Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

mercoledì 2 gennaio 2019

Grottammare: "Più che l’amore" - Recensione


Più che l’amore
da Gabriele D’Annunzio

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
 Vincenzo Di Bonaventura, Simone Cameli
e il Gruppo Aeoidos

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  30 Dicembre 2018  h17



LA MIA SETE

        “La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar”: le parole di Corrado al fraterno amico Virginio dicono la febbre bruciante di conoscenza e scoperta, la rivolta contro “l’ordine che mi opprime”, contro le “risposte ambigue, i sorrisi prudenti e vili” che l’Italietta dei burocrati e dei ministeri oppone alla sua ansia di volo.

        Vive ancora stasera, con il gruppo Aeoidos (ed è riscrittura scenica ogni volta diversa, testo dis-fatto e ri-creato dalla macchina attoriale), la tragedia dannunziana dal destino più ingrato, la meno rappresentata tra quelle dell’artista il cui “teatro di poesia” fu tuttavia la folgore destinata a scuotere dal profondo i codici drammaturgici della tradizione.

        Sono al di là di noi, i poeti, dice Di Bonaventura, sono malati di speranza: D’Annunzio - come Ibsen, come Strindberg – ha lo sguardo rivolto al ‘900, come loro addita allo smarrimento dell’uomo d’oggi un ideale o una realtà possibile; ma la tristizia dei contemporanei volle vedere, nell’Ulisside protagonista, la ferocia del colonialismo e non piuttosto – in Corrado Brando - l’antitesi del superuomo, l’eroe inconciliabile col modello societario che lo ingabbia, destinato alla sconfitta dall’improponibilità del suo stesso sogno. 
“Quando Corrado Brando pronunzia le sue prime parole - scrive D’Annunzio a Vincenzo Morello - egli ha già su di sé l’ombra di un’ala, che non è quella della Vittoria”; e lo paragona all’Aiace sofocleo, già perduto al suo apparire sulla scena, “disperato di vivere, già dato al Buio”.
       
        L’attrazione dell’inesplorato, il perpetuo desio della terra incognita che è nei Caboto d’ogni tempo (“Sono della razza dei Caboto” dice Corrado all’amico), utopia di un mondo altro e diverso, è il fil rouge che dall’antieroe dannunziano giunge all’oggi lungo il percorso del secolo breve. 
E  Corrado Brando non è lontano se non per cronologia dall’informatico De Andrade che “sotto l’erba dei campi da golf” (Fabio Cavalli, 1993) esplora incessantemente i meandri del sottosuolo nella certezza di un “mondo di sotto” popolato da un’umanità ribelle e felice: universo utopico alla cui conoscenza lo spinge l’insofferenza per la disarmonia di cui è parte, stirpe di Caino come l’intera specie umana destinata alla nostalgia dell’innocenza perduta, e che nell’Utopia cerca orizzonti di virtù e bellezza.

        “Cerco la mia libertà” dice Corrado, nella vita che “per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento” ma anche ”necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un’idea, una riva, un essere caro”. Non è la gloria il suo orizzonte, ma la lontananza, la “vocazione d’oltremare”, toccare il suolo di “quelle regioni incognite ove l’uomo crede di sentire sotto di sé la totalità della Terra”.

         Balenano alla memoria le cicogne in volo sull’ Uèbi, ancora gli par di sentire il fischio dell’aquila pescatrice: nel tormento febbrile, nella frenesia quasi dionisiaca di Corrado, i due amici rivedono se stessi davanti al Mosè michelangiolesco che da studenti ogni giorno visitavano nella penombra di San Pietro in Vincoli; “…Mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra”, su quel marmo in cui Michelangelo aveva imprigionato tutta la tempesta, gli scrosci e i turbini dell’anima.
E il ricordo è già commemorazione di ciò che non può più essere raggiunto, né la sete dell’eroe potrà estinguersi ai pozzi di Aubàcar: è un ritmo funebre quello che accompagna Corrado come un’ala silente.

