Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

mercoledì 4 settembre 2019

Risonanza Schumann...

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Risonanza Schumann. Le grandi variazioni che nessuno sa spiegare con precisione ma che ci danno un chiaro segno che il Pianeta sta cambiando. La Terra sta risuonando sempre più in alto, così come noi!

Gli antichi indiani Rishis chiamavano 7.83 Hz la frequenza di OM. È anche il ritmo naturale di Madre Terra, Le Risonanze Schumann prendono il nome dal professore Schumann che è stato coinvolto nei primi mesi del Programma Spaziale Segreto Tedesco e fu poi paper-clipped negli Stati Uniti. 


Le frequenze di Risonanza Schumann sono piuttosto stabili e sono prevalentemente definite per le dimensioni fisiche della cavità ionosferica. L’ampiezza delle risonanze Schumann non cambia ed è più grande quando il plasma ionosferico viene eccitato. 

L’eccitazione del plasma ionosferico accade a causa dell’attività solare, temporali, uso di Armi Scalari al Plasma e HAARP e ultimamente anche quando le Forze della Luce compensano l’anomalia plasmatica.

Italia Rizzo

domenica 1 settembre 2019

Un passo avanti...

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I passi non sono tutti uguali.

Ad esempio, prendiamo il primo.

Ecco.

Il primo passo (in tutte le sue accezioni).

Che peso ha il primo passo?

Può essere pesante, impedito, impacciato. Quanta fatica possono portare le idee soltanto a pensarle. Pensare le azioni, pensare i desideri, pensare i momenti felici, pensare come sentirsi meglio: pensando e restando a pensare. Così anche i sogni diventano opprimenti.

Un passo. Solo un passo.

Ma solo a pensarlo è gravoso, che no, via, non ci riesco... e non ho i vestiti adatti, e il meteo, e l'umido, e se casco, e fuori fa freddo e poi... perché? Sono già stanco.

Un passo. Solo un passo.

Quante aspettative, quanti frustrazioni, quante speranze e quanti timori gli sono affidati?

A differenza di pressoché tutti gli altri mammiferi, l'uomo impiega circa un anno prima di compiere un passo senza mani, divani, girelli, mobili, pareti, tende. Forse è impresso nel nostro DNA questo pensare e ragionare a monte prima di iniziare a camminare.

400 giorni per un gesto rivoluzionario: andare avanti. Da soli.

Dico rivoluzionario perché non appena la pianta del piede si stacca dal suolo il peso si alleggerisce, lo sguardo si distende, la mente inizia a respirare. Dopo qualche passo i residui di catene che ci portiamo appresso ci abbandonano e dopo un po' che il cammino è iniziato non si ricorda nemmeno più tanto bene quale fosse esattamente quel peso così opprimente che ci teneva inchiodati.

La scienza ci racconta che un passo si suddivide in otto fasi riassumibili in 3 macro-gruppi:

1. Il carico del peso
2. Il sostegno su una sola gamba
3. La progressione dell'arto.

E non sembra anche a voi un cerchio che si chiude?

Tutto parte da un peso, una fatica, una resistenza, ma riusciamo a farcene carico e a sostenerlo grazie al movimento, al procedere, all'andare avanti.

Basta un passo. Un solo passo.

mercoledì 28 agosto 2019

Camminiamo nella natura....


 L'immagine può contenere: montagna, cielo, albero, erba, spazio all'aperto e natura

Oltre al camminare nella natura uso come mezzo di locomozione solo la bicicletta ed, occasionalmente, per percorrenze lunghissime o strade pericolose pulman e/o treno. Non è la fatica che, come pensa la maggior parte delle persone, può sconsigliare l'uso del velocipide. Non devono essere neanche le intemperie, se ci si attrezza bene. Quello che a volte mi fa pentire di essere così determinato a dare il mio piccolo contributo alla salute della Terra è il rischio che quotidianamente corro in mezzo ad una folla di sconclusionati che non mi considerano niente più che un birillo messo sulla strada a dispetto della fretta e furia che ormai muove questo mondo di disperati. 

Non è che io rispetti sempre il codice della strada (mea culpa!!!) ma le infrazioni che faccio, per carità, me la canto e me le la suono, non sembrano mai aver causato problemi a chicchessia. Sempre più spesso invece c'è chi mi sorpassa in prossimità di un incrocio e mi taglia la strada per svoltare, magari col telefonino in mano; chi mi passa a due dita dal fianco sinistro mentre cerco di evitare qualcun'altro che si sta immettendo da destra sulla mia strada quando la precedenza è mia; chi con la testa piegata quasi alle ginocchia e braccio sollevato sulla testa medesima a tenere inutilmente il volante, per leggere e scrivere al cellulare, che ha perso totalmente la bussola e mi viene a "cercare" sul ciglio più remoto della strada, la dove io faccio già difficoltà a procedere perché l'asfalto è martoriato da agenti vari oppure è di nuovo imbrecciata o gariga; chi va in giro, scordandosi che guida un mezzo "speciale", col suv o il camperone o il fatale camioncino dei muratori a sponda larga, e quando mi sorpassa mi strappa i pochi peli che ho nelle gambe. 

I camionisti con i loro mastodonti non mi causano in fondo tanti problemi, hanno un occhio per le misure collaudato da tanta strada mangiata. Una lode speciale poi la riservo a coloro che il venerdì, sabato e domenica notte (chi non fadiga mai!) esce dai locali già gonfio di alcol e siccome non gli basta ancora continua a scolar bottiglie  via andando, riducendo la strada ad un percorso di guerra (e quante povere bestiole, domestiche e selvatiche rimangono nottetempo vittime di questi gonzi). 

Avrei altre situazioni da esemplificare, ma, sempre che io sopravviva, ve le riferirò a giorni con altre fantasiose trovate che mi riserva l'homo automobiliensis.

Riccardo Mencarelli,  ciclista marchigiano



giovedì 22 agosto 2019

Buddismo come pratica di vita bioregionale

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Le varie scuole del buddismo (Theravada, Tantrismo, Lamaismo tibetano, Chan cinese, Zen giapponese e persino quelle forme di buddismo occidentalizzato ecc.) sono caratterizzate da differenze nel modo di accostarsi alla comune meta in base alle diverse inclinazioni dei loro fondatori e discepoli, dai costumi e dagli usi delle varie popolazioni che nel corso della loro storia adottarono la fede buddista, dalle condizioni climatiche e geografiche, insomma un approccio che potremmo definire "bioregionale".
Il pensiero centrale del pensiero buddista è la sofferenza umana, la conoscenza della sua causa, l'individualità e la cessazione della sofferenza attraverso l'eliminazione della causa. Vero è quanto mi fa stare meglio, ovvero mi fa progredire lungo la via della vita. Per un orientale la parola filosofia si traduce meglio in "consigli per agire""tecniche di comportamento", sperimentazione esistenziale. La sofferenza non è procrastinabile. E' qui ed ora, e occorre affrontarla. L'insegnamento tramandato dal Buddha, non mira a convincere l'ascoltatore, bensì fornisce chiare indicazioni metodologiche, etiche ed esistenziali.
Per il Buddha è infinitamente più importante sperimentare l'impermanenza e la non-sostanzialità dell'io-individuale per mezzo di una corretta postura del corpo e di una giusta concentrazione, piuttosto che far ricorso alla ragione e alle parole.
Chi sa tace. Questo tende ad escludere ogni risposta razionale e induce il discepolo ad abbandonare le normali categorie  di giudizio, e perciò andare oltre se stesso.
Ancor prima della comparsa  del Buddha gli indiani avevano sondato a fondo le potenzialità della psiche umana, giungendo a risultati a tutt'oggi sconosciuti alla psicologia occidentale. Il controllo della mente esternalizzante è essenziale per il raggiungimento del NIRVANA.
La via da battere per curare il mal di esistere passa attraverso l'osservazione, la discriminazione, la concentrazione, la meditazione e l'assorbimento. Una mente libera, sgombra di impurità è la condizione fondamentale affinché l'uomo possa deporre, una volta per tutte, il fardello della sofferenza.
Non può esservi vera soddisfazione, dal momento che lo stesso sé,  non esiste realmente, è solo un sogno a occhi aperti. Il grande contributo della filosofia buddista consiste nei metodi elaborati per imprimere nelle nostre menti riluttanti la verità del non-sé.
Nelle religioni "rivelate", di derivazione giudaica (ebraismo, cristianesimo, islam),  l'uomo  si è affidato nella prospettiva di un "al-di-là" che  procede da questa vita.
Il buddismo parte da presupposti completamente diversi. L'angoscia è lì, sotto gli occhi di tutti. La causa del mal-di vivere, va ricercata nella falsa credenza di un io stabile, nell'attaccamento a questo o quel desiderio. Questo è il problema che bisogna risolvere. La soluzione è difficile ma esiste, occorre volontà. Nel buddismo vige la legge della impermanenza: dato che nulla permane durante la vita, come potrebbe qualcosa permanere al termine della stessa?
Il messaggio di Buddha è:  la salvezza, non può consistere nella sopravvivenza di un'anima personale che ha rettamente vissuto e migra purgata dai condizionamenti della vita terrena verso cieli di beatitudine. Ed infatti l'immortalità nel buddismo non rappresenta una promessa di vita ultra terrena.
Il cristianesimo sarebbe destituito di qualsiasi valore se si negasse la realtà storica, dell'individuo Gesù Cristo, la sua morte in croce e la sua risurrezione per il salvataggio dei peccatori. Lo stesso non si può dire del buddismo che poggia direttamente sull'efficacia della pratica, sulla cessazione della sofferenza attraverso l'estinzione dell'io.
Il buddismo non nega l'esistenza di una energia universale ma non  la individua in un "dio", non  gli interessa di sapere né quale siano i suoi attributi, né perché abbia creato questo mondo. Qualsiasi genere di disquisizione intorno al "dio"e alla creazione è considerata un inutile esercizio dialettico, o peggio, una dannosa presunzione retorica. Tutto ciò che possiamo comprendere con l'intelletto, per il buddismo è puramente accessorio.
Occorre applicarsi nella vita di tutti i giorni, con retta parola, retta azione, e retta condotta di vita. Mia piccola conclusione: il buddismo è una filosofia per la vita, mentre le fedi "monoteiste" differenziate (che credono in Jawè, Cristo e Allah) sono religioni per dopo la morte.
 Roberto Anastagi 

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martedì 20 agosto 2019

“Tribù indiane. Capitale e proletari nella storia del Nord America” di Giorgio Stern – Recensione

Qualche tempo addietro, verso la metà di luglio del 2019, ricevetti una email da Giorgio Stern in cui mi chiedeva un indirizzo postale per farmi pervenire il suo libro “Tribù indiane. Capitale e proletari nella storia del Nord America” (Zambon Editore), in quel periodo mi trovavo in Emilia, a casa di Caterina, e nel giro di pochi giorni ricevetti il volume. Conoscevo solo di nome Giorgio Stern e la sorpresa nel ricevere questo dono inaspettato fu tanta. Ma in fondo non c’era poi da meravigliarsi, poiché sia lui che io facciamo parte della lista No-Nato e quindi dal punto di vista “politico” già condividiamo diverse opinioni.
La curiosità solleticata dal come ero venuto in possesso del libro mi spinse immediatamente alla lettura, anche perché delle vicissitudini e delle sofferenze degli indiani d’America avevo iniziato ad interessarmi dai tempi di “Soldato blu” un film epico e drammatico che per primo modificava l’approccio verso l’epopea del “selvaggio West” (pellicola del 1970, diretto da Ralph Nelson e ispirato al romanzo storico di Theodore V. Olsen, Arrow in the Sun, a sua volta ispirato ai reali eventi del massacro di Sand Creek del 1864. Si tratta di uno dei primi film western a schierarsi dalla parte degli Indiani d’America).
L’epopea e la tragedia del popolo dalla pellerossa sono descritte in dettaglio nel libro “Tribù indiane” di Stern ed è subito chiaro sin dalla prefazione dell’autore, in cui è detto: “Quanto qui brevemente esposto riassume un capitolo di storia determinante nei suoi sviluppi successivi, facilmente documentabile per l’accesso alle fonti e per i numerosi studi editi negli stessi Stati Uniti, spesso disatteso o snaturato dai mezzi di diffusione di massa e dagli storici di professione”.
Insomma si tratta, come diremmo oggi, di un “libro verità” in cui i vari aspetti ed eventi che portarono allo sterminio, da parte dei “civili yankee” di una popolazione indiana stimata attorno ai 14 milioni di persone ed oggi ridotta a poche centinaia di migliaia. Un olocausto tremendo perpetrato non tanto per motivi “ideologici” quanto per motivi di rapina.
Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.
Già da queste parole potei capire e dare una giusta collocazione agli eventi storici contenuti e particolareggiatamente descritti nel libro di Stern. Gli imbrogli, le nequizie, le stragi, la diffusione volontaria del vaiolo e dell’acqua di fuoco, lo sterminio gratuito dei bisonti, il continuo restringimento entro piccole riserve desertiche, l’espropriazione delle stesse ove facesse comodo alla costruzione di reti ferroviarie o allo sfruttamento di risorse minerarie. Insomma la riduzione in schiavitù e la quasi estinzione di un popolo nobile e generoso. Questo fecero i fautori della democrazia e della religione cristiana e giudea che ancora osano mettere sulla loro monete e sui loro simboli: “In God we trust”.

Quale Dio?, mi chiedo, forse trattasi di Mammona, se non peggio. E ciò viene evidenziato anche nel capitolo relativo all’affermarsi del primo capitalismo bancario, finanziario e industriale e conseguente sfruttamento delle masse popolari di immigrati affamati ed oppressi.
Leggendo le tristi vicende occorse ai lavoratori bianchi “di serie b” trucidati durante gli scioperi e costretti ad orari sfibranti per soddisfare la sete di denaro dei padroni, nonché alle mistificazioni portate a scusante dell’eccidio del popolo pellerossa, libero e pulito, è più facile oggi comprendere la frenesia di dominio e di sfruttamento dimostrato da questi “uomini bianchi pelosi” nei confronti di ogni altra nazione del mondo. Gli sterminatori “religiosi e democratici” che affermano “In God we trust” ma solo per giustificare ruberie e distruzioni, allora come ora!
L’emozione provata scorrendo i vari nitidi capitoli del libro mi ha impedito una lettura continuata, ho dovuto riporre il volume più volte, per non soccombere alla rabbia ed alla frustrazione. Insomma ho impiegato quasi un mese a completare la lettura di un testo di appena 160 pagine.
“Tribù indiane” si conclude con le vicende attuali di un ultimo eroe indiano perseguitato dai “democratici e religiosi”, Leonard Peltier, tutt’ora imprigionato senza giusta causa ma solo per punirlo del suo amore e rispetto verso la sua gente e verso le tradizioni ancestrali.
Che dire di più? Termino con le parole della mia compagna, Caterina Regazzi, che a sua volta avendo preso in mano il libro di Giorgio Stern gli scrisse: “Gentile Sig. Stern, sto anch’io leggendo il suo libro su “Tribù indiane…” e lo sto trovando veramente esaustivo , interessante e illuminante su tanti aspetti non certo edificanti della storia degli Stati Uniti d’America. Credo che meriti di essere diffuso e conosciuto…. Cordiali saluti!”
Paolo D’Arpini




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Giorgio Stern

domenica 18 agosto 2019

Benessere Olistico al Parco Giotto di Arezzo, il 18 agosto 2019 - Resoconto di Giuseppe Finamore




In una giornata in cui non sai se sei sveglio o se dormi, ti ritrovi al parco Giotto di Arezzo dove  sapevo che ci sarebbe stato, il 18 agosto 2019,  un evento di natura olistica, durante il quale, alcuni amici avrebbero presentato le loro tecniche, discipline esoteriche ma anche arti del curare sia il corpo che l’anima… Chiederete voi: ma si può curare l’anima? Crediamo di si e, le cure che possiamo dare alla nostra anima passano ovviamente attraverso il corpo, il Tempio che l’ospita in questa vita terrena.

Il corpo è anche il terminale delle nostre esperienze, il luogo dove si cristallizzano o si sciolgono tensioni, traumi che a loro volta generano alterazioni dell’equilibrio psichico e fisico… la trasmissione tra la psiche ed il corpo avviene per mezzo delle emozioni. Ciò è quanto i nostri amici hanno cercato di trasmetterci attraverso i trattamenti olistici che ci hanno fatto conoscere e che andiamo a presentare.

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Kristen Wimmer, Master Angel life Coach, Master Reiki Usui Theatheling e riflesso terapia del piede; Mario Francesco Pavan, che ha ideato e costruito il Genesa Cristallo, più avanti cercherò di spiegare cos’è; infine Sankari-Ji, il bagno melodico con le sue campane di cristallo. Dopo una esauriente spiegazione delle sue pratiche olistiche, Kirsten ci ha guidato attraverso una meditazione, al contatto con la luce e con gli Angeli, ascoltandola ci ha fatto sperimentare un percorso di luce che teneva in considerazione gli elementi naturali fino a farli trasformare in energia luminosa e, da questa energia, si manifestavano gli Angeli. Sono seguite poi le nostre testimonianze che ovviamente erano diverse. Kirsten ci ha anche raccomandato di ascoltarci prima di fare qualunque cosa, di meditazione o altro.

Personalmente ho sperimentato molta pace e luce, molti di noi hanno avuto le stesse percezioni ed alcuni hanno anche visto l’Angelo…



L’energia è composta di vibrazioni a diverse frequenze, ogni molecola, ogni atomo del corpo (e non solo) è energia, così il suono che è una frequenza vibratoria di energia, entra nel nostro essere armonizzando le frequenze e ristabilendo gli equilibri; questo ci spiegava Sankari-Ji che con le sue campane di cristallo ci ha fatto immergere in un oceano di armonia e benessere in alcuni momenti ci ha fatto dimenticare di “esistere”. Il suo trattamento è stato condotto con una delicatezza ed una progressione che ha dato l’impressione di stare a volare, prima il decollo molto dolce, poi il volo sempre vario e piano piano l’atterraggio che ci ha fatto rientrare in noi stessi. Durante tutto il trattamento avevo la sensazione di essere massaggiato.



Mario Francesco ci ha presentato un oggetto composto quattro da strisce di legno circolari, larghe circa dieci centimetri, ogni striscia formava un cerchio e i cerchi erano assemblati in modo tale da formare una struttura molto simile a quella dell'atomo della materia che in realtà è energia. Questo è il Genesa Cristallo che Mario ci ha fatto sperimentare oggi all’evento olistico. Lo strumento forma dei triangoli, dei quadrati, dei cerchi e visto da una certa angolatura anche dei cuori. Quando ho avvicinato le mani dove si formavano i triangoli ho avvertito formicolio sulle mani; poi sono entrato dentro il Genesa e dopo qualche minuto ho sentito una sensazione di benessere e come delle leggere carezze di vento sul corpo. Mario Francesco definisce cosi il Genesa Cristallo: La sua forma è il suo scopo, mantiene inalterate le frequenze al suo interno, tutto è vibrazione anche i desideri, mantenerli in un punto significa allontanare le vibrazioni contrarie e attirare quelle favorevoli, il Genesa permette la realizzazione di desideri ed intenzioni, senza questo strumento le frequenze viaggiano libere nell’etere.

Ci sarebbe ancora molto da dire non solo sul Genesa Cristallo ma su tutte e tre le discipline o se preferite le arti del benessere che i nostri amici oggi ci hanno generosamente offerto. Un’ultima cosa da dire è che tutti e tre hanno messo nelle loro attività molto amore, cosa che tutti noi presenti abbiamo percepito e non c’è stato da pagare un prezzo, ma, in questa occasione, un’offerta consapevole. Ringrazio Mario, Kirsten e Sankari-Ji delle cure che hanno tanto amorevolmente elargito e spero che ci siano altre iniziative di questo tipo.

Giuseppe Finamore

venerdì 16 agosto 2019

Idee per una assemblea comunitaria su bioregionalismo, spiritualità laica, ecologia profonda...

La pacifica guerra del fior di loto - Dipinto di Franco Farina

Erik Guido Petrangeli mi ha scritto: “Caro Paolo, come sai sto "tentando" di scrivere un libro sull'agricoltura biologica. All'interno di questa pubblicazione avevo pensato di metterci una sorta di glossario per spiegare alcune voci legate all'agricoltura biologica e tra queste c'è ovviamente il Bioregionalismo. Visto che tu sei uno dei massimi esperti su questo tema, mi farebbe piacere se potessi scrivere una articolo (max 3mila battute) sul Bioregionalismo in modo da inserirlo nel libro”

Gli ho risposto: "va bene scriverò... anche perché il sunto sarà utile come promemoria per una prossima assemblea generale su ecologia profonda, bioregionalismo e spiritualità laica,   però le battute contale tu.."

Parlare del Bioregionalismo in tremila battute equivale a raccontare la propria vita in tre minuti sono costretto ad usare frasi lapidarie e sentenze sparpagliate. Bioregionalismo è un un neologismo per descrivere un processo vitale lungo come la vita.

Però una breve premessa occorre farla. Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica sono la trinità della nuova filosofia o religione della natura.

L’ecologia profonda analizza l'organismo, le componenti vitali e geomorfologiche, le loro correlazioni e funzionamento organico ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali (bioregioni) in cui tali processi si manifestano in forma qualificata di “organi” territoriali e culturali. Come terzo elemento componente c'è “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo, da me definita “spiritualità laica”. Ovvero la capacità e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. E soprattutto la sua messa in pratica.

Secondo me non vale la pena di risalire all'inventore del termine “bioregionalismo” poiché, come in effetti è per l'ecologia e per la spiritualità, è qualcosa che è sempre esistita, in quanto espressione della vita, perciò nelle diverse epoche storiche questi processi hanno ricevuto nomi diversi: panteismo, spiritus loci, animismo, etc. Ed in ogni caso questi tre modi descrittivi sono indivisibili l'uno dall'altro, come è indivisibile l'esistenza. Diceva un grande saggio: “Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati" (Nisargadatta Maharaj).

Ed ora alcune espressioni al vento:

"E’ buona norma, nell’approccio bioregionale, prima di tutto tentare di conoscere l’ambito in cui si vive, delimitandolo attraverso lo studio geomorfologico del territorio, della flora e della fauna. La bioregione è un'area omogenea definita dall’interconnessione dei sistemi naturali e dai viventi che le abitano. Una bioregione è un insieme di relazioni in cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte della più ampia comunità naturale che ne definisce la vita"

"L’idea bioregionale consiste essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all’interno della più ampia comunità di viventi e nell’agire come parte e non a parte di essa, corregendo i comportamenti indotti dall’affermarsi di un sistema economico e politico globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta devastando, ad un tempo, la natura stessa e l’essere umano"

"La limitazione e separazione nella coscienza non è reale, allo stesso modo in cui la luce del sole non risulta compromessa o menomata dallo specchio, parimenti la pura consapevolezza è intonsa e non divisa dall’operato immaginario della mente individuale. Dove sono interno ed esterno per la coscienza suprema che entrambi li compenetra e li supera? In realtà la sola idea di una tale separazione è impensabile nella sorgente di luce che unicamente è.."

"….la necessità di “ridurre e dare delle spiegazioni” sta proprio nel distacco che la lo spirito intelligente ha nel momento del concepimento una parte del tutto si contestualizza un un modulo storico. La singola parte ancestralmente sa di appartenere al tutto e quindi nelle condizioni ristrette dello spazio tempo tende in continuazione (ascesi) a ricongiungersi con lo spirito intelligente infinito di cui fa parte e cui inevitabilmente tende.."

"Che cosa sarebbe la vita senza memoria?… Mi sono posta questa domanda osservando alcune persone ammalate di Altzeimer. Questi esseri, che pure hanno vissuto una intensa vita, di lavoro, di relazioni, di affetti, oggi per qualche strano meccanismo, sono “uscite” dalla realtà con cui non condividono più nulla…. Chi erano prima?…dove e come hanno vissuto? … appartenevano ad una cultura, ad un territorio, avevano un carattere, delle abitudini, celebravano dei riti, rispettavano delle tradizioni, parlavano una lingua o più d’una!…tutto questo è cancellato nella loro memoria…. Essi non ricordano più nulla… sono semplicemente dei corpi ancora in vita che vivono senza relazioni: respirano, mangiano, osservano ciò che gli sta’ intorno…..ma non sono collegati a niente… le relazioni originano identità…."

"L'attuazione bioregionale in chiave politica. Il Bioregionalismo ha due obiettivi: recuperare e tutelare al massimo l’ambiente naturale; ridisegnare nuovi confini delle regioni, tenendo finalmente conto delle loro caratteristiche etniche, ambientali, linguistiche, sociali e produttive. Il tutto in una visione della Stato che ”invece di amministrare se stesso, attraverso la sola tutela della burocrazia, (tra le più arretrate del mondo), si occupi finalmente e seriamente dei grandi problemi nazionali e della tutela dei cittadini”

"..l’immagine che si vuole evocare con la parola “bioregionalismo” un neologismo usato dallo stesso Peter Berg. Diciamo che il “bioregionalismo” contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo. Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro..."

"Riconoscendo l’esistenza delle diverse realtà delle nostre quotidianità siamo in grado di coglierne la ricchezza e l’unicità, conservandone la memoria quale eredità culturale. Possiamo in tal modo cogliere l’anima del luogo dove abitiamo, ove mente e corpo si fondono in un atto profondo d’amore e di gratitudine verso questa terra che ci ha donato la vita, la quale racchiude le leggi cosmiche. Difenderla implica tutto questo, nella piena consapevolezza che esiste un’altra realtà molto insidiosa, quella della perdita delle identità, della distruzione delle culture con i loro paesaggi uniformi, prossimi ai deserti.."

"L’esperienza degli orti e dell’agricoltura urbana, seppur con qualche anno di ritardo, si sta diffondendo molto velocemente anche in Italia. Se esistesse una mappatura, vedremmo migliaia di puntini disegnati sulla cartina dell’Italia: gruppi auto-organizzati, orti didattici, orti sul balcone, aiuole coltivati a lattuga, orti sinergici. Tra tangenziali, cavalcavia, ponti, semafori, autostrade, ecco apparire qua e là un orto in tutta la sua bellezza"

"...non si può fare a meno della biodiversità, ovvero i sistemi naturali che sostengono la sopravvivenza di noi tutti. Osserviamo che ovunque avanza la desertificazione (non soltanto siccità bensì perdita dell’humus in seguito al dilavamento dei terreni di superficie), la deforestazione, l’utilizzo improprio dei terreni per produzione elettrica, l’impoverimento dei suoli dovuti a monoculture, la modifica dell’ambiente e, in generale, la dispersione del patrimonio biologico delle specie animali e vegetali, tutti aspetti che dederminano una perdita economica considerevole anche nell´economia...."

"L’unico “sviluppo” che consente la vita della biosfera è un processo completamente non-materiale, qualcosa che significhi l’evolversi di cultura, arte, spiritualità"

"Il nostro è un lavoro di chi ama osservare l’inverno che finisce e la primavera che avanza, sentire tamburrellare il picchio, sentire l’improvviso fruscìo degli stormi di fringuelli sopra la testa come l’ala di un angelo. Quale calcolo economico possiamo fare di questo lavoro, che faccia rientrare anche la sensazione di essere lambiti da un’ala di angelo? Ho cercato di dare un esempio piccolo e concreto di un modo di lavorare che abbia cura della terra e degli altri esseri perché vorrei fare una domanda. E’ concepibile un’amministrazione politica -di qualunque livello organizzativo- che legifera attorno a questa modo di lavorare slow?"

"...continuo a dedicarmi, in teoria ed in pratica, a questa ricerca, occupandomi magari di agricoltura biologica, alimentazione bioregionale, cure naturali, spiritualità e arte della natura.. Io personalmente sono giunto, per mezzo di esperienze vissute e di considerazioni e riflessioni sugli eventi, a condividere pienamente il pensiero ecologista profondo, il vegetarismo e la spiritualità laica"

"Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro"

...per me ecologia profonda vuol dire: amore per la vita, per la natura, per gli esseri viventi, solidarietà umana, ognuno secondo la propria natura e le proprie possibilità: una tendenza a.... nei limiti del possibile. I cambiamenti non avvengono in un giorno, ma ognuno di noi può fare la sua parte”

“Chi può definirsi bioregionalista? Questo termine non denota una appartenenza etnica bensì la capacità di rapportarsi con il luogo in cui si risiede considerandolo come la propria casa, come una espansione di sé. La definizione diviene appropriata nel momento in cui si vive in sintonia con il territorio e con gli elementi vitali che lo compongono. Infatti chiunque può essere bioregionalista indipendentemente dalla provenienza di origine se segue la pratica dell’ecologia profonda...” 

Paolo D'Arpini


Referente  della Rete Bioregionale Italiana
Tel. 0733/216293 - bioregionalismo.treia@gmail.com