Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

mercoledì 8 novembre 2023

Ambiente bioregionale e produzione alimentare...



Speculazione è la capacità di proiettare forme pensiero inseminate da una tendenza in divenire che attraverso vari riflessi e fasi tramuta la forma originaria in quella forma che inizialmente era germinale. Questa capacità della mente di cambiare una sembianza in un’altra viene definita intelligenza speculativa e non opera soltanto al livello di economia e finanza, come di solito si intende, bensì a tutti i livelli del pensiero e dell’azione. Ad esempio il processo filosofico o matematico prende il via dalla funzione speculativa. Come pure da essa sorgono le religioni, i costumi, la scienza e la tecnica, etc. Insomma l’intero scibile e la capacità di cambiamento e progresso ed allo stesso tempo anche la capacità di regresso e di distruzione graduale. Insomma stiamo parlando della possibilità insita nella mente di seguire e dirigere processi finalizzati in qualsiasi direzione essi si manifestino.

L’utilizzo del meccanismo speculativo non si ferma perciò a concetti astratti anzi spesso esso viene adottato proprio per dare una direzione ai processi vitali, a quelli della sopravvivenza e della estinzione, dell’evoluzione e dell’involuzione. Insomma la speculazione è un procedimento e come tutti i procedimenti può essere utilizzata in positivo ed in negativo…. Un esempio concreto di speculazione è quanto sta avvenendo nel campo alimentare.

L’uomo nell’antichità ha basato la sua alimentazione sul riconoscimento di piante commestibili. Questo lento percorso di avvicinamento al mondo botanico ha richiesto migliaia di anni finché attraverso l’osservazione dei cicli naturali e la comprensione di quali fra le piante offrissero maggiori risultati per il suo nutrimento, l’uomo apprese a seminare, coltivare e raccogliere il suo cibo. Questo processo sancì anche l’inizio del processo della civiltà umana come noi la conosciamo. Infatti le comunità umane sorsero attorno alle coltivazioni essendo queste comunità inizialmente i luoghi di raccolta e conservazione degli eccessi alimentari. Di pari passo andò sviluppandosi l’allevamento di animali domestici utili a coadiuvare l’uomo nella sua attività agricola o a soddisfare le sue necessità integrative alimentari.

Ma fermiamoci al processo di coltivazione e conservazione delle derrate alimentari di origine vegetale, per il momento.

Grano è ancora sinonimo di pecunia, denaro. Il grano e gli altri cereali hanno consentito l’espandersi della civiltà umana. Nel lento evolversi del sistema agricolo, l’uomo non ha mai trascurato di operare una selezione più o meno naturale delle sementi in modo da poter ottenere la massima resa; questo processo è culminato verso la prima metà del secolo scorso in una selezione vieppiù scientifica e finalizzata finché si è giunti alla scoperta della possibilità di modificare geneticamente le proprietà di alcuni vegetarli. La selezione si è spinta talmente avanti sino alla trasformazione del patrimonio genetico della pianta stessa in funzione di maggiori rendimenti e alla resistenza all’attacco di parassiti.

Contemporaneamente è andato sviluppandosi un sistema di fertilizzazione chimica e di veleni per impedire la crescita di piante cosiddette infestanti ritenute dannose, oltre al fatto che l’agricoltura subì uno sviluppo mai visto prima grazie all’uso di macchinari sempre più complessi funzionanti con combustibili fossili. Questo processo finì di allontanare quasi completamente la produzione alimentare dal contesto naturale, alienando l’uomo dalla campagna per portarlo a vivere stabilmente in insediamenti urbani e industriali, totalmente estranei all’ambiente bioregionale originario.

Tale premessa risulta necessaria per significare come è stato possibile inserire il meccanismo della speculazione all’interno del sistema di produzione del nostro cibo. Infatti, ignorando completamente la legge di convivenza universale tra tutti gli esseri, l’uomo ha inserito dei parametri di convenienza nella produzione del cibo che lo hanno allontanato dalla natura. E’ avvenuto nel campo dell’agricoltura con gli OGM, nell’allevamento attraverso l’allevamento industriale e le mutazioni genetiche utili esclusivamente ai fini economici-produttivi (clonazione). Questo per comprendere come la speculazione economica stia prendendo sempre più possesso della produzione del nostro pane quotidiano, dove ciò avviene in forme magnificate si giunge alla brevettazione delle mutazioni genetiche perseguite ed ottenute. Questo comporta che si è creata una frattura fra l’uomo e la natura con il rischio di un incombente uragano, dalle incontrollabili conseguenze, che sorge dal mondo biologico naturale verso quello indotto dall’uomo.

Ora vediamo come l’interesse economico speculativo stia addirittura prevaricando il vantaggio di una ipotetica accresciuta capacità produttiva. Ad esempio, con l’aumento del tasso di inquinamento dovuto all’uso di pesticidi, diserbanti, concimi chimici, ecc. che, assieme agli altri sistemi industriali e alla alta concentrazione inquinante degli agglomerati urbani stanno letteralmente distruggendo la faccia del pianeta nonché avvelenando le fonti di acqua superficiale e d il mare. Ma torniamo al sistema speculativo introdotto nel mondo dell’alimentazione.

Gli OGM sono protetti da copyright ed abbiamo visto in numerosi casi che dove essi sono utilizzati maggiormente (USA) la loro propagazione è funzionale alla conquista definitiva delle fonti di produzione alimentare. Ad esempio, tempo addietro ci furono dei processi contro agricoltori che non avendo mai acquistato sementi OGM, ma risultando le loro produzioni di mais contaminate da OGM, coltivate in terreni limitrofi, si videro comminare salate multe per aver abusivamente utilizzato sementi protette da brevetto. Il fatto è che gli agenti riproduttivi e di trasmissione di spore (insetti, vento, ecc.) non conoscono i confini artificiali dell’economia umana e quindi la diffusione dei geni modificati era passata spontaneamente alle piante limitrofe. Ma siccome la società umana funziona in termini di legge, i coltivatori furono condannati per appropriazione di genoma protetto da brevetto. Con queste condanne verso innocenti agricoltori si è sancita la necessità per il contadino di non poter più utilizzare le proprie sementi. Pur non volendo utilizzare le sementi OGM, che vanno rinnovate anno per anno, anche gli agricoltori che non volevano seminare OGM si videro costretti all’acquisto, anno per anno, di sementi del commercio. Questo aspetto, dell’esclusione della possibilità di conservare il proprio seme, che in passato ha permesso all’uomo di coltivarsi il proprio cibo, è oggi giunto al suo apice, anche in Europa, con la nuova legge che impone l’uso di sementi certificate provenienti da specifiche ditte registrate. Abbiamo perciò da una parte gli OGM con i loro brevetti, dall’altra le sementi certificate, selezionate a scopi industriali, con l’introduzione degli ibridi sterili (che non danno seme fertile dopo il primo raccolto), ed ecco che (con l’asservimento burocratico) la produzione alimentare sta diventando appannaggio del sistema economico speculativo.

Da qui la necessità da parte delle multinazionali stesse invischiate in questo meccanismo, di accaparrarsi l’intero genoma naturale botanico disponibile, poiché, nel giro di pochi anni, tutte le piante sul pianeta, continuando così le cose, potrebbero essere in qualche modo contaminate e geneticamente contagiate. Ed è quanto sta avvenendo:  “..oggi, strano a dirsi, l’onere della conservazione e ricerca delle erbe commestibili ed officinali è passata dai ricercatori erboristici alle multinazionali (fra cui Monsanto e Syngenta, i due colossi del geneticamente modificato), infatti non distante dalla patria di Linneo, nelle fredda isola di Spitzbergen nel mare di Barents, hanno costruito una mastodontica superbanca di tutte le sementi presenti nel mondo”.

Paolo D’Arpini e Caterina Regazzi





mercoledì 1 novembre 2023

Pescara, 10 novembre 2023 - Presentazione di Alimentazione bioregionale di Paolo D'Arpini

 


La presentazione del  libro “Alimentazione Bioregionale” di Paolo D'Arpini si terrà  al FLA di Pescara  il 10 novembre 2023, alle ore 18:00, presso la Casa D'Annunzio in corso Manthonè, 116.  Saranno presenti l'autore e l'editore Mauro Garbuglia di Nisroch.


Descrizione del libro

La "nostra" Terra viene oggi inquinata e svilita in vari modi. Se vogliamo che il fascino della vita in questa Terra abbia un senso e sia possibile farlo arrivare anche alle generazioni future, è giunto ora il tempo di scelte improcrastinabili, legate alla nostra alimentazione e alle nostre abitudini, al tipo di beni di consumo utilizzati, al nostro approccio generale nei confronti del pianeta e della società di tutti i viventi. Il riconoscimento del valore del nostro habitat, in quanto fonte di vita, è semplicemente necessario poiché noi non siamo separati da esso, non siamo alieni su questa Terra che così brutalmente e stupidamente distruggiamo, tutto ciò che viene fatto di male ad essa, lo facciamo a noi stessi. L'attuazione del bioregionalismo, anche in chiave alimentare, potrebbe creare un grande cambiamento positivo. Aprire la nostra mente alla consapevolezza di una convivenza con  tutto il pianeta, è alla base di un progresso che non si contrapponga più alla vita.


Articolo collegato:

L'autore nel Tempio della Spiritualità della Natura


lunedì 30 ottobre 2023

La lotta contro l’inquinamento acustico è necessaria...

 

Il rumore che avvelena l'Italia

La Direttiva UE  definisce la messa a punto di metodi comuni per la valutazione dell’esposizione al rumore in Europa, è di fondamentale importanza per la realizzazione di politiche efficaci contro l’inquinamento acustico.

La Direttiva UE 2015/96  della Commissione del 19/05/2015, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (GUUE), stabilisce metodi comuni per la determinazione del rumore a norma della Direttiva 2002/49/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, e rappresenta la conclusione del percorso avviato nel 2008 dalla Commissione Europea con il progetto CNOSSOS-EU (“Common Noise Assessment Methods in Europe”).

Tale progetto aveva proprio l’obiettivo di standardizzare le procedure per quantificare l’esposizione al rumore in tutti gli Stati Membri, in modo da poter disporre di dati confrontabili e poter fornire ai decisori politici, dunque, strumenti tecnici ed evidenze scientifiche per la messa a punto di politiche efficaci contro il problema del rumore.

Il quadro di riferimento

Scopo fondamentale della Direttiva 2002/49/CE, recepita in Italia con il D. Lgs. 194/2005,  era quello di definire un approccio comune per “evitare, prevenire o ridurre, secondo le rispettive priorità, gli effetti nocivi, compreso il fastidio, dell’esposizione al rumore ambientale”.

Per individuare e ridurre il livello di esposizione della popolazione, la Direttiva indica strumenti quali la mappatura acustica e i piani di azione, che dovevano affiancarsi, integrandoli, a quelli definiti localmente dalle normative degli Stati Membri.

Gli indicatori più idonei per quantificare il livello di rumore e l’esposizione della popolazione attraverso le mappe acustiche erano stati individuati nei descrittori acustici Lden e Lnight. (Lden è il descrittore acustico giorno-sera-notte/day-evening-night usato per qualificare il disturbo legato all’esposizione al rumore; Lnight è il descrittore acustico notturno relativo ai disturbi del sonno)

L’utilizzo di metodi comuni per la determinazione dei valori degli indicatori era stato individuato come elemento fondamentale per una stima omogenea del rumore a livello europeo e per la messa a punto di politiche comunitarie per la riduzione dell’esposizione.

In attesa della messa a punto di tali metodi, come previsto dall’impianto della Direttiva, gli Stati Membri potevano utilizzarne alcuni suggeriti dalla Direttiva stessa o autorizzati dalle relative legislazioni, a patto di dimostrare l’equivalenza dei risultati finali.

Successivamente alla prima fase di implementazione della Direttiva, come previsto dalla stessa, la Commissione ha valutato il grado di confrontabilità dei risultati forniti dagli Stati Membri e ha verificato che in molti casi i metodi valutazione impiegati differivano anche in modo consistente dai metodi suggeriti. Ciò rendeva difficoltoso se non impossibile ottenere dati consistenti e confrontabili sul numero di persone esposte ai diversi livelli di rumore.

Sulla base dei risultati del progetto, la Direttiva (UE) 2015/996 stabilisce i metodi di determinazione comuni che gli Stati Membri sono tenuti a utilizzare dal 31 dicembre 2018.

La Direttiva (UE) 2015/996

Il corposo allegato alla Direttiva, di circa 820 pagine, espone dettagliatamente tutti i passi necessari per la caratterizzazione e modellizzazione delle sorgenti, nonché del percorso di propagazione del rumore fino ai potenziali ricettori.

Per informazioni:

Gaetano Licitra
Per approfondimenti sui livelli di esposizione al rumore in Europa e le mappe acustiche, secondo la Direttiva 2002/49/EC:

Per articoli di approfondimento:



sabato 28 ottobre 2023

Altissimi cantus - La nostra mitologia...

 


Questa Pace dei singoli, delle famiglie, delle Nazioni, del Consorzio umano, pace interna ed esterna, pace individuale e pubblica, tranquillità dell'Ordine, è turbata e scossa perché sono conculcate la pietà e la giustizia. Ed a restaurare l'Ordine e la salvezza sono chiamate ad operare in Armonia, la Fede e la Ragione, Beatrice e Virgilio, la Croce e l'Aquila, la Chiesa e l'Impero, la ridesta coscienza degli umani destini in una predicazione universale di un annunzio oscuro, ma certo di nuova età storica. Cielo e terra armonizzano nel far risuonare questo Evangelo di Pace. 


Poema della Pace  è la Divina Commedia. In Dante tutti i valori umani (intellettuali, morali, affettivi, culturali, civili) sono riconosciuti, esaltati. Anche in seno alla rutilante immensità dei cieli, egli si sente dominare dall'ansia, dal messaggio di verità e di bontà, che attende da lui il punto lontano della nostra terra infelice, l'aiuola che ci fa tanto feroci. Tutto questo nella concezione di un papa che vuole commentare la grandezza del nostro Padre Dante...

Ma noi, partendo dal Divin Maestro, e forti dell'esperienza storica che sempre ha smentito le belle e false parole promananti da quel seggio, riteniamo nostro "Dovere" riferirci al Ritorno. 


Scrive Walter Pierpaoli: Esiste un Mondo Classico Ideale: l'Arcadia, che intuiamo nei baleni di intensa Armonia e che ci riporta alle meravigliose visioni dell'infanzia. Agognare di raggiungere l'Arcadia è un anelito insopprimibile dell'Uomo, che non desiste mai dal sogno di farne parte. Non esiste l'Arcadia se non attraverso il raggiungimento di una perfetta sintonia con la Natura. L'Arcadia si è già realizzata nella musica, nella letteratura, nella poesia, nella pittura, ed è il mondo dei Fauni, delle Ninfe, di Bacco e dei Satiri, dei boschi ombrosi e dei laghetti. Noi ritorneremo all'Arcadia e quindi, al Paradiso Perduto solo eliminando dall' inconscio la paura del dolore e della morte e riacquistando un corpo sano, libero e vibrante che non conosce malattia e non teme la Morte. In tal modo, l'Arcadia saremo Noi.

Giorgio Vitali  (Georgius Vitalicus)




P.S. : Così si esprime un "ricercatore scientifico autentico", che ha cercato e "trovato" e che,  more solito, si è trovato automaticamente contro gli interessi delle Multinazio, le quali non perseguiranno giammai la ricerca dell'Arcadia o del Sacro Graal, bensì l'interesse economico contro la salute degli umani.

venerdì 27 ottobre 2023

Viterbo. Camera a gas alla rotonda Furbetta...

 


La mattina del 27 ottobre 2023, a Viterbo,   alle ore 11 le code create dalla Rotonda Furbetta adiacente al Cimitero Monumentale di San Lazzaro, arrivavano fino a Via Garbini all’altezza degli uffici comunali. Da lì fino alla rotonda adiacente il Cimitero Monumentale di S. Lazzaro, c’era una fila lunghissima  di autovetture che marciava a 8 km. all’ora. Questa situazione imbarazzante è ormai una malsana camera a gas (di scarico) del traffico viterbese. 

Infatti, quella rotonda dal giorno della sua creazione, ha sempre generato code lunghissime e ingorghi senza precedenti a Viterbo. Però malgrado il disagio giornaliero nessuno si lamenta apertamente. 

E’ pur vero che io dal 12 giugno sono presente su quella rotonda ogni giorno per un’ora, per manifestare la mia protesta civile, e oggi ho terminato il 100.mo giorno di presidio attivo, senza ricevere una minima risposta da parte del Comune. Ma oltre a me, nessuno ha il coraggio di manifestare una protesta. Ecco allora che mi permetto di fare un appello a tutte le persone in indirizzo, affinché si ottenga al più presto, una modifica alla viabilità di quel quadrante, con l’adozione di misure atte a snellire il nodo gordiano della Rotonda. 

Io ho suggerito la costruzione “provvisoria” di un’altra rotonda davanti all’uscita della superstrada. A tale scopo si possono utilizzare i blocchi new jersey che attualmente formano un muro, per evitare alle autovetture che vengono dal nord di girare verso il Poggino. Con l’utilizzo di questo materiale la spesa per la realizzazione di questa rotonda, sarebbe quasi a zero. Mi rivolgo a tutte le persone in indirizzo, e chiedo umilmente, di darmi una mano per eliminare questo grave impedimento, che tiene in ostaggio la circolazione di tutta la città di Viterbo. Ringrazio anticipatamente.

Giovanni Faperdue









Appello inviato a: 

Prefetto di Viterbo dr. Antonio Cananà; Questore di Viterbo dr. Fausto Vinci; Com.te Provinciale Carabinieri col. Massimo Friano; Com.te Polizia stradale di Viterbo dr. David Michelazzo; Com.te Vigili del Fuoco di Viterbo Ing. Rocco Mastroianni; Com.te Polizia Locale di Viterbo dr. Mauro Vinciotti; On. Vittorio Sgarbi; On. Mauro Rotelli; On. Francesco Battistoni; On. Enrico Panunzi; On. Daniele Sabatini; Sen. Giuseppe Fioroni; Sen. Giulio Marini; Sen. Umberto Fusco; ACI Provinciale di Viterbo; Ares 118 Viterbo; Croce Rossa Italiana Viterbo; Heart Life Viterbo; Presidente Amministrazione Provinciale dr. Alessandro Romoli; Sindaca di Viterbo d.ssa Chiara Frontini; Giunta Comunale di Viterbo; Dirigente Comune di Viterbo Arch. Massimo Gai; Consiglio Comunale di Viterbo; Cittadini liberi di Viterbo, organi d'informazione...

lunedì 23 ottobre 2023

La Palestina com'era...

 



Ho trovato su un gruppo fb di cui non so dire il nome perchè è scritto in arabo un album di foto che si riferiscono alla Palestina all'epoca del mandato britannico (anni '20-'40): Ho chiesto chiarimenti ed ho ricevuto diversi commenti, che trascrivo sintetizzandoli:

Io: Ma a che città e a che gruppo di popolazione (ebrei, musulmani, cristiani, atei) si riferiscono queste (e tante altre) bellissime foto? Grazie
S.P. risponde: Il mandato britannico in Palestina (quello che e' oggi Israele, quindi varie citta' e la Cisgiordania di oggi - territori occupati) dal 1920 al 1948. Era una terra colonizzata dai Britannici: https://it.wikipedia.org/.../Mandato_britannico_della Palestina...

Io: SP quindi le persone che si vedono possono essere ebrei, musulmani o cristiani, giusto? A quell'epoca convivevano oppure erano solo di una religione specifica? ed era vietato il velo, oppure, spontaneamente non lo portavano?
JBP: Caterina Katia Regazzi convivevano, ma il numero di ebrei e cristiani era contenuto. Non so nello specifico negli anni 30/40, ma ad inizio secolo erano più o meno un 10% a testa. Il malcontento era perlopiù verso il protettorato britannico. Nei paesi mussulmani e nelle culture arabe/islamiche ci sono sempre state donne che non portavano il velo. Il velo non e' il simbolo della religiosita'. Anche oggi ci sono donne credenti e praticanti che non portano il velo. Come in altre religioni e culture le donne si vestono in modo vario. Certo la cultura britannica aveva infleunzato - sopratutto le classi dei palestinesi educati e piu' ricchi diciamo. Cambiare il vestito e' anche un modo per assimilarsi come e' successo con alte tante culture colonizzate purtroppo. Lo vediamo ora in Francia poi con la proibizione del velo in scuola. Come si vestono le donne non dovrebbe essere deciso dallo stato, come succede ora in Iran, Arabia Saudita e in Francia nelle scuole e uffici pubblici.

S.P.: come dice anche J. B. P. appunto il numero di cristiani ed ebrei era contenuto. Da quello che so prima del 1920 in quello che era il terrotorio che oggi e' Israele e Palestina c'erano storicamente circa il 5/10 per cento di ebrei che erano li' da milleni, erano anche loro popolazione autoctona. Lo stesso i Cristiani (non so la percentuale). Gli ebrei e gli arabi sono entrambi una popolazione semita della stessa etnia. Sono in pratica fratelli/sorelle: https://it.wikipedia.org/wiki/Semiti
Caterina leggi magari qui, e' in Inglese pero'.. https://en.wikipedia.org/wiki/State_of_Palestine
Questa e' la pagina della regione palestinese: https://en.wikipedia.org/wiki/Palestine_(region)
Questa e' la storia della Palestina: https://en.wikipedia.org/wiki/History_of_Palestine

Io: Ma più tardi, dopo la seconda guerra mondiale, fu concesso agli ebrei scampati all'olocausto di fondare lo Stato di Israele in Palestina così da tutta Europa sono andati là. Mi pare però che oltre ad ebrei originari, ci fossero anche i cosiddetti ashkenaziti, cioè gente del centro Europa che si è convertita e si è spostata in Palestina, ma non solo. Ti risulta?

E.G.: scusate se mi intrometto..  ma, con tutto che io oggi ho i Palestinesi nel cuore e non Israele, perchè la Storia gli ha inflitto troppe ingiustizie.. Però va detto che gli ashkenaziti della Mittel-Europa non è che fossero meno "ebrei" (dal punto di vista religioso) degli altri che tu definisci "originari", cioè i sefarditi. Anzi, furono proprio loro, gli ashkenaziti, le maggiori vittime del nazismo, perché ce lo avevano in casa, mentre i sefarditi abitavano già in terre più mediterranee, mescolati con gli arabi (seppur in percentuali minori di loro).  Poi c'è stato sì anche un fenomeno di "infiltrati" dell'ultim'ora che, ebrei non erano mai stati, e si "contrabbandarono" come tali al momento della nascita di Israele, con la compiacenza dei loro Stati di origine. Gli Ashkenaziti  comunque sono quelli che comandano, la classe dirigente e borghese della Israele di oggi. Mentre i sefarditi sono già un po' più trattati di serie B anche all'interno dei territori del '48, cioè della Israele di oggi. Poi ci sono anche quelli trattati di serie C, cioè i palestinesi dei territori del '48 che si ritrovano ad essere "arabo-israeliani". Comunque, detto tutto questo, e fatto la "saputella" e me ne scuso. Una sola RIFLESSIONE mi viene di fare ad alta voce, davanti a queste FOTO STUPENDE del periodo del Mandato Britannico. Ci appaiono tutti benestanti colti e raffinati, perché ritraggono la classe borghese del tempo, fossero essi i "colonizzanti" britannici o i "colonizzati" palestinesi, sefarditi o quant'altro. La società Palestinese era ben nota come la più sviluppata in termini di borghesia tra tutti i paesi arabi.. Come sempre, il mondo è più diviso in classi sociali, di quanto non lo sia in etnie o nazionalità.. Poi ci si sovrappongono ed intrecciano anche le questioni nazionali

Io:  E. G. grazie dell'intromissione, anzi, confesso la mia grande ignoranza su questi fatti ed il tuo commento, almeno per me, è molto chiarificatore, per cui ti ringrazio.
F.P. e P.P.: Caterina Katia Regazzi in Palestina (oggi si chiama Israele) fino al '48 vivevano insieme musulmani, ebrei, cristiani, berberi e altre etnie..... HAIFA.. NEBLUS.... GERUSALEMME ... Le città più importanti.... Era un protettorato britannico... Gli ebrei erano il 10 % della popolazione e tutti insieme festeggiavano le ricorrenze.

S.P.:  gli askenaziti sono ebrei (dell'europa centrale e della polonia, russia, ukraina etc). Erano in pratica tedeschi (al 100 per cento) o polacchi uguale. Si sentivano tedeschi ect. erano li' da mille anni. Un libro bellissimo, e molto interessante che ho letto anni fa e' questo, lo consiglio: https://www.amazon.it/Ebraism.../dp/8817112291/ref=sr_1_3...

F.S.: Vedi Caterina Katia la Palestina e precisamente Gerusalemme, è il regno delle tre culture religione monoteiste: Cristianesimo, Islamismo ed Ebraismo.
Un luogo identificato con la città di Gerusalemme che dovrebbe essere la Capitale del mondo, quanto meno religioso. Sono milioni i pellegrini che si recano in questa città, ma che ahimè, Israele disobbedendo a tutti i trattati internazionali e umanitari, ha prima insediato le proprie sedi istituzionali in questa città nel 1949/50 e dopo nel 1980 l'ha dichiarata Capitale d'Israele, togliendola alla Palestina o quantomeno dividendola.
Ovviamente ciò non è riconosciuto nei trattati internazionali, ma purtroppo è entrata ormai nell'immaginario collettivo.
Insomma la PACE per questo popolo senza patria e terra da secoli e secoli, non esiste, seppur hanno vissuto l'olocausto e dovrebbero essere portatori di pace e contro ogni discriminazione.

A.N.: F. S. fra l'altro si arrogano il diritto di esserne i soli destinatari di diritto in quanto figli d'Israele. Io non voglio fare polemica, ma fra i discendenti di Isacco dal quale è nato Giacobbe che ha avuto 12 figli (ognuno dei quali a capo di una tribù di Israele) c'è anche Gesù Cristo figlio di Maria, figlia di Zaccaria.
Fossi in loro... rivedrei qualcosina.
E, soprattutto, non sputerei alle suore quando passano per strada come fanno alcuni di loro. Se tutto
 ciò fosse veramente per amore di Dio era da tempo che doveva essere finita questa tragedia. Anzi, non sarebbe mai cominciata.

Caterina Katia Regazzi 













mercoledì 18 ottobre 2023

Semantica del bioregionalismo...

 


La parola stessa, bioregione, è da noi quasi sconosciuta, citata da qualche avvertito articolista in ambiti minoritari ed ecologisti, dove comunque non ha trovato spazio adeguato né come concettualizzazione, né – il che è più grave – come prassi. 

Questo, sebbene anche da noi il movimento del ritorno alla terra, magari non strutturato, sia piuttosto pronunciato, unito a svariate iniziative produttive e commerciali legate al biologico, e quindi alla “riduzione di scala”, sempre più radicate e credibili. Pensiamo alla estrema difficoltà che le multinazionali dei prodotti alimentari transgenici stanno incontrando nella diffusione dei loro prodotti nel paese. Ora, se c’è qualcosa che crediamo sia difficile contestare da un punto di vista ecologista, è la necessità di un totale mutamento, di un cambiamento radicale nelle abitudini di vita degli abitanti del mondo supersviluppato, nonché dei rapporti fra questo e il resto della popolazione del Pianeta, che del supersviluppo paga quotidianamente le conseguenze. 

Questa necessità si manifesta con grande evidenza proprio nel momento storico in cui le ideologie e le “visioni del mondo” alternative denunciano i loro limiti e fallimenti. Ma c’è di più. La necessità di un mutamento radicale è legata anche all’atrofizzarsi dell’ecologismo, sempre più divaricato fra la reale consapevolezza e le idee mutuate dai comportamenti di vasti settori della nostra società. Il fatto è che, senza un punto di riferimento ideale, che serva da matrice per le scelte di vita personali e, quindi, politiche, le varie ricette filantropiche per la salvezza del Pianeta, il “nuovo modello di sviluppo”, la compatibilità ambientale e tutto il bagaglio del riformismo verde non sono in grado di colmare questa distanza. 

È sicuramente vero che l’ecologia, nella sua sfumatura “naturistica”, è diventata “di moda”, ma ci auguriamo si avverta tutto il desolante significato di questa affermazione. Se l’ecologismo è di moda, ciò significa che è stata metabolizzata dalla società dei consumi, che il rispetto per l’ambiente è divenuto un luogo comune della banalizzazione mediatica, con il deprecabile doppio risultato di agire superficialmente e di porsi, inevitabilmente, al servizio di chi indirizza mentalità e comportamenti collettivi. 

Ora, chi gestisce il potere, reale o virtuale che sia, non ha alcun interesse a proteggere la natura di tutti, a meno che questo comportamento non corrisponda ad esigenze di mantenimento del potere stesso. Non ne ha interesse reale, perché la funzione di potere è intrinsecamente anti-ecologica, essendo la natura un organismo che tende all’omeostasi e si autoregola attraverso una serie di interdipendenze relazionali e la compartecipazione delle specie a tutto il processo vitale. Il potere, al contrario, irrigidisce gerarchicamente i rapporti - oggi in forme tecnocratiche - ed ha come logica tutta moderna l’applicazione di astratte leggi economiche quali vere “leggi di natura”, determinando la mercificazione dell’esistenza. 

Lo sfruttamento ne è, dunque, elemento sostanziale: sulle persone, i popoli, la natura. Se l’ecologia è di “moda”, cessa di essere conflittuale con lo status quo, perdendo quella capacità unica di rottura e critica alle cause stesse della civilizzazione industrialista e tecnomorfa. All’oggi, ad esempio, il compostaggio dei rifiuti, il loro riciclaggio o le bonifiche, sono regolati da logiche profittevoli identiche a quelle che generano inquinamento e corruzione. Per assurdo, al deteriorarsi delle condizioni di sopravvivenza relativamente allo scarseggiare di materie prime e altre implicazioni dovute al titanismo industriale, potrebbe affermarsi una sorta di ecologia di Stato – o di super Stato mondiale – destinata a fronteggiare le emergenze ambientali con una politica di restringimento delle libertà, personali e comunitarie. 

È la logica secolare dell’affermazione degli Stati nazionali e dei loro mercati sui Popoli e le culture. È la logica progressista che reprime gli effetti incapace di rimuovere le cause che detronizzerebbero la sua egemonia culturale e politica. 

Già si hanno piccoli riscontri di questa tendenza nella contrapposizione fra le amministrazioni e le popolazioni locali per la realizzazione di discariche e inceneritori. La gente ovviamente non li vuole vicino casa ma vive in modo da renderli indispensabili… Il potere pubblico è ovviamente pronto a imporli con la forza, o comunque senza consenso, e dunque senza partecipazione, essenza della democrazia. 

Nel bioregionalismo troviamo stimoli per una risposta coerente a tutto questo. Se gli Stati Uniti sono l’avanguardia mondiale della dilapidazione naturale e dello stile di vita consumista che gli è proprio, solo sotto due aspetti hanno favorito condizioni vantaggiose per il bioregionalismo. 

La spontanea tendenza – peraltro non dominante – al decentramento ed alle autonomie locali (l’aspetto che impressionò positivamente Alexis de Tocqueville nel suo Viaggio in America) e il riferimento alle culture indigene, native. Ma il continente europeo non è sicuramente da meno in fatto di riferimenti al localismo. La tradizione autonomistica, regionalistica in senso lato, è molto radicata. Ci sembra perciò che il bioregionalismo sia al cento per cento prodotto da esportazione. Ovviamente, però, non a “scatola chiusa”: le differenze storiche, culturali e sociali tra l’Europa e gli Stati Uniti sono tali da rendere impraticabile una equiparazione. Ma una simile precisazione è tautologica, visto che parliamo di una visione del mondo che nasce “aperta”, e contraddirebbe la propria essenza se pretendesse di fornire indicazioni assolute, ideologiche, universalmente valide. 

Un riferimento certo è che la prospettiva bioregionalista vede nello Stato-nazione un’istituzione storicamente recente e, contemporaneamente datata, che si è imposta dopo una spietata lotta contro le autonomie locali, trasformando l’abitante da agente attivo e partecipante alle decisioni politiche – qual era nel contesto comunitario – a recettore passivo di beni a servizi in cambio della sua anonima “cittadinanza”. In controtendenza, il bioregionalismo propone una ristrutturazione complessiva dell’organizzazione territoriale, per il bene non solo degli esseri umani, ma di tutta la biosfera, ridiscutendo gli arbitrari confini statuali della tarda modernità, a partire dal principio di autodeterminazione, esprimendo autonomie ed interconnessioni naturali sulla base delle identità culturali. 

Dalla più semplice – la comunità locale – alla più complessa – il pianeta terra: la mitica Gaia. Non è difficile immaginare l’alternativa al pericolo in cui il modello industriale-scientifico ci ha posto: si tratta semplicemente di tornare ad essere abitanti della terra. 

Dobbiamo recuperare lo spirito che caratterizzò il “senso del limite” degli antichi Greci, considerando nuovamente la Terra come una creatura vivente. 

Vi è un modo sacrale di confrontarsi con essa e con le sue creature, un modo che implica rispetto e ammirazione, un respiro comune che inibisca l’abuso e la relativa obsolescenza. 

La parola bioregione si compone semanticamente di bio, la parola greca che significa vita e “regione” che deriva dal latino regere, cioè governare. La vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio. Un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono, piuttosto che da decreti legge; una regione governata dalla natura. Tutto ciò è credibile solo coltivando una rinata sensibilità per la specificità dei luoghi e delle culture, una lealtà politica verso il territorio in cui viviamo, unite a pratiche economiche e sociali indigeste al sistema mondo capitalista. 

Vorrà dire un’economia radicata nella particolarità del territorio e delle sue tradizioni, espressa dalla sensibilità delle comunità locali. La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. 

La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie – tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza – possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”. Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’Occidente, dal suo universalismo monistico e dalla sua visione etnocentrica rispetto alla quale tutto diventa periferia. Il problema è di comprendere, per dirla con Mircea Eliade, che “in ogni posto c’è un centro del mondo” possibile. 

E quel “centro del mondo” è, per ogni uomo, la sua identità personale e comunitaria, il suo specifico territorio umano, naturale e culturale. Saranno il viaggio e l’ospitalità a tessere, come capi opposti di un unico filo, le trame di una convivenza qualitativa tra le diversità, appagando la necessità profonda, per noi moderni, di ritrovare nel contatto con altre culture, la radice del nostro essere, la risposta al disagio esistenziale indotto dalla civilizzazione di massa: una risposta alla insopprimibile ansia di radicamento.

Stralcio di un saggio di Edoardo Zarelli 









(Fonte: Arianna Editrice)