        “Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa”: a Corrado non bastano la devozione dell’amico Virginio, la limpida forza del suo intelletto, i gesti e le parole della consuetudine, il legame fraterno; nè lo trattiene Maria nel dono totale di sé (Ella torna come Alcesti dal regno profondo), il suo fremito di leonessa ferita e l’annuncio della nuova vita che nasce in lei: Corrado è già “oltre l’amore e oltre la morte”, il crimine commesso - come la follia di Aiace - rende la morte “necessaria”.
L’errore immobile che legge nei suoi occhi conferma a Maria il presagio del sogno (Pareva venuto non so che autunno di sotterra…), imprime eco profetica alle parole del libro offertole dall’amico Marco Dalio: “Io piango perché l’Amore non è amato…”

        È al sardo Rudu, il devoto servo isolano partecipe come un Coro greco della solitudine dell’eroe, che questi rivolge l’ultima preghiera “In ogni primavera (…) accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe, e non mi dimenticare nei tuoi canti”. E nulla più ormai - per “il vincitore di Olda”come per Aiace – potrà “interrompere la corsa dell’eroe verso la tenebra”.

 Sara Di Giuseppe       faxivostri.wordpress.com    letteraturamagazine.org



2019, un buon anno per liberarsi da paura e pigrizia

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Il 31 dicembre di ogni anno io e Paolo siamo soliti festeggiare la fine dell'anno vecchio e l'inizio del nuovo con un piccolo rito,la "Notte senza Tempo" ed uno dei passaggi fondamentali è la scrittura di pensierini o propositi su quello di cui ci vogliamo liberare. Io non ho fatto , nel mio bigliettino, tanti giri di parole. Ho scritto solo:"voglio liberarmi di Paura e Pigrizia".

La paura è un sentimento che, forte o lieve, di poche cose, mi ha sempre accompagnato nella vita: per esempio  paura di guidare o di rimanere a piedi con la macchina è una, ma quella più invalidante per me è sempre stata la paura di essere inadeguata. Inadeguata a soddisfare le aspettative degli altri, inadeguata a seguire e gestire le esigenze dei miei genitori anziani, malati e poi defunti, inadeguata a crescere una figlia giovane ed ora adulta, inadeguata a fare un prelievo di sangue ad un cane o a fare un documento per l'esportazione all'estero di canarini da esposizione.

Queste paure da cosa dipendono? Posso come al solito accusare i miei genitori di non avermi dato abbastanza fiducia spronandomi a scendere in campo nelle difficoltà della vita? O non sarà il tutto associato anche alla seconda mia caratteristica di cui mi voglio liberare e cioè la pigrizia? Pigrizia nell'impegnarmi ad apprendere nuove capacità? Pigrizia ad esercitarmi nell'essere in grado di mettere in pratica nuove abilità?

Vedremo se questo 2019 mi porterà a mettere in atto questo intento. Certo, non sarà stato sufficiente scriverlo su un foglietto, anche se, alla mezzanotte l'ho affidato ad un fuocherello trasmutatore, ma l'intento dovrà essere tenuto ben presente nelle diverse occasioni della vita. Giorno dopo giorno.

Caterina Regazzi


martedì 1 gennaio 2019

31 dicembre 2018 - La notte senza tempo in poesia di Maria Bignami




Voglio fare il mio riassunto, della Notte senza Tempo 2018

Arrivati a Spilamberto
Paolo insieme a Caterina
calda è stata l’accoglienza
nella sala ed in cucina.
Lo stufato di lenticchie
che aspettava la polenta
abbondanza di verdure
di colori e di sapori.
Arrivate le invitate
ancor prima di cenare
fatto un breve rituale
tutti insieme ringraziare.
Due foglietti e lì annotare
quello da lasciare andare
e nell’altro il puro intento
di un progetto realizzare.
Comitiva imbacuccata
pronti per la camminata
lungo il fiume già tracciata
per raggiungere l’arcata.
Arrivati sotto al ponte
con legnetti e del giornale
Paolo forma un focherello
io ammirata dal suo fare
per un altro rituale.
Alle spalle abbiam lasciato
un silenzio naturale
poi di botto ritrovarci
con i botti nel piazzale.
Rincasati nel calduccio
esternar la mia intenzione
la presenza ed attenzione
per me gran soddisfazione.
Per qualcuno può sembrare
un evento non speciale
star nella semplicità
per me è gran felicità.

