerosi veterani americani.

Negli anni ‘70, veterani della guerra del Vietnam hanno agito una Class Action contro i produttori dell’Agente Arancio. La Monsanto – insieme ad altre 6 aziende – si ritrovò così ad essere la principale accusata di avvelenamento. Nel 1987, i 7 produttori dell'Agente Arancio furono condannati a pagare 180 milioni di dollari ad un fondo di compensazione destinato ai soldati americani.
Durante il processo, la Monsanto – per respingere l’azione legale – presentò degli studi scientifici che dimostravano l’assenza di collegamento fra l’esposizione alla diossina ed i numerosi casi di tumore dei quali soffrivano i veterani. Nei primi anni ‘90, verrà dimostrato che quegli studi si basavano sulle conseguenze dell’esplosione della fabbrica nella città di Nitro nel 1949, ed erano stati manipolati.

Che ci fosse stata una frode scientifica verrà poi confermato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche che certificherà come gli studi della Monsanto «soffrono di errori nella classificazione delle persone esposte o non esposte alla diossina e che (le classificazioni delle) le persone sono state manipolate con lo scopo di ottenere i risultati voluti». Su tutta la vicenda, nel 1990, ci sarà una relazione intitolata Scienza in vendita, redatta da Greenpeace e dal ricercatore Joe Thornton.
Vi ricordate di questa pubblicità e del buon cane Rex: «Roundup non inquina nè la terra nè l’osso di Rex»? Bene, ha garantito alla Monsanto una duplice condanna: una negli USA ed una in Francia, per affermazioni menzognere stampate sull’imballaggio di questo erbicida totale (cioè che elimina tutte le piante).

Nel 1975, la Monsanto lancia sul mercato il Roundup, un erbicida molto potente descritto come «biodegradabile» e «buono per l’ambiente». Nel 1960, il procuratore di New York condanna la Monsanto ad una multa di 50.000 dollari ed all’astenersi da tali false affermazioni. Nel gennaio 2007, per lo stesso motivo l’azienda è condannata in Francia (estratto della sentenza) ad una multa da 15.000 euro. Il Roundup è oggi l’erbicida più venduto al mondo.
Eppure, numerosi studi scientifici sono tutti concordi nell’affermare che il pesticida per eccellenza della Monsanto – ed il suo principio attivo, il glifosato – sia potenzialmente teratogeno, cioè responsabile di malformazioni fetali. In uno di tali studi, pubblicato alla fine del 2010 su Chemical Research in Toxicology, si dimostra che l’esposizione diretta di embrioni di girini a dosi molto deboli dell’erbicida a base di glifosato, genera delle malformazioni.
La Monsanto rifiuta tali conclusioni ed afferma sul suo sito: «Il glifosato non ha degli effetti nocivi sulla riproduzione degli animali adulti e non causa malformazioni nelle linee discendenti degli animali esposti al glifosato, anche a suoi alti dosaggi».

Lunedì 13 febbraio, il consulente del Consiglio di Stato ha però assestato un nuovo duro colpo al prodotto leader della Monsanto: ha infatti ingiunto al ministero dell’Agricoltura di analizzarne la tossicità su di un periodo di 6 mesi e di decidere nuovamente nel merito dell’autorizzazione alla commercializzazione del pesticida.

Il 13 febbraio 2012 la Monsanto è stata colpita da una condanna ancora più importante e relativa al secondo – per importanza – dei suoi erbicidi. I giudici francesi hanno infatti stabilito che il produttore di questo fitosanitario dovrà indennizzare integralmente il ricorrente, Paul François. François, un produttore di cereali, che non riesce che a lavorare mezza giornata a causa della stanchezza cronica e di mal di testa persistenti. I medici ritengono che il suo sistema nervoso centrale sia stato colpito a seguito dell’inalazione dell’erbicida Lasso.
La Monsanto è ricorsa in appello ed ha diffuso questo comunicato: «I prodotti della Monsanto sono conformi alle esigenze di sicurezza valide al momento della loro commercializzazione. L’azienda ha una politica molto rigorosa per quello che concerne la valutazione scientifica della sicurezza dei prodotti per la protezione delle piante».

A fronte di tali dichiarazioni, l’erbicida è stato giudicato pericoloso e quindi proibito in Canada fin dal 1985, in Belgio e nel Regno Unito dal 1992 ed in Francia dal 2007 (dove era stato autorizzato nel dicembre del 1968).

