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sabato 28 gennaio 2012

"Non sono d'accordo..." - di Stefano Panzarasa

Stefano Panzarasa, che canta la sua canzone


Non sono d’accordo

La camorra interra i suoi rifiuti nel napoletano
e la mafia siciliana investe i soldi più lontano.
Questo sì che riciclaggio, sì ma di denaro sporco
e tu adesso che lo sai, gridalo forte: Non sono d’accordo!

Ma la gente muore a frotte laggiù nel napoletano
è il pianeta intero adesso a non essere più sano.
Donne uomini e bambini vanno uniti a protestare
e anche Padre Zanotelli scende a fianco dei ribelli.

Dicono state tranquilli c’è il termovalorizzatore
Ma la diossina va fuori ancora come dal vecchio inceneritore.
E le discariche dappertutto, pure nei parchi le vogliono fare!
Voglio raccogliere differenziato, zero rifiuti e… RICICLARE!


Stefano Panzarasa

sabato 14 gennaio 2012

Nicola Cosentino come Tortora... vittima del protagonismo giudiziario?

Indagini che continuano... seguendo le tracce a terra!

Ante scriptum

Il 12 gennaio 2012 la Camera ha votato contro l'arresto di Cosentino, determinanti sono stati i voti dei 6 Radicali eletti nelle liste del PD. Di conseguenza si è scatenata la rabbia per il no all’arresto ed i Radicali additati come traditori.

L’ultima volta in cui erano stati attaccati senza sconti dai loro elettori era stato lo scorso ottobre, ai tempi dell’ennesima contestata fiducia a Berlusconi. “Siete tutti come il vostro degno compare Capezzone”, scrivevano i militanti radicali sulle bacheche facebook. Dopo il loro voto contrario all’arresto di Nicola Cosentino, si replica la stessa tensione tra simpatizzanti e dirigenti di partito.

Ma non tutti sono di opinione "populista", un amico avvocato, Gianfranco Paris, radicale convinto, spiega le ragioni che -secondo lui- stanno dietro all'azione dei parlamentari...

Paolo D'Arpini

.............

Uno dei mai più profondi della giustizia italiana è la mala gestio delle Procure dove si è infiltrato il germe della politica portatovi dal cosiddetto '68. E ne sono testimone. L'incompetenza, la poca professionalità degli inquirenti ha fatto aumentare a sproposito la carcerazione preventiva, un istituto che il nostro codice di procedura considera straordinario a tutela della libertà e della dignità umana.

Invece i PM lo usano per costringere la gente a confessare anche fatti non veri pur di uscire dall'inferno nel quale sono ridotte le carceri italiane anche per il sovraffollamento causato da costoro. Tu sai, o almeno dovresti sapere, che circa un terzo degli attuali detenuti sono carcerati in attesa di giudizio. E dovresti sapere anche che circa la metà di loro, come dicono le statistiche, saranno ritenuti innocenti. Anche Tu un giorno potresti incappare in questi meccanismi, magari perché qualcuno ti vuole male o per pura coincidenza, come lo fu per Tortora, un innocente che fu carcerato a lungo per capriccio di alcuni PM napoletani che vollero credere a pentiti fasulli, magari per conquistarsi notorietà. Tortora ne morì perché non riuscì a superare la crisi di una tale iniquità.

La giustizia è una cosa troppo seria per essere mescolata alla politica! La mala giustizia è una delle principali cause del grave momento politico che attraversa il nostro paese.

I Radicali che stanno in Parlamento hanno votato contro la carcerazione preventiva, e non per l'assoluzione di Cosentino come intendono far credere giornali di parte che pescolano nel torbido, per difendere un principio di legalità da parte dei PM e per una corretta applicazione della legge vigente, scritta nel codice di procedura penale. Un regolare processo dirà se Cosentino è colpevole o innocente, non lo possono dire né Di Pietro, né Franceschini, né Bindi o chicchessia che di colpe vere ne hanno molte di più di tanti altri.

Costoro con il voto dei loro gruppi hanno messo un in atto un meccanismo di processo politico, tanto caro alle dittature. Finché in Italia la giustizia sarà alla mercé della politica, non ci sarà speranza di pacifico e democratico rinnovamento.
E concludo affermando che cavalcare lo scontento, tra l'altro causato da coloro stessi che se ne lamentano, con la demagogia è un pessimo segno di maturità politica e civile.

Gianfranco Paris

martedì 11 ottobre 2011

Monica Bettoli: "Perché Steve Jobs non avrebbe mai avuto successo a Napoly...."

"Immagine di Napoli, quartiere di San Gregorio armeno (armeno come Steve Jobs?)"


Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California.

Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, vogliono darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appiana tutto. Gli danno il primo guadagno e appianano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono appianare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perché hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perché va bene “stay hungry, stay foolish”…, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

Monica Bettoli