Auguro a tutti un 2019 di essere attivi nella gioia per il proprio benessere e collettivo.

BUON ANNO
Maria Bignami







lunedì 31 dicembre 2018

LA STORIA DEI TRE MONACI CINESI CHE RIDONO A CREPAPELLE


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I nomi di questi saggi non vengono ricordati, perché non li rivelarono mai a nessuno. In Cina sono conosciuti semplicemente come i tre monaci che ridono.
Costoro non facevano altro che ridere: entravano in un villaggio, si mettevano in mezzo alla piazza, e iniziavano a ridere. Piano piano altre persone venivano contagiate da quella risata, finché si formava una piccola folla, e il semplice guardare quelle persone faceva scoppiare dal ridere tutti i presenti. Alla fine tutti gli abitanti venivano coinvolti dalla risata collettiva. A quel punto i tre monaci si spostavano in un altro villaggio.
La risata era la loro unica predica, il solo messaggio.
Non insegnavano nulla, nel senso letterale del termine: si limitavano a creare quella situazione. Erano amati e rispettati in tutta la Cina: nessuno aveva mai fatto prediche o sermoni simili!
Essi comunicavano che la vita dovrebbe essere solo e unicamente una risata. E non ridevano di qualcosa in particolare: si limitavano a ridere, come se avessero scoperto lo «scherzo cosmico».
Quei monaci diffusero gioia infinita in tutta la Cina, senza usare una sola parola. Con il tempo invecchiarono e uno di loro, un giorno, presso un villaggio, morì. L’intero villaggio si chiedeva come avrebbero reagito gli altri due: almeno in quella circostanza ci si aspettava che avrebbero pianto. Era una cosa che valeva la pena vedere, perché nessuno riusciva ad immaginarsi quei monaci in lacrime. Il villaggio si riunì. E cosa videro? I due monaci superstiti che, accanto al cadavere del loro amico, ridevano, e ridevano a crepapelle. Per cui tutti gli abitanti del villaggio chiesero: «Per lo meno spiegateci questo!» Per la prima volta parlarono e dissero: «Ridiamo perché quest’uomo ha vinto. Ci siamo sempre chiesti chi tra noi sarebbe morto per primo, e lui ci ha battuti. Stiamo ridendo della nostra sconfitta e della sua vittoria. Inoltre, ha vissuto con noi così tanti anni, insieme abbiamo riso e ci siamo divertiti.»
Non potrebbe esistere un addio migliore: possiamo solo ridere!
L’intero villaggio era comunque triste, ma poi si accorsero che non solo quei due stavano divertendosi, ma sembrava che sorridesse anche il terzo, il monaco morto. Prima di morire aveva detto ai suoi amici: «Non cambiatemi le vesti!» (per convenzione, quando un uomo moriva, il corpo veniva lavato e gli abiti cambiati) «Non lavatemi, perché sono sempre stato pulito. Ho riso tanto nella mia vita, che nessuna impurità si è mai accumulata in me, addirittura non sono mai stato toccato da impurità. Non ho raccolto polvere: la risata è sempre giovane, fresca e pulita. Per cui, non mi lavate e non cambiatemi le vesti!» Per rispetto delle sue ultime volontà, dunque, non gli cambiarono l’abito. E Quando il corpo del monaco fu posto sulla pira funebre per essere bruciato, si accorsero d’improvviso che nei vestiti aveva nascosto dei fuochi artificiali. Pum, pum, pam! L’intero villaggio si mise a ridere, e i due monaci rimasti dissero: «Furfante! Sei morto, e ti sei fatto anche l’ultima risata!»
MORALE
Esiste una risata cosmica, allorché si comprende lo scherzo cosmico: la vita è un grande gioco divino – Lila in sanscrito. È la risata più elevata: solo un Buddha può ridere in quel modo. E quei tre monaci dovevano essere stati tre Buddha.
La risata, l’autoironia, la capacità di cogliere il lato divertente delle cose: ecco l’arte più preziosa da coltivare. Non per sfuggire ai problemi. Non per nascondersi dietro l’ennesima maschera e far finta di niente. Ma per darsi una ricarica, per disidentificarsi dalle difficoltà della vita ed evitare di farsi sopraffare. Ma anche per non prendersi troppo sul serio, per cambiare il punto di vista e liberarsi da una visione triste della realtà.

Storia dedicata alla memoria di Gianni Riefolo da parte di Vittorio Marinelli. 

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Grazie a Raffaele Cavaliere per il contributo

domenica 30 dicembre 2018

LA STORIELLA DEL GLIFOSATO

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 Leggete e diffondete  per ritardar l’arrivo del prete
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ORA E’ L’ORO DEL RENO
(la storiellina è del GLIFOSATO
un diserbante molto rinomato;
col dentifricio protegge il tuo palato
nel COLGATE, ad esempio, è utilizzato)
 
Napolitan (*) nomò la senatrice:                    (*)chi della democrazia ha fatto strame
abbellir dee ciò che MONSANTO dice:                e ci ha fatto affogare nel letame.
e nel Presepe, ricordo di Betlemme,
con mirra e incenso, l’oro è OGM.

Passan le Alpi, volan gli aquiloni,
sotto le ali nascondono i milioni
che, atterrati, diverran prebenda
per chi e per che non v’è chi non l’intenda.
 
Poscia che acquisto fecero i tedeschi
ritorneran dispensator di teschi            (**)la più grande società chimica tedesca
chè la MONSANTO, ditta americana,    (3)la spada usata da Orlando, paladino di
BAYER(**)procurò la Durlindana(3)      Carlo Magno re dei franchi
 
Se il cancro segue (4), non è pericolosa?  (4)un giudice della California l’ha sentenziato
Perché quinquennio ancor l’orribil cosa?   condannando la MONSANTO a risarcire i
Già due milioni sono i firmatari,                   parenti della vittima (giardiniere colpito da fate spallucce o vi fingete ignari?                        tumore).
 
Questo, lettore, è dono dell’Europa(5).    (5)perché gli europarlamentari hanno
Tu lo prendi nel cul mentr’altri scopa.         approvato un quinquennio ancor di strage?
Battiamoci perché il GLIFOSATO            Se il prodotto è cancerogeno, perché i
sull’italico suol non venga usato.          tedeschi devono guadagnare anche su questo?
 
Oppur è il tuo cervel modificato?
AVVENNE A SENATOR DI QUESTO STATO.
 
Luigi Caroli 

giovedì 27 dicembre 2018

Appello per l'applicazione della Costituzione


 Risultati immagini per No nel referendum del 2016.

Non possiamo sottovalutare quanto sta avvenendo nelle istituzioni del nostro paese e neppure l'assenza di un vero confronto politico.
Il parlamento è ridotto a votificio, con l'uso di decreti, voti di fiducia, testi sconosciuti votati a scatola chiusa come sta accadendo sulla legge di bilancio. 
Speravamo in una svolta dopo la deriva istituzionale nella precedente legislatura e la vittoria del No nel referendum del 4 dicembre 2016. Invece il governo espresso dalla coalizione giallo-verde sta rifacendo gli stessi errori, con un crescendo preoccupante. Per riassumere in un concetto la nostra richiesta alla nuova maggioranza:   Fermatevi !
Consentite un confronto politico di merito, non prendetevi la grave responsabilità di continuare su una deriva, fin troppo in continuità con gli errori precedenti, che porterebbe a mettere in discussione aspetti centrali della nostra Costituzione e a creare un distacco ulteriore tra rappresentati e rappresentati.
Sarebbe un grave errore rimettere al centro del dibattito politico le modifiche della Costituzione. La Costituzione della nostra repubblica, nata dalla Resistenza al nazifascismo, merita rispetto ed è l'architrave del nostro assetto istituzionale. Singole modifiche della Costituzione com'è previsto dall'articolo 138 sono possibili, ma non possono e non debbono essere piegate a interessi di parte e ad esigenze momentanee.
La Costituzione è un bene comune a tutti noi, nessuno può stravolgerla a proprio piacimento. Quando ci si è provato i cittadini hanno respinto i tentativi di stravolgimento e se dovesse essere ancora necessario il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale è pronto, se necessario, a rientrare in campo per impedire stravolgimenti costituzionali, fino ad impegnarsi in campagne referendarie. Tutti farebbero bene a ricordare che all'inizio del 2016 il No era dato al 20 % ma alla fine il voto No è arrivato al 60% e il 4 dicembre 2016 ha vinto. 
Chiediamo di fare conoscere le proposte di modifica della Costituzione e di poterle discutere con il tempo necessario. In particolare chiediamo di aprire una riflessione preventiva sulle proposte di attuazione dell'attuale (nefasto) articolo 116 della Costituzione per bloccare ogni tentativo di differenziare diritti fondamentali dei cittadini italiani per regioni, pensiamo a salute, istruzione, ambiente, condizione di lavoro, pensioni.
La trattativa in corso tra Governo e Lombardia, Veneto, Emilia è del tutto nascosta ai cittadini. Chiediamo di conoscere, di poter esprimere opinioni. Non solo noi ma tutti i cittadini italiani, avviando una grande operazione di trasparenza. Questo va fatto ora perché le decisioni istituzionali rischiano di essere irreversibili.
Invece è necessario affrontare ora, senza ritardi, la modifica della legge elettorale, che deve essere cambiata sulla base di due principi: sostanziale rispetto della proporzionalità e garanzia che i cittadini potranno scegliere direttamente tutti i deputati e i senatori chiudendo il triste periodo dei nominati dall'alto.
Vi inviamo alcuni scritti che hanno cercato di esporre le  ragioni delle nostre critiche e la richiesta di poter conoscere, discutere, modificare le proposte.
A gennaio preciseremo obiettivi e modalità di iniziativa del Coordinamento.

p. la Presidenza
 

lunedì 24 dicembre 2018

Gesù nel tempio di Gerusalemme e la moneta "impura"


"Ogni tanto dalle "sacre" scritture traspare uno spiraglio di luce.." (G.V.)

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Qual era la moneta con la quale venivano riscosse le decime e versate le offerte nel Gran Tempio di Gerusalemme all’epoca di Cristo?

Secondo quanto stabilito dai sommi sacerdoti, in osservanza delle norme religiose giudaiche, queste non potevano essere pagate mediante le varie monete coniate dai popoli non-ebrei, in quanto considerate  impure.

Per ovviare al problema, naturalmente, e con il consenso (o su iniziativa?) delle autorità religiose medesime, si era ben pensato di offrire ai fedeli-pellegrini, un appropriato servizio di cambiavalute nell’area antistante il Tempio, previa, va da sé, appropriata percentuale sul cambio –più o meno adeguato- delle monete stesse.

Si era sempre alle solite: CAMBI DELLA MONETA E MURO DEL PIANTO, PIANTO SUL MURO, MURO DI PIANTO, PIANTO DI MURI, PIANGO SEMPRE DI PIU’ COSI’ CREDERAI A TUTTO QUELLO CHE TI METTO DA VEDERE… ECC.

Per MITEZZA o mansuetudine, non deve ritenersi un atteggiamento remissivo verso ogni provocazione, bensì il TERMINE MEDIO (non matematico) fra due opposte reazioni ad essa, in conformità alla sua definizione e circoscrizione come stabilita una volta per tutte da ARISTOTELE, (Ut ait Philosophus).

Essere miti non equivale a dover sopportare ogni cosa, compreso l’insopportabile, perché si cadrebbe nel vizio deleterio dell’indolenza, mentre lasciarsi prendere dall’ira per ogni sciocchezza, è ugualmente riprorevole, rappresentando l’eccesso opposto.

La virtù della MITEZZA consiste quindi nella capacità di assegnare il giusto valore a quei fatti che devono suscitare in noi una dovuta reazione di sdegno e di conseguenza un’ira che sarebbe disonorevole non provare.

Essere mite, corrisponde quindi all’avere il retto senso di adirarsi nelle situazioni che lo richiedono, e con i veri responsabili dei fatti che in quelle situazioni si determinano.

Alla luce di queste doverose premesse, andiamo ora ad analizzare l’episodio evangelico della CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO OVVERO LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO, come riportato in Mc 11, 15-19; Mt 21, 12-17; Lc 19, 45-48; Gv 2, 12-25; nella versione più specifica nei dettagli che ne dà la mistica Maria Valtorta, nella sua complessa opera (Il Poema dell’Uomo-Dio), da considerare con attenzione e senza pregiudizi, fosse anche solamente per le osservazioni di carattere geografico e geologico del Medio Oriente antico nonché i riscontri storici ed archeologici in essa riportate, con una dovizia tale di particolari riscontrabili, da non poter certo essere attribuiti alle fantasie di una mente esaltata dal fanatismo.

Coloro i quali vorranno avere la bontà e la pazienza di leggere il brano fino in fondo, noteranno come l’autrice descriva lucidamente UNA BORSA NERA, OPERAZIONI DI STROZZINAGGIO, INTERESSI, USURA E USURAI, TRUFFA, INGANNO, VIOLENZA (E RAZZISMO INTER-RAZZIALE CONTRO I NON-GIUDEI i.e. CONTRO I GALILEI, tanto per rammentare i loro VIZI ORIGINALI a tutti quelli della loro razza che esercitano l’arte del FRIGNAMENTO ANTIRAZZISTA per mestiere da… sempre)

53. La cacciata dei mercanti dal Tempio. Gv 2, 12-25

Vedo Gesù che entra con Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, nel recinto del Tempio. Vi è grandissima folla entro e fuori di esso. Pellegrini che giungono a frotte da ogni parte della città.

Dall'alto del colle, su cui il Tempio è costruito, si vedono le vie cittadine, strette e contorte, formicolare di gente. Pare che fra il bianco crudo delle case si sia steso un nastro semovente dai mille colori. Si, la città ha l'aspetto di un bizzarro giocattolo, fatto di nastri variopinti fra due fili bianchi e tutti convergenti al punto dove splendono le cupole della Casa del Signore. Nell'interno poi è... una vera fiera. Ogni raccoglimento di luogo sacro è annullato. Chi corre e chi chiama, chi contratta gli agnelli e urla e maledice per il prezzo esoso, chi spinge le povere bestie belanti nei recinti (sono rudimentali divisioni di corde o di pioli, al cui ingresso sta il mercante, o proprietario che sia, in attesa dei compratori). Legnate, belati, bestemmie, richiami, insulti ai garzoni non solleciti nelle operazioni di adunata e di cernita delle bestie e ai compratori che lesinano sul prezzo o che se ne vanno, maggiori insulti a quelli che, previdenti, hanno portato, di loro, l'agnello.

Intorno ai banchi dei cambiavalute, altro vocio. Si capisce che, non so se in ogni momento o in questo pasquale, si capisce che il Tempio funzionava da... Borsa, e borsa nera. Il valore delle monete non era fisso.

Vi era quello legale, di certo vi sarà stato, ma i cambiavalute ne imponevano un altro, appropriandosi di un tanto, messo a capriccio, per il cambio delle monete. E le assicuro che non scherzavano nelle operazioni di strozzinaggio!... Più uno era povero e veniva da lontano, e più era pelato. I vecchi più dei giovani, quelli provenienti da oltre Palestina più dei vecchi.

Dei poveri vecchierelli guardavano e riguardavano il loro peculio, messo da parte con chissà che fatica in tutta l'annata, se lo levavano e se lo rimettevano in seno cento volte, girando dall'uno all'altro cambiavalute, e finivano magari per tornare dal primo, che si vendicava della loro iniziale diserzione aumentando l'aggio del

cambio... e le grosse monete lasciavano, tra dei sospiri, le mani del proprietario e passavano fra le grinfie dell'usuraio e venivano mutate in monete più spicciole. Poi altra tragedia di scelte, di conti e di sospiri davanti ai venditori di agnelli, i quali, ai vecchietti mezzi ciechi, appioppavano gli agnelli più grami.

Vedo tornare due vecchietti, lui e lei, spingendo un povero agnelletto che deve esser stato trovato difettoso dai sacrificatori. Pianti, suppliche, mali garbi, parolacce si incrociano senza che il venditore si commuova.

«Per quello che volete spendere, galilei, è fin troppo bello quanto vi ho dato. Andatevene! O aggiungete altri cinque denari per averne uno più bello».

«In nome di Dio! Siamo poveri e vecchi! Vuoi impedirci di fare la Pasqua, che è l'ultima forse? Non ti basta quello che hai voluto per una piccola bestia?».

«Fate largo, lerciosi.» Viene a me Giuseppe l'Anziano. Mi onora della sua preferenza. «Dio sia con te! Vieni, scegli!»

Entra nel recinto, e prende un magnifico agnello, quello che è chiamato Giuseppe l'Anziano, ossia il d'Arimatea. Passa pomposo nelle vesti e superbo, senza guardare i poverelli gementi alla porta, anzi all'apertura del recinto. Li urta quasi, specie quando esce coll'agnello grasso e belante. Ma anche Gesù è ormai vicino. Anche Lui ha fatto il suo acquisto, e Pietro, che probabilmente ha contrattato per Lui, si tira dietro un agnello discreto. Pietro vorrebbe andare subito verso il luogo dove si sacrifica. Ma Gesù piega a destra, verso i due vecchietti sgomenti, piangenti, ndecisi, che la folla urta e il venditore insulta.

Gesù, tanto alto da avere il capo dei due nonnetti all'altezza del cuore, pone una mano sulla spalla della donna e chiede:

«Perché piangi, donna?».

La vecchietta si volge e vede questo giovane alto, solenne nel suo bell'abito bianco e nel mantello pure di neve, tutto nuovo e mondo. Lo deve scambiare per un dottore sia per la veste che per l'aspetto e, stupita perché dottori e sacerdoti non fanno caso alla gente né tutelano i poveri contro l'esosità dei mercanti, dice le ragioni del loro pianto. Gesù si rivolge all'uomo degli agnelli:

«Cambia questo anello a questi fedeli. Non è degno dell'altare, come non è degno che tu ti approfitti di due vecchierelli perché deboli e indifesi».

«E Tu chi sei?».

«Un giusto».

«La tua parlata e quella dei compagni ti dicono galileo. Può esser mai in Galilea un giusto?».

«Fa' quello che ti dico e sii giusto tu».

«Udite! Udite il galileo difensore dei suoi pari! Egli vuole insegnare a noi del Tempio!». L'uomo ride e beffeggia, contraffacendo la cadenza galilea, che è più cantante e più ricca di dolcezza della giudiaca, almeno così mi pare.

Della gente si fa intorno, e altri mercanti e cambiavalute prendono le difese del consocio contro Gesù. Fra i presenti vi sono due o tre rabbini ironici. Uno di questi chiede:

«Sei Tu dottore?» in un modo tale da far perdere la pazienza a Giobbe.

«Lo hai detto».

«Che insegni?».

«Questo insegno: a rendere la Casa di Dio casa di orazione e non un posto d'usura e di mercato. Questo insegno».

Gesù è terribile. Pare l'arcangelo posto sulla soglia del Paradiso perduto. Non ha spada fiammeggiante fra le mani, ma ha i raggi negli occhi, e fulmina derisori e sacrileghi. In mano non ha nulla. Solo la sua santa ira. E con questa, camminando veloce e imponente fra banco e banco, sparpaglia le monete così meticolosamente

allineate per qualità, ribalta tavoli e tavolini, e tutto cade con fracasso al suolo fra un gran rumore di metalli rimbalzanti e di legni percossi e grida di ira, di sgomento e di approvazione. Poi, strappate di mano, a dei garzoni dei bestiai, delle funi con cui essi tenevano a posto bovi, pecore e agnelli, ne fa una sferza ben dura,

in cui i nodi per formare i lacci scorsoi divengono flagelli, e l'alza e la rotea e l'abbassa, senza pietà. Sì, le assicuro: senza pietà.

La impensata grandine percuote teste e schiene. I fedeli si scansano ammirando la scena; i colpevoli, inseguiti fino alla cinta esterna, se la dànno a gambe lasciando per terra denaro e indietro bestie e bestiole in un grande arruffio di gambe, di corna, di ali; chi corre, chi vola via; e muggiti, belati, scruccolii di colombe e

tortore, insieme a risate e urla di fedeli dietro agli strozzini in fuga, soverchiano persino il lamentoso coro degli agnelli, sgozzati in un altro cortile di certo.

Accorrono sacerdoti insieme a rabbini e farisei. Gesù è ancora in mezzo al cortile, di ritorno dal suo inseguimento. La sferza è ancora nella sua mano.

«Chi sei? Come ti permetti fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da quale scuola provieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei».

«Io sono Colui che posso. Tutto Io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed Io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non Io turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua dimora divenga sede agli usurai e ai mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell'Eterno parlante a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove Io vengo? Lo saprete».

E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell'abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un oratore nel più vivo della sua orazione, dice:

«Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: (Deuteronomio 16, 18-20; 18, 1-2; 23, 20-21) "Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte... ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: "I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e colle offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: " Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna".

Questo ha detto il Signore.

Ora voi vedete che senza giustizia verso il povero si siede in Israele. Non nel giusto, ma nel forte si propende, ed esser povero, esser popolo, vuol dire esser oppresso. Come può il popolo dire: "Chi ci giudica è giusto" se vede che solo i potenti sono ispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? È rispetto al

Signore la violazione del suo comando? E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possessi e accettano donativi da pubblicani e peccatori, i quali così fanno per aver benigni i sacerdoti, così come questi fanno per aver ricco scrigno?

Dio è l'eredità dei suoi sacerdoti. Per essi, Egli, il Padre di Israele, è più che mai Padre e provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Non ha promesso ai suoi servi del Santuario borsa e possessi. Nell'eternità avranno il Cielo per la loro giustizia, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo, ma su

questa terra non devono avere che veste di lino e diadema di incorruttibile oro: purezza e carità; e che il corpo sia servo allo spirito che è servo del Dio vero, e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio.

M'è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all'ombra delle sacre mura permettono usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M'è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: " Dalla scuola di Dio ". Si, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile.

Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, a Me venga. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguitemi, ché Io vi porto, attraverso a ben più tristo deserto, incontro alla vera Terra beata. Per mare aperto al comando di Dio, ad essa vi traggo.

Alzando il mio Segno, da ogni male vi guarisco. L'ora della Grazia è venuta. L'hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell'attenderla. L'hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L'hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è sorta. Venite. "

Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi ", come ha promesso per bocca di Mosè».

La gente, assiepata intorno a Gesù, è rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo. Poi commenta le parole del nuovo Rabbi e interroga i suoi compagni.

Gesù si avvia verso un altro cortile, separato da questo da un porticato. Gli amici lo seguono e la visione ha fine.

G. Bonconte Montefeltro - montefeltro@hotmail.it