All’inizio degli anni ‘90, la Monsanto commercializza il suo primo prodotto frutto delle biotecnologie: il Prosilac, un ormone della crescita bovina ricombinante (rBGH), un ormone transgenico destinato ad aumentare del 20% la produzione di latte delle mucche. L’ormone causa delle mastiti e delle infiammazioni alle mammelle, da ciò gli allevatori sono costretti a somministrare degli antibiotici di cui si ritrovano tracce nel latte. Questo prodotto miracoloso, oggi, è proibito in tutto il mondo tranne negli Stati Uniti.

Un documentario della canadese The Corporation, racconta come la Monsanto abbia fatto pressione sulla Fox News (gruppo Murdoch) per impedirgli di diffondere nel 1997 una inchiesta che svelava i pericoli del Prosilac. Quanto segue è indicativo dell’azione aggressiva di lobbismo esercitata dall’azienda: non solo l’inchiesta non è mai stata trasmessa, ma i suoi autori sono stati licenziati dal gruppo di Murdoch.
Fra il 1995 ed il 1997, furono autorizzati alla commercializzazione tre prodotti Monsanto resistenti all’erbicida – sempre Monsanto – Roundup; si trattava della soia geneticamente modificata Roundup Ready, della colza Roundup Ready e del cotone Roundup Ready.

L’azienda, detentrice di un brevetto – quello sul glifosato, commercializzato con il nome di Roundup – che è ormai scaduto, decide (per questo motivo) di cambiare strategia ed inizia a brevettare viventi. Ed infatti, attualmente produce il 90% degli OGM del pianeta; con un quasi monopolio che l'azienda difende strenuamente.

Nel corso degli anni 2000, la Monsanto porterà davanti ai tribunali centinaia di contadini accusati di aver utilizzato fraudolentemente le sue sementi transgeniche brevettate, cioè di averle piantate nuovamente.

La Monsanto rivendica sulle sementi dei diritti di proprietà intellettuale, cosa che però non la mette al riparo dall’essere accusata di atti di biopirateria. Nell’agosto del 2011 infatti, l’Autorità Nazionale per la Biodiversità dell’India ha annunciato che muoverà una denuncia contro l’azienda, accusata di aver messo a punto una melanzana geneticamente modificata (BT-Brinjal) partendo da delle varietà locali senza averne chiesto l’autorizzazione.

Nel 2010, questa volta negli Stati Unti, la Monsanto ha accettato di pagare 2,5 milioni di dollari di multa per aver venduto del cotone OGM senza autorizzazione. L’EPA accusa l’azienda di aver violato la legislazione che le proibiva di vendere cotone geneticamente modificato in alcune regioni del Texas dove queste varietà erano proibite a causa della resistenza ai pesticidi.

La Monsanto lo dichiara apertamente sul suo sito internet: dopo che fra gli anni 1980 e 1990 era stata uno dei principali produttori di Aspartame, a partire dal 2000, l’azienda non produce più Aspartame e ci tiene a sottolineare che questo dolcificante – che è il più diffuso al mondo – «non provoca nessuna malattia».
Ma degli studi recenti hanno nel frattempo messo in evidenza dei rischi accresciuti di nascite premature fra le donne che assumono Aspartame. L’Autorità europea sulla sicurezza degli alimenti è stata invitata ad anticipare al 2012 una sua nuova valutazione sulla sicurezza dell’Aspartame.

Yann Fichet, direttore degli affari istituzionali della filiale francese dell’azienda, ha deplorato sulle colonne del Monde (abbonati), che la Monsanto sia diventata «un nome che attrae quelli che vogliono fare ascolto», una reputazione immeritata che l’azienda cerca di cancellare mostrando sul proprio sito i principi della sua carta etica: «Integrità, Dialogo, Trasparenza, Condivisione, Utilità e Rispetto».

Le Monde 18 Febbraio 2012


Contattata da Le Monde.fr, prima della pubblicazione del presente articolo, la Monsanto non aveva ancora risposto.


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Video da vedere:
http://www.youtube.com/watch?v=axU9ngbTxKw&feature=player_embedded

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Commento di Roberto: "Signori consiglio di vedere, prima che lo tolgano dalla circolazione, il film IN TIME ... Praticamente meglio del Concursante. La vera condizione umana rispetto al tempo e alla schiavitu' dei soldi -


Commento di Giorgio Vitali: "PER CAPIRE NELL'INTERESSE DI CHI E COME LA MONSANTO STA INQUINANADO CON TUTTI I MEZZI IL MONDO OCCORRE CONOSCERE L'ORIGINE DEL NOME MONSANTO: Si tratta del MONTE SANTO ( che ai nostri occhi vuol dire pressochè nulla, ma agli occhi di LORSIGNORI VUOL DIRE MOLTO) PERCHE' IL MONTE SANTO è IL MONTE SION!!"

giovedì 26 gennaio 2012

Giorgio Nebbia, Liliana Cori.. e le pecore (e gli umani) alla diossina in Puglia...



Ante scriptum: "In Puglia, a Taranto, c'è un bello stabilimento che produce tanta diossina.. le polveri volano nell'aria e si depositano sui terreni, le pecore mangiano l'erba e quando vengono fatti controlli dall'ASL, di routine, risultano avvelenate e quindi condannate all'abbattimento.. Anche gli umani risulterebbero avvelenati ma non vengono abbattuti, sono lasciati tranquillamente in pace a morire di leucemia e cancro. Questa sì che è giustizia!.... Ce ne parla Liliana Cori in un suo libro “Se fossi una pecora verrei abbattuta?”, con recensione di Giorgio Nebbia" (Paolo D'Arpini)

Nei prossimi giorni (fine gennaio 2012) in varie città pugliesi, fra cui Manduria e Taranto, sarà presentato il libro di Liliana Cori intitolato: "Se fossi una pecora verrei abbattuta ?" (Scienza Express edizioni, Milano), che non esiterei a considerare sullo stesso livello di "Primavera silenziosa", il libro di Rachel Carson apparso negli Stati Uniti e in tutto il mondo esattamente cinquant'anni fa. Anche questo libro è scritto da una donna, una biologa che lavora presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche nello speciale Istituto che studia gli effetti dei veleni ambientali sul corpo umano. Con l'analisi delle sostanze tossiche nel sangue di numerose persone, specialmente donne, scelte fra quelle che vivono accanto a fabbriche inquinanti o a discariche di rifiuti tossici, è possibile capire come le sostanze tossiche arrivano, attraverso gli alimenti, fino al corpo umano.

Come quello del libro della Carson, anche lo stile del libro della Cori è gradevole e apparentemente leggero pur dicendo cose terribili. Vi sono somiglianze anche nel titolo accattivante. La Carson già nel titolo avvertiva che un giorno, se si fosse continuato nell'uso indiscriminato dei pesticidi clorurati persistenti, sarebbero morti anche gli uccelli del cielo e "la primavera sarebbe diventata silenziosa". Il titolo del libro della Cori fa riferimento al fatto che in varie parti d'Italia e anche intorno a Taranto, è stato necessario dei greggi di pecore riconosciute contaminate da diossina. Una delle persone studiate nella ricerca descritta dalla Cori le ha chiesto un giorno: "Se nel mio sangue fossero trovate concentrazioni elevate di diossina sarei condannata a morte anch'io come le pecore ?".

Il libro della Cori comincia a descrivere come circolano le sostanze tossiche nella biosfera, attraverso le catene alimentari; dalle fabbriche, dalle discariche, dagli inceneritori, tali sostanze vengono immesse nelle acque e nell'aria e da qui sono assorbite dalla vegetazione e poi dagli animali che si nutrono dell'erba e dei mangimi contaminati e da qui entrano negli alimenti che mangiamo e infine arrivano nel nostro corpo e nei neonati. La Cori mette bene in evidenza che gli effetti di intossicazione del corpo umano si fanno sentire, proprio attraverso le catene alimentari, anche a distanza di tempo e a distanza dal luogo di emissione. Alcune sostanze tossiche possono arrivare in Europa negli alimenti prodotti in paesi sottosviluppati in cui sono ancora usati pesticidi o pratiche vietati da noi. Ci sono stati anni in cui la concentrazione dei pesticidi o degli elementi radioattivi nel latte materno è risultata più elevata di quella massima ammessa negli alimenti commerciali.

Le persone sottoposte ad analisi sono state scelte fra gli abitanti delle località in cui ci sono o ci sono state attività particolarmente inquinanti, da Brescia, al Piemonte, alla valle del Sacco nel Lazio, alla Campania, a Crotone, a Taranto, a Gela. La Cori elenca le principali sostanze pericolose che "sono finite" nel corpo di molte persone. L'amianto, usato per molti decenni, risultato cancerogeno già mezzo secolo fa e finalmente vietato trent'anni fa, è ancora presente nell'aria che si respira durante lo smaltimento dei manufatti di cemento-amianto. Il mercurio è stato usato "con successo" nell'industria chimica fino a quando si è visto che i suoi vapori tossici finivano nel corpo sia degli operai, sia delle popolazioni vicine, e poi nei pesci quando i sali di mercurio erano scaricati nel mare.

Il piombo, usato per molti decenni sotto forma di piombo tetraetile come antidetonante delle benzine, finiva nell'aria e permane nel sottosuolo dei terreni su cui erano insediate le fabbriche. L'elenco continua con metalli tossici come arsenico, cadmio, addirittura uranio nei fanghi delle fabbriche di concimi fosfatici e poi policlorobifenili (PCB), e tanti altri. Il libro della professoressa Cori non ha il fine di terrorizzare le persone, ma di diffondere una cultura "popolare" della necessità di prevedere e prevenire gli effetti dannosi delle attività che ci circondano. Solo con la pressione dell'opinione pubblica è possibile chiedere e ottenere leggi più rigorose per vietare e eliminare attività e sostanze dannose per la salute e per la vita, per condurre efficaci "bonifiche" dalle zone contaminate da scorie di fabbriche abbandonate o da discariche di rifiuti.

Un esempio è offerto proprio in Puglia dalla mobilitazione che ha ottenuto dalla Regione delle norme per la diminuzione delle emissioni di diossine dai fumi dei processi dello stabilimento siderurgico di Taranto. Il libro della Cori ha un messaggio finale che in pieno condivido: la difesa della salute e della vita dipende da una maggiore conoscenza degli aspetti tecnico-scientifici dei processi produttivi, dei prodotti e dei rifiuti; solo così è possibile "sia usare migliori tecnologie, rinnovare il tipo di materiali prodotti e usati, sia risparmiare energia e ridurre le fonti di emissioni inquinanti in aria, acqua e suolo". Tutte cose che, oltre a rendere migliore la vita, assicurano occupazione e genuino sviluppo umano.

Giorgio Nebbia - nebbia@quipo.it

venerdì 26 agosto 2011

Liliana Cori.. e la diossina nel sangue! - A ottobre esce il libro “Se fossi una pecora, verrei abbattuta?”


Immagine di Devivopaint

Liliana Cori ed è una ricercatrice del CNR. Il titolo del suo nuovo libro è "Se fossi una pecora, verrei abbattuta?".

Il libro tocca una questione spinosissima quanto attuale. Infatti se analizziamo le carni dei bambini scopriremmo che presenterebbero concentrazioni di diossina superiori a quelle consentite dalla legge per il consumo delle carni.

Come mai?
Sarà per questo che i comunisti non mangiano più i bambini?

Battute a parte, il problema è molto serio perché la diossina passa dalla madre al figlio attraverso la placenta e l'allattamento. La donna "scarica" la propria diossina sul figlio e si "pulisce" (l'uomo non può fare altrettanto).

Il libro di Liliana Cori ci spiega che per capire quanto l’aria è inquinata si possono usare i licheni, si possono osservare o analizzare le api, si possono monitorare altri piccoli insetti e lo stesso si fa con noi umani.

Nel nostro sangue, capelli, unghie, latte si depositano le sostanze che ci circondano, anche gli inquinanti, e noi possiamo funzionare come un vero e proprio ‘termometro’ per misurare la qualità dell’ambiente. Si tratta di sostanze chimiche che possono essere dannose per la salute e bisogna capire come entrano nel corpo e dove vanno, per potersi difendere dai loro effetti.

All’inizio del 2008 cinque cittadini della Campania decisero di farsi analisi del sangue per capire i propri livelli di diossina, e le notizie diffuse erano di paura, allarme: “Se fossi una pecora verrei abbattuto”.

Ma di cosa si tratta? Cosa ci dice il biomonitoraggio umano? Cosa si può analizzare, come e perché? Da dove abbiamo iniziato? Cosa ne sappiamo nel mondo? E in Italia?

Il libro si rivolge a operatori di sanità, amministratori pubblici che hanno a che fare con aree a rischio, agenzie regionali per l’ambiente, medici, cittadini, associazioni.

L'uscita è prevista per ottobre 2011 per le edizioni Scienza Express.


Alessandro Marescotti
http://www.peacelink.